Rigenerazione urbana, la sfida delle regole e dei territori: Il punto dalla Casa dell’Architettura

All’interno della Casa dell’Architettura, nel cuore di Roma. Il 21 gennaio scorso si è svolto un incontro dal titolo eloquente, “Rigenerazione urbana, norme e prospettive di attuazione, strumenti politiche e pratiche per la trasformazione sostenibile della città”. Casa Radio ha raccolto alcune testimonianze, restituendole in onda come una sorta di termometro del momento e il quadro che emerge non è quello di un dibattito astratto tra addetti ai lavori, ma una discussione che tocca sicurezza giuridica, investimenti, reputazione professionale, capacità amministrativa dei piccoli Comuni e, in ultima analisi, la qualità di vita nei quartieri, nelle periferie, nelle aree interne.

La rigenerazione urbana, dicono i protagonisti, è diventata un campo dove si incrociano almeno tre fragilità.

La prima è normativa, con testi che si sovrappongono, interpretazioni divergenti e un impianto urbanistico percepito come datato.

La seconda è istituzionale, con competenze distribuite tra Stato, Regioni e Comuni che spesso producono frammentazione e tempi lunghi. La terza è operativa, perché anche la migliore legge, se non è attuabile, resta dichiarazione di intenti.

Michele Talia, la “confusione” e l’urgenza di una nuova legge urbanistica

Tra le voci ascoltate, quella dell’Architetto Michele Talia, Presidente dell’INU, Istituto Nazionale di Urbanistica, ha il merito di inquadrare il problema alla radice, prima ancora di parlare di strumenti. L’architetto descrive un momento di transizione in cui sul tavolo convivono testi diversi, approcci diversi, perfino tavoli diversi.

 “La situazione è al momento abbastanza, a mio parere, confusa. C’è un disegno di legge, ormai al termine di una prolungata discussione, che dovrebbe andare in aula sui temi della rigenerazione urbana, e sconta problemi determinati da sovrapposizioni e conflitti tra visioni differenti”.

Nel passaggio successivo, Talia indica un punto che pesa come un macigno sul lavoro quotidiano di tecnici e amministrazioni, il permanere di un quadro normativo “superato cronologicamente ma ancora vigente”. E arriva al cuore della richiesta, non basta semplificare, serve sostituire l’impianto, perché le scorciatoie non eliminano gli ostacoli, li moltiplicano.

“Abbiamo ancora una legge urbanistica del 1942 che detta regole che determinano condizioni dirimenti. La semplificazione non elimina questo problema. È necessario arrivare ad una nuova legge urbanistica che abroghi misure superate ma ancora esistenti”.

Tradotto, la rigenerazione urbana non può poggiare su un’architettura normativa percepita come stratificata e incoerente, perché in quel caso l’incertezza diventa la vera regola del gioco.

Cristiano Guarnieri, il ruolo sociale dell’architetto e la rigenerazione che supera le vecchie categorie

Se Talia fotografa la cornice legislativa, l’Architetto Cristiano Guarnieri, Presidente degli Ordini degli Architetti PPC di Mantova, porta il discorso sul terreno della trasformazione urbana contemporanea, e su ciò che cambia rispetto a un Paese che, per decenni, ha progettato pensando all’espansione.

“Stiamo parlando di una quota parte di urbanistica che ormai si considera superata, di una parte di edilizia che ancora deve essere interpretata, di un concetto di rigenerazione che supera le categorie che fino a adesso abbiamo fatto, perché il contesto è cambiato”.

Guarnieri insiste su un punto che, nella discussione pubblica, spesso viene travolto dalla polemica del momento. L’architetto non è un soggetto economico come gli altri, o almeno non soltanto, è presidio di tutela, e quando esplodono casi mediatici e giudiziari il rischio è che la professione diventi il bersaglio più facile.

“Con la vicenda di Milano il messaggio che è arrivato è che è colpa degli architetti. Ma il nostro ruolo non è un’altra attività economica, è un’attività di tutela del cittadino”.

Da qui, la proposta di un doppio binario, distinguere livelli, chiarire piani, separare l’edilizio dall’urbanistico in modo che la norma non diventi una zona grigia. E soprattutto, partire dall’esistente, perché l’espansione non è più l’orizzonte dominante, oggi il tema è ricucire, riattivare, dare risposte a famiglie diverse e fragilità nuove, in una società che non è più quella del dopoguerra.

Fabrizio Miluzzo, dai “100 mila alloggi” alla certezza per investire, senza nuove periferie

Nel confronto con i territori, l’Architetto Fabrizio Miluzzo, Presidente degli Ordini degli Architetti PPC di Mantova, introduce un tema politico e comunicativo insieme, quello degli slogan, e lo fa con un aggancio immediato alla cronaca. La discussione sui “100 mila nuovi alloggi” viene letta come obiettivo che può diventare opportunità, ma anche rischio, se non è agganciato alla rigenerazione e non alla semplice espansione.

