Quando l’architettura cura: neuroscienze, spazi e sostenibilità relazionale – Intervista con Marta Baretti e Cristiano Chiamulera

La sostenibilità non è solo energia e materiali: è anche benessere psicologico, qualità delle relazioni e progettazione di luoghi che riducono stress e favoriscono la rigenerazione. Nel dialogo tra il farmacologo-neuroscienziato Cristiano Chiamulera e l’architetta Marta Baretti emergono gli strumenti per un “abitare sostenibile” che integra neuroarchitettura, evidence-based design, biofilia e partecipazione. Il caso del Centro Soranzo di Mestre, dedicato al recupero delle dipendenze, mostra come luce, materiali, relazione interno-esterno e cura del paesaggio possano diventare parte attiva dei percorsi terapeutici.

L’idea di sostenibilità che ci siamo abituati a maneggiare – kWh risparmiati, emissioni, certificazioni – rischia di lasciare fuori un pezzo decisivo: ciò che i luoghi fanno alle persone. Come ci fanno sentire, come plasmano abitudini, relazioni, possibilità di cura. È qui che s’incontra la conversazione tra Cristiano Chiamulera, neuropsicofarmacologo, e Marta Baretti, architetta: uno porta gli strumenti della scienza del cervello, l’altra li traduce in spazi che si prendono cura. Insieme propongono una visione di sostenibilità relazionale che tiene insieme persone, ambiente costruito e paesaggio.

Chiamulera parte dal concetto chiave di plasticità: il cervello si adatta continuamente agli stimoli, interni ed esterni. Non solo farmaci, quindi: contesto, interazioni, qualità dello spazio modulano comportamenti, aderenza alle terapie, rischio di ricaduta nelle dipendenze. È un cambio di cornice: il progetto non è sfondo neutro, ma co-protagonista degli esiti di salute. Da qui l’interesse per la neuroarchitettura, intesa non come etichetta di moda ma come campo che trasferisce evidenze neuroscientifiche nella progettazione, e per approcci consolidati come Evidence-Based Design (EBD) e Post-Occupancy Evaluation (POE), nati in ambito sanitario per misurare come luce, vista sul verde, configurazioni e percorsi incidano su benessere e outcome clinici.

Sul fronte del progetto, Baretti sposta l’attenzione su tre parole che, al netto delle mode, restano strutturali: luce, proporzione, armonia. Non ricette standard, ma ascolto del contesto e multidisciplinarietà come metodo. La sua esperienza al Centro Soranzo racconta una filiera della cura che parte dal basso – operatori, psicologi, psichiatri, utenti – e si traduce in scelte che intrecciano architettura e paesaggio: legno in un ambito dove è raro vederlo, palette cromatiche desaturate per ampliare la gamma percettiva e abbassare l’arousal, relazione interno-esterno resa concreta portando luce naturale dentro e luce artificiale fuori per abitare anche gli spazi esterni di notte. È un lessico che evita iconografie sanitarie punitive per spostare l’attenzione altrove, verso luoghi capaci di dignità e senso.

Nel mezzo, Chiamulera introduce una parola che allarga il discorso: “ecocebo”. Se il placebo è l’insieme (complesso) di fattori che potenziano una terapia, l’ecocebo è la quota dovuta alle caratteristiche fisiche e percettive dello spazio in cui la cura avviene: luminosità, proporzioni, materiali, qualità acustica e visiva. In altre parole, progettare bene è parte della terapia: consente di usare meno farmaco quando possibile, ridurre eventi avversi, aumentare efficacia in modo integrato con psicoterapia, educazione e lavoro sociale. È una forma concreta di sostenibilità della cura, perché migliora esiti senza “consumare” più risorse, ma progettando meglio le risorse che già abbiamo: spazio e tempo.

Quando il discorso tocca la biofilia, Chiamulera invita a evitare semplificazioni. Il “verde” non basta: serve considerare diverse modalità di esposizione alla natura – visiva, tattile, esperienziale – e perfino il “blu” (acqua, cielo), misurandone gli effetti anche con simulazioni in realtà virtuale per popolazioni fragili. Baretti, dal canto suo, rimarca che la pelle dell’edificio non è solo un filtro energetico: è un regolatore percettivo che porta dentro la variabilità della luce naturale, quella che “ci fa stare bene”. Anche qui la sostenibilità si fa qualità dell’esperienza, non gadget.

