Quando la sostenibilità diventa una posizione
C’è una scena nel film Aprile di Nanni Moretti che negli anni è stata spesso citata come una battuta, ma che in realtà contiene una richiesta molto più esigente: “dì una cosa di sinistra”.
Al di là dell’ironia, è una sollecitazione a uscire dall’ambiguità, a smettere di occupare una posizione neutra, a dichiarare una direzione.
Se trasposta sul terreno urbano, questa richiesta assume un significato preciso.
Perché la sostenibilità, oggi, è diventata una parola così pervasiva da rischiare di perdere consistenza: viene utilizzata come linguaggio comune, ma raramente come criterio di scelta. Si parla di equilibrio, di bilanciamento, ma molto meno delle tensioni che ogni scelta inevitabilmente genera.
Le linee programmatiche dell’amministrazione guidata da Silvia Salis sembrano invece muoversi in una direzione diversa, provando a riportare al centro il bene comune non come principio generico, ma come riferimento operativo. Il punto, però, non è tanto l’enunciazione, quanto la capacità di tradurre questa impostazione dentro gli strumenti concreti della città.
Una città che obbliga a tenere insieme
Parlare di Genova significa confrontarsi con una condizione che rende evidente ciò che altrove può essere ancora rimandato: l’impossibilità di separare i problemi.
La struttura geografica — una città lineare, compressa tra mare e montagna — non è soltanto un dato fisico, ma un elemento che incide direttamente sulla distribuzione delle opportunità. I quartieri non sono semplicemente distanti: sono diversi per accesso ai servizi, qualità dello spazio pubblico, connessioni.
A questa configurazione si sovrappongono fragilità stratificate nel tempo: il rischio idrogeologico, che non può più essere trattato come emergenza; l’invecchiamento della popolazione, che modifica radicalmente il modo in cui la città viene attraversata; la relazione con il porto, che continua a rappresentare al tempo stesso una risorsa economica e una pressione urbana.
È dentro questa complessità che Coppola colloca il primo passaggio chiave: non è più possibile pensare ambiente, società e territorio come ambiti distinti. La loro interdipendenza non è una scelta teorica, ma una condizione di realtà.
Ridurre le disuguaglianze significa fare urbanistica
Le priorità individuate dall’assessora non sono elencate come ambiti separati, ma si tengono insieme dentro una stessa logica.
La questione delle disuguaglianze territoriali, ad esempio, non viene trattata come un problema esclusivamente sociale, ma come una conseguenza diretta di scelte urbanistiche che nel tempo hanno concentrato servizi e funzioni in alcune parti della città, lasciandone altre in una condizione di marginalità relativa. Intervenire su questo significa ripensare la distribuzione stessa della città.
Allo stesso modo, la fragilità climatica e geologica non può più essere affrontata con logiche emergenziali, ma deve diventare un criterio ordinario di progetto, capace di orientare ogni trasformazione. È un passaggio che implica anche una ridefinizione delle priorità economiche e delle risorse disponibili.
Infine, la centralità dello spazio pubblico introduce un cambio di prospettiva: non più ciò che resta dopo aver costruito, ma ciò che tiene insieme le funzioni urbane, diventando infrastruttura della vita quotidiana e luogo in cui si misura concretamente la qualità dell’abitare.
L’urbanistica come atto culturale
Uno dei passaggi più densi dell’intervista riguarda il tentativo di riportare l’urbanistica dentro una dimensione culturale, prima ancora che tecnica.
“Far innamorare la città dello strumento urbanistico” significa riconoscere che la pianificazione non è soltanto un insieme di norme, ma il luogo in cui si costruisce una visione condivisa. Senza questo passaggio, ogni strumento rischia di restare percepito come vincolo, più che come opportunità.
In questa direzione si collocano alcune scelte operative significative: l’introduzione del tema del suolo come elemento centrale all’interno del Piano Urbanistico Comunale, il tentativo di normare la depavimentazione collegandola a sistemi di incentivazione, e l’affermazione del principio del consumo di suolo zero, inteso non come blocco, ma come orientamento verso la rigenerazione.
