Le case trattengono l’amore?

Intorno a Diffidare delle cucine pulite di Elisa del Mese

Ci sono case che sembrano perfette, intatte, quasi silate. E poi ci sono case vissute, attraversate, case che trattengono tracce. Spazi in cui qualcosa è accaduto davvero e dove, anche quando tutto torna apparentemente in ordine, resta una vibrazione sottile, un segno, una memoria.

In fondo succede anche con lamore. Quando passa davvero nella nostra vita, lascia sempre qualcosa: un disordine, una presenza, un prima e un dopo. Non se ne va mai subito del tutto. Rimane nei gesti, nelle abitudini, nelle stanze. Rimane nel modo in cui continuiamo ad abitare i luoghi dopo che qualcosa è finito.

È da qui che parte anche la riflessione intorno a Diffidare delle cucine pulite di Elisa del Mese, un romanzo che racconta lamore, certo, ma soprattutto tutto ciò che lamore smuove, scompone e deposita dentro di noi. E lo fa attraverso una materia che sento molto vicina anche al mio mondo: il legame profondo tra le persone e gli spazi che abitano.

Perché ci sono libri che non raccontano soltanto una storia. Raccontano anche una temperatura emotiva, unatmosfera, un modo di stare al mondo. E questo romanzo, a mio avviso, appartiene proprio a questa categoria.

Mi è venuto in mente Gilles Deleuze, quando scriveva che per comprendere davvero unopera bisogna andare oltre le parole, oltre la trama, oltre ciò che viene detto in superficie. Bisogna arrivare al grido” dellautore: quel bisogno profondo, quella necessità interiore da cui il lavoro nasce. È una domanda che amo molto, perché porta la conversazione nel punto più vivo: non solo cosa racconti, ma da dove lo racconti.

Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più interessanti del romanzo di Elisa del Mese: la sensazione che sotto la storia ci sia una ricerca più ampia, più stratificata, che riguarda lidentità, la percezione di sé, il modo in cui ci costruiamo nel rapporto con laltro.

Anche il titolo colpisce subito perché apre unimmagine precisa, quasi domestica e insieme simbolica: Diffidare delle cucine pulite. È un titolo che non passa inosservato, perché suggerisce immediatamente che lordine assoluto, lassenza di tracce, la perfezione impeccabile possano nascondere qualcosa. Come se il vero vissuto, quello autentico, avesse sempre bisogno di lasciare un segno. Come se una casa troppo composta rischiasse di diventare una superficie muta, incapace di raccontare la verità di chi la abita.

Ed è proprio questo uno dei nuclei più affascinanti del libro: lidea che una casa possa raccontare la verità di una relazione più di tante parole.

Allinizio del romanzo c’è una frase di Bernardo che mi ha fatto fermare: mai fidarsi del racconto delle persone su loro stesse”. È una frase forte, quasi tagliente, ma contiene qualcosa di profondamente vero. Spesso il racconto che facciamo di noi stessi è già una versione aggiustata, filtrata, accomodata. I luoghi invece parlano in modo diverso. Sono meno diplomatici. Dicono molto di noi senza preoccuparsi di essere coerenti, simpatici o convincenti.

Le case, in questo senso, diventano una specie di autobiografia involontaria. Rivelano le nostre priorità, i nostri vuoti, le nostre nostalgie, le nostre difese. Mostrano ciò che teniamo vicino, ciò che nascondiamo, ciò che lasciamo incompiuto. E a volte raccontano persino la qualità dei nostri legami.

C’è un passaggio del romanzo che mi ha colpito molto, in cui Beatrice mette a confronto due relazioni attraverso le case di queste due persone. Di una scrive che era casuale, equivalente, sembrava tutto preso con i punti di benzina: nulla brillava”. Nellaltra, invece, emerge qualcosa di completamente diverso: un senso di autenticità, di scelta profonda, di intenzione vera.

È unimmagine potentissima, perché restituisce con immediatezza una verità che sento profondamente anchio: i luoghi in cui viviamo parlano di noi. Sono lo specchio di ciò che siamo, ma anche di ciò che desideriamo diventare. E spesso ci mettono davanti a verità molto precise. A volte comode, altre decisamente meno. Ma quasi mai irrilevanti.

Per questo una domanda che il romanzo lascia sospesa, e che trovo bellissima, è se le case trattengano davvero le tracce dei legami che abbiamo vissuto. Io credo di sì. Non in un senso romantico o esoterico, ma in un senso concreto e sottile insieme. Le trattengono nei ritmi che abbiamo costruito con qualcuno, nelle presenze che hanno modificato il nostro modo di usare uno spazio, nei dettagli che continuano a parlarci anche quando non ce ne accorgiamo più.

Un tavolo, una cucina, una lampada accesa in un certo modo, il lato del letto, il silenzio di una stanza: tutto può diventare archivio emotivo.

Ed è qui che il romanzo si fa ancora più interessante, perché il disordine che racconta non è mai soltanto materiale. È la forma visibile di qualcosa che dentro non ha ancora trovato pace. Il disordine emotivo prende corpo nella vita domestica, nei gesti, nelle abitudini, nelle piccole scene quotidiane. E questo rende la narrazione estremamente viva, perché ci ricorda che il nostro mondo interiore non resta mai confinato dentro di noi: si appoggia agli oggetti, modifica i nostri rituali, si imprime nello spazio.

Anche la struttura narrativa del romanzo mi ha colpita molto. Il modo in cui Elisa del Mese attraversa dieci anni di vita su piani temporali diversi crea una lettura stratificata, in cui il tempo non è solo successione ma anche ritorno, confronto, riscrittura. Mi ha fatto pensare a quanto sarebbe interessante se ognuno di noi provasse, con grande sincerità, a immaginarsi tra dieci anni entrando davvero nei dettagli della propria vita. Forse riusciremmo a vedere meglio non solo chi siamo, ma anche chi stiamo diventando.

E forse la scrittura, in fondo, può essere anche questo: un modo per ascoltare la persona che stiamo andando a diventare.

Non solo uno strumento per raccontarsi, ma un luogo in cui mettersi in ascolto. Un luogo in cui le versioni future di noi iniziano, timidamente, a prendere parola.

È per questo che Diffidare delle cucine pulite non è soltanto una storia damore. È anche una riflessione sul modo in cui i legami ci modificano, ci svelano, ci costringono a guardarci meglio. E sul fatto che nessuna relazione importante passa senza lasciare tracce, proprio come nessuna casa veramente vissuta resta del tutto intatta.

Alla fine resta una domanda che ho posto a Elisa: i luoghi ci aiutano a guarire da certi amori oppure, a volte, li custodiscono così profondamente da renderci più difficile lasciarli andare?

Forse entrambe le cose.

Forse la casa è insieme rifugio e archivio. Ci protegge, ma conserva. Ci accoglie, ma non cancella. Tiene dentro di sé il passato abbastanza a lungo da permetterci, un giorno, di guardarlo senza esserne travolti.

Ed è forse proprio questo che fanno anche i libri che ci toccano davvero: non si chiudono quando giri lultima pagina. Restano con noi ancora un po. Cambiano posto dentro di noi, proprio come fanno certi amori, certe case, certi ricordi.

Diffidare delle cucine pulite sembra ricordarcelo con delicatezza e precisione: che ciò che abbiamo vissuto davvero continua a parlare, anche quando pensiamo che abbia smesso.

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