Il metodo? Transdisciplinare, situato, iterativo. Non la corsa alla “checklist del benessere”, ma ricerca+progetto+valutazione come ciclo continuo. Baretti e Chiamulera lo stanno applicando oltre Soranzo: concorsi per RSA, sperimentazioni su spazi che aiutino a gestire il craving (il desiderio impulsivo verso sostanze), scambi rapidi di saperi che passano dal laboratorio alla planimetria e ritorno. Qui la sostenibilità torna ad essere coerenza nel tempo: i progetti crescono per aggiunte successive, rispondono a bisogni reali, vengono misurati nei loro effetti.

Sullo sfondo, una lezione che vale per le città come per le case: abitare in modo sostenibile significa abitare in relazione. Con gli altri (dimensione sociale), con i luoghi (dimensione ecologica), con noi stessi (dimensione psicologica). Per questo le figure da integrare sono molte: psicologi, sociologi, educatori, designer, pianificatori, amministratori. Ma, soprattutto, gli utenti: persone con storie e memorie che gli spazi evocano e trasformano. La memoria individuale e collettiva è un materiale di progetto tanto quanto il legno o la luce: ignorarla genera alienazione, riconoscerla produce appartenenza.

Nel racconto di Chiamulera e Baretti la sostenibilità smette di essere un’etichetta e torna pratica culturale: né solo tecnica, né solo estetica. È la convergenza tra scienza del comportamento e intelligenza del progetto, tra misurazione e poesia. Ed è forse qui che si gioca la partita dell’“abitare che cura”: non aggiungendo cose, ma migliorando relazioni – tra luce e vita, tra paesaggio e stanza, tra cura e bellezza.

 

Chi è Marta Baretti
Marta Baretti è architetta e co-fondatrice, insieme a Sara Carbonera, dello studio Arbau di Treviso, attivo dal 2000. Il suo lavoro si fonda su un approccio multidisciplinare e multiscalare, dove rigenerazione urbana, paesaggio e architettura si intrecciano per dare forma a spazi capaci di coniugare funzionalità e poesia.
Da oltre dieci anni coordina il progetto di riqualificazione di Forte Rossarol a Tessera (VE), oggi centro socio-sanitario d’eccellenza, sviluppando una ricerca sul rapporto tra ambiente, architettura e benessere in collaborazione con il prof. Cristiano Chiamulera e il dott. Mauro Cibin. Parallelamente, svolge attività didattica e divulgativa presso università e riviste di settore, tra cui Pièra, dell’Ordine degli Architetti di Treviso, di cui è stata direttrice editoriale.

Segui Marta su Linkedin.

 

Chi è Cristiano Chiamulera

Cristiano Chiamulera è Professore Ordinario di Farmacologia. In ambito di ricerca è responsabile del laboratorio di NeuroPsicofarmacologia (NeuroPsiLab) presso il Dipartimento di Diagnostica e Sanità Pubblica. I suoi interessi di ricerca sono nella farmacologia e nelle neuroscienze dei disturbi mentali e comportamentali, in particolare del disturbo da uso di sostanze psicoattive. La sua formazione scientifica si è sviluppata nell’industria e in accademia. Attualmente i suoi interessi di ricerca sono sull’interazione tra farmaci, salute e ambiente (naturale e costruito), come espressa dal concetto Ecocebo, spaziando da studi di base e applicazioni in clinica e comunità.

 

 

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È stato un piacere partecipare alla rubrica Bricks and Music insieme a due professionisti del calibro di Paolo Leccese ed Emiliano Cioffarelli. Casa Radio si distingue per la capacità di affrontare il tema della casa con grande professionalità, senza mai risultare pesante. È una radio che riesce a rendere interessante e accessibile un settore specifico grazie alla competenza dei suoi ospiti e a uno stile coinvolgente. Bravi!
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Ottima esperienza, Paolo ed Emiliano molto professionali e precisi!
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