È un cambio di paradigma che prova a mettere in discussione una contraddizione diffusa: parlare di fragilità senza intervenire sul suolo significa, di fatto, non affrontarla.
La città dei 15 minuti come questione di accessibilità
Il riferimento alla città dei 15 minuti rischia spesso di rimanere confinato in una dimensione retorica. A Genova, invece, questo modello viene reinterpretato a partire dalle condizioni reali della città.
Qui il problema non è semplicemente il tempo di percorrenza, ma la possibilità concreta di muoversi. Le pendenze, la struttura urbana e l’età media della popolazione rendono evidente che la vera questione è l’accessibilità, intesa come capacità effettiva di raggiungere servizi e spazi.
Per questo l’approccio scelto parte dai cosiddetti “centri storici diffusi”, riconoscendo la natura policentrica della città e utilizzandola come base per individuare ambiti di rigenerazione, servizi di prossimità e interventi sullo spazio pubblico. In questa prospettiva, la città dei 15 minuti non è un modello da applicare, ma un criterio per leggere e trasformare la città esistente.
Rigenerazione e rischio di espulsione
La necessità di intervenire sul costruito esistente apre inevitabilmente il tema della rigenerazione urbana e, con esso, quello della gentrificazione.
Genova si trova in una posizione particolare: non ha ancora raggiunto i livelli di pressione di altre città italiane, ma osserva da vicino processi che altrove hanno prodotto effetti rilevanti. Questo le consente, almeno potenzialmente, di anticiparli.
La questione, come emerge chiaramente, non è se rigenerare — perché in una città che si svuota è una necessità — ma come farlo senza produrre espulsione sociale. È un equilibrio complesso, che richiede strumenti normativi, osservazione continua e capacità di intervento, come nel caso delle politiche sugli affitti brevi o dell’istituzione di osservatori dedicati all’abitare.
Partecipare non significa decidere
Sul tema della partecipazione emerge una posizione meno scontata di quanto spesso si racconti. La partecipazione non è un valore automatico, ma un processo che deve essere costruito con competenze specifiche, chiarezza sugli obiettivi e strumenti adeguati. Senza queste condizioni, rischia di generare confusione più che consapevolezza.
Allo stesso tempo, la partecipazione non sostituisce la responsabilità politica. Il punto di equilibrio sta proprio qui: costruire processi inclusivi senza rinunciare alla capacità di decidere, assumendosi anche il costo delle scelte impopolari.
Una città intelligente è una città che include
Anche il tema della smart city viene sottratto a una lettura puramente tecnologica. In una città con una popolazione anziana, la digitalizzazione non può essere considerata un fine in sé, ma deve essere calibrata sulla capacità reale di utilizzo da parte dei cittadini. Una città intelligente, in questa prospettiva, non è quella che adotta più tecnologia, ma quella che riesce a ridurre le distanze, rendendo servizi e informazioni accessibili.
È una definizione che sposta l’attenzione dalla performance alla qualità della relazione tra città e cittadini.
Tenere insieme, non scegliere tra
Nella visione che emerge dall’intervista, la contrapposizione tra competitività economica e qualità della vita viene esplicitamente rifiutata. L’obiettivo è costruire una città capace di essere entrambe le cose: attrattiva per nuove energie — in particolare giovani, studenti, imprese — e allo stesso tempo più vivibile per chi la abita. In una città che negli ultimi decenni ha perso popolazione, questo significa lavorare contemporaneamente su spazi, servizi e condizioni economiche, senza cedere alla tentazione di semplificare.
La sostenibilità, in questo quadro, non è una risposta, ma una domanda continua che accompagna le scelte.
Chi è Francesca Coppola
Francesca Coppola è assessora all’urbanistica del Comune di Genova con deleghe a edilizia privata, centri storici, verde urbano, smart city e città dei 15 minuti. Il suo lavoro si concentra sull’integrazione tra pianificazione urbanistica, sostenibilità ambientale e coesione sociale, con un approccio che mira a restituire all’urbanistica un ruolo centrale nelle trasformazioni della città.









