Parliamo di edifici a energia quasi zero. Studiamo il comportamento dell’involucro. Calcoliamo trasmittanze, ponti termici, fabbisogni energetici. Progettiamo impianti sempre più efficienti. Misuriamo la CO₂ nelle aule, i VOC negli uffici, il particolato nelle abitazioni. Ci preoccupiamo del radon che entra dal terreno, della formaldeide rilasciata dai materiali, dell’umidità relativa, della temperatura superficiale di una parete.
Ed è giusto farlo.
Poi facciamo ancora un passo avanti.
Non ci basta più che una stanza sia sicura, salubre e confortevole. Vogliamo che faccia stare bene.
Nascono gli ambienti multisensoriali. Studiamo il colore della luce. La temperatura cromatica. L’acustica. I materiali. Le superfici da toccare. I profumi. Le sensazioni che uno spazio può produrre.
Progettiamo ambienti capaci di parlare ai cinque sensi.
Ed è bellissimo. Davvero.
Poi bisogna avere il coraggio di aprire una finestra. Non quella dell’edificio. Quella sul mondo.
E improvvisamente tutta questa straordinaria precisione tecnica diventa difficile da guardare senza provare almeno un po’ di disagio.
Noi discutiamo della tonalità della luce più adatta al benessere di un bambino. Da qualche parte un bambino la luce non può più vederla. Studiamo l’acustica perché una melodia venga percepita senza riverberi fastidiosi. Ci sono bambini che quella melodia non potranno ascoltarla. Progettiamo superfici tattili, materiali naturali, pareti sensoriali. Ci sono bambini che non hanno più una mano con cui toccarle. Studiamo profumi e stimolazioni olfattive. Ci sono luoghi nei quali l’odore dominante è quello della polvere, delle macerie, del fumo. Progettiamo percorsi che stimolino il movimento.
Ci sono bambini che non potranno più percorrerli sulle proprie gambe.
E mentre scrivo queste parole so perfettamente che qualcuno potrebbe obiettare: che cosa c’entra?
C’entra. Non per fermare la ricerca. Non per smettere di progettare edifici migliori.
Non per rinunciare all’efficienza energetica, alla qualità dell’aria o agli ambienti multisensoriali.
C’entra per ricordarci la scala delle cose.
Abbiamo sviluppato una capacità tecnica impressionante nel perfezionare il benessere di chi un edificio ce l’ha. Molto meno impressionante sembra essere la nostra capacità di garantire semplicemente un tetto a chi lo ha perso.
E non serve andare dall’altra parte del mondo. In Italia conosciamo bene questa contraddizione.
Arriva un terremoto. Le case crollano. Le telecamere arrivano. La politica promette. Si parla immediatamente di ricostruzione. Poi passa il tempo. Cambiano i governi, cambiano i commissari, cambiano le procedure, cambiano le norme. Le macerie diventano meno interessanti per i telegiornali. Ma per chi abitava lì non diventano meno reali. Abruzzo, Lazio, Marche, Umbria.
E prima ancora altri terremoti, altre ricostruzioni, altri territori nei quali il tempo amministrativo sembra avere una velocità completamente diversa dal tempo della vita delle persone.
Noi, ingegneri e architetti, siamo diventati bravissimi a calcolare quanto calore attraversa un metro quadrato di parete.
Forse dovremmo tornare qualche volta a domandarci anche a cosa serve quella parete.
Serve a separare due ambienti. Serve a sostenere un edificio. Serve a isolare. Ma prima di tutto serve a costruire una casa. E una casa viene molto prima della sua classe energetica.
Nel mondo milioni di persone vivono dentro guerre, migrazioni forzate, terremoti, alluvioni, carestie e distruzioni: Gaza, Ucraina, Iran, Afghanistan, Nepal, Sudan, giusto per dire quelle che vanno di moda oggi.
E ogni nuova catastrofe aggiunge nomi, città, famiglie, bambini.
Possiamo discutere per ore se una VMC debba lavorare a 0,5 o 0,7 volumi/ora. Possiamo modellare un ponte termico al centesimo di grado. Possiamo progettare una stanza nella quale luce, suono, temperatura, materia e profumo costruiscano un’esperienza perfettamente calibrata.
Continuiamo a farlo.
Ma ogni tanto guardiamo fuori dal modello di calcolo. Fuori dal BIM. Fuori dal diagramma psicrometrico. Fuori dalla certificazione.
Lì c’è ancora una parte enorme dell’umanità che non sta chiedendo un edificio intelligente. Sta chiedendo un edificio. Non sta chiedendo una stanza multisensoriale. Sta chiedendo una stanza.
Non sta chiedendo comfort termoigrometrico. Sta chiedendo di non avere freddo.
Non sta chiedendo illuminazione biodinamica. Sta chiedendo che domani ci sia ancora una finestra da cui entri la luce. Non sta chiedendo una parete con trasmittanza da 0,20 W/m²K. Sta chiedendo che la parete resti in piedi.
Forse il progresso tecnico diventa davvero progresso soltanto quando conserva memoria di questa distanza.
Possiamo progettare il benessere. Dobbiamo farlo.
Ma non dovremmo mai diventare così sofisticati da dimenticare quanto sia ancora rivoluzionario, per una parte enorme del mondo, poter chiudere una porta la sera e sapere che dietro quella porta c’è una casa.
E soprattutto che domattina sarà ancora lì.







