Il filo a piombo del XXI secolo: rimettere in asse il costruire (e l’abitare) – Intervista con Fabio Millevoi

La sostenibilità, in edilizia, spesso viene trattata come un set di tecnologie e adempimenti. Fabio Millevoi prova a spostare il punto: non un’etichetta, ma una disciplina di coerenza. Nel suo ultimo libro Il filo a piombo del XXI secolo propone dieci “parole-fibra” come bussola per orientarsi nel presente e smascherare le scuse che ci tengono immobili. Una prospettiva da “futurista per necessità”, utile non a profetizzare il domani, ma a decidere meglio oggi.

C’è uno strumento che in cantiere non concede interpretazioni: il filo a piombo. O è dritto o non lo è. E forse è proprio questa brutalità gentile che manca al modo in cui parliamo di sostenibilità: troppe narrazioni, troppe scorciatoie, troppa indulgenza verso le incoerenze.

Fabio Millevoi parte da qui. Direttore di ANCE Friuli Venezia Giulia e docente a contratto in Futures studies e Sistemi anticipanti all’Università di Trieste, Millevoi incrocia due territori che raramente dialogano con sincerità: il mondo delle costruzioni e quello dei futuri.

Nel suo ultimo libro, pubblicato da Graphe.it, Il filo a piombo del XXI secolo. 10 parole per costruire un presente che ha fame di possibilità, dichiara fin dall’inizio il perimetro: non un trattato da “consumare”, ma un oggetto da attraversare, pensato per chi vuole smettere di lamentarsi del presente e tornare ad agire sul reale. In edilizia la sostenibilità è stata spesso ridotta a performance: un numero, un salto di classe, un requisito, una certificazione.

Millevoi prova a ribaltare l’approccio: la domanda cruciale non è solo “quanto consuma”, ma “quanto è allineato”. Allineato nel tempo (durabilità e manutenzione), nello spazio (filiera e territorio), nelle persone (lavoro, sicurezza, competenze), nella cultura (perché costruiamo in quel modo). È qui che il filo a piombo smette di essere metafora poetica e diventa metodo: un criterio per leggere storture, non per fare morale. Perché le incoerenze – quando non le guardi – non spariscono: migrano. Si spostano altrove, spesso su chi ha meno voce.

È il classico effetto collaterale della sostenibilità “a compartimenti”: ottimizzi un pezzo, peggiori il sistema. Il cuore del libro è una scelta che ha qualcosa di pedagogico e qualcosa di operativo: dieci parole-valori-azioni, chiamate “fibre”, che si intrecciano dentro una parola antica: COSTRUIRE, trasformata in acrostico/bussola. L’idea è semplice: in un presente saturo di complessità, l’orientamento non arriva da una “super teoria”, ma da un lessico praticabile.

Parole che, se prese sul serio, diventano criteri decisionali e strumenti per vedere le conseguenze di secondo e terzo ordine. E c’è un dettaglio che suona come un avvertimento: il libro insiste nel “smascherare le scuse” — burocrazia, caos globale, contesto — che spesso funzionano come alibi eleganti. La tesi di fondo è che il problema non è solo fuori: è anche la nostra impreparazione a stare dentro il cambiamento senza ridurlo a slogan. A questo punto, se vogliamo davvero parlare di sostenibilità senza fare letteratura, bisogna nominare l’elefante nella stanza: l’edilizia vive anche di rendita, di aspettative immobiliari, di valore del suolo.

La domanda scomoda – e necessaria – è se il ruolo storicamente “speculativo” di una parte della categoria dei costruttori sia compatibile con l’idea di un costruire orientato al bene comune. Non come insulto, ma come questione di modello economico: quali incentivi premiamo? che cosa rendiamo conveniente? quale cultura di impresa alimentiamo? In filigrana, il filo a piombo qui diventa una misura di responsabilità: quanto del costruire produce abitare (qualità, accessibilità, manutenzione, inclusione) e quanto produce solo estrazione di valore. È una linea verticale che attraversa territori e politiche, non solo edifici. Il punto interessante è che Millevoi non tratta il futuro come esercizio di fantasia, ma come disciplina di decisione.

Non “indovinare” cosa accadrà, ma prepararsi a più possibilità: scenari, segnali deboli, conseguenze non intenzionali. Anche per questo, negli anni ha lavorato su laboratori e percorsi che legano il settore delle costruzioni a immaginazione, anticipazione e apprendimento. E qui la sostenibilità smette di essere la promessa di un “mondo perfetto” e torna a essere ciò che dovrebbe: gestione del limite, responsabilità intergenerazionale, capacità di adattamento senza perdere la rotta.

La sensazione, dopo aver attraversato il suo approccio, è che il filo a piombo non serva a metterci in riga. Serve a darci un riferimento quando tutto oscilla: parole che diventano pratiche, pratiche che diventano cultura, cultura che diventa progetto. E forse la sostenibilità – quella che regge nel tempo – è proprio questa: non la somma delle soluzioni, ma la capacità di riconoscere le incoerenze, nominarle, e correggere la direzione prima che siano gli impatti a farlo al posto nostro.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

 

Chi è Fabio Millevoi

Fabio Millevoi è Direttore di ANCE Friuli Venezia Giulia. Laureato in Giurisprudenza, ha conseguito un Master in previsione sociale e lavora da anni sui temi dell’anticipazione, dei futuri e dei sistemi complessi applicati ai processi organizzativi e al settore delle costruzioni. È docente a contratto in “Futures studies e Sistemi anticipanti” presso l’Università di Trieste ed è autore della teoria CASA (Creatività, Attrattività, Sensibilità, Azienda). Tra le sue pubblicazioni più recenti: Il filo a piombo del XXI secolo. 10 parole per costruire un presente che ha fame di possibilità (Graphe.it).

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ESSERE E ABITARE | Fabio Millevoi
Puntata del 12/03/25
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