“Quando pensiamo ai nuovi alloggi vorremmo capire che rigenerazione stiamo parlando e non di nuove periferie, nuove edificazioni, nuovo abitato”.

Miluzzo sposta poi il fuoco sul metodo, la norma deve partire da un impianto valoriale preciso, e quel valore, secondo l’architetto, è doppio, centralità della persona e qualità del progetto. Il suo virgolettato è una dichiarazione d’intenti che chiama in causa tutta la filiera: “La legge mette al centro l’uomo, le esigenze dell’uomo, la sua condizione sociale e la centralità del progetto come qualità. È questo il punto di partenza da cui devono partire le declinazioni tecniche della norma”.

C’è infine il capitolo che più interessa operatori e amministrazioni, la certezza. Miluzzo la descrive come condizione strategica per dare fiducia, investimenti e tempi prevedibili.

“La certezza è fondamentale, è strategica per dare garanzia di investimenti, di fiducia agli operatori. Facciamo uno sforzo perché quello che scriviamo sia operativo, chiaro e attuabile”.

Il retropensiero, implicito ma evidente, è che senza certezza si finisce per spostare la decisione dalle regole alle aule di tribunale, e a quel punto la programmazione urbana diventa una corsa a ostacoli.

Francesco Livadoti, rigenerazione o “piano casa mascherato”, e la questione delle risorse nei piccoli enti

L’Architetto Francesco Livadoti , Presidente della Fondazione dell’Ordine degli architetti della Provincia di Crotone, introduce un tema che attraversa molte discussioni tecniche, la parola “rigenerazione” rischia di diventare un’etichetta. E, come tutte le etichette di successo, può coprire operazioni molto diverse tra loro.

“In alcune esperienze abbiamo visto che leggi regionali di rigenerazione urbana hanno nascosto una volontà velata di fare edilizia, di ristrutturare, di ampliare. In alcuni frangenti abbiamo ascoltato che invece di rigenerazione urbana avevamo dei piano casa 2, 3, 4 mascherati da rigenerazione”.

Livadoti riconosce il valore di momenti come quello dell’Acquario Romano, perché consentono di nominare i problemi, e soprattutto di portare la complessità sul tavolo politico. Ma aggiunge due elementi spesso sottovalutati. Il primo è economico, rigenerare costa, e senza risorse la legge rischia di restare un manifesto. Il secondo è amministrativo, perché nei piccoli enti la macchina tecnica è spesso sotto organico e non sempre aggiornata rispetto alle innovazioni, dai processi digitali alle competenze specialistiche.

“Per fare rigenerazione urbana occorrono risorse perché alcuni territori non ce l’hanno, e potrebbe rimanere una legge di principi. Poi c’è il tema delle competenze, spesso i soggetti deputati al controllo e alla verifica non sono a passo con i tempi”.

Dentro questa cornice, il caso Milano diventa un’ombra lunga. Non tanto per la speculazione, che in province come Rieti o contesti lontani dalle dinamiche metropolitane ha un impatto diverso, quanto per l’effetto psicologico e amministrativo, la paura, i rallentamenti, i ripensamenti. È il punto in cui la rigenerazione urbana mostra il suo volto più fragile, se la regola è incerta, anche chi dovrebbe decidere tende a non decidere.

Una domanda sola, che vale per tutti: chi scrive la norma, e chi la rende praticabile

Mettendo insieme le quattro interviste, il messaggio è coerente. La rigenerazione urbana è un’urgenza, ma anche un terreno minato se non si chiarisce il quadro. Talia chiede una riforma che abroghi davvero il passato e non lo aggiri. Guarnieri difende il ruolo sociale dell’architetto e invoca una norma che distingua e ordini. Miluzzo lega l’obiettivo politico degli alloggi alla qualità del progetto e alla certezza operativa. Livadoti avverte sul rischio di “rigenerazione” usata come maschera, e richiama risorse e competenze, perché senza capacità attuativa le leggi restano titoli.

La puntata di Casa Radio ha avuto il merito di ricondurre la rigenerazione urbana dentro l’agenda quotidiana, accanto ai grandi eventi e alle classifiche sul benessere. Perché in fondo è la stessa discussione, come si costruisce qualità della vita, in che modo si riducono divari territoriali, con quali regole si proteggono cittadini e professionisti, e con quale idea di città si decide di ripartire.

Se c’è un filo che unisce le quattro voci, è la richiesta di prevedibilità. Non una parola astratta, ma una condizione concreta, norme leggibili, competenze chiare, strumenti praticabili, risorse e formazione e soprattutto un patto tra politica e tecnici, perché la rigenerazione urbana, lo dicono in modi diversi tutti gli intervistati, non può essere né una bandiera né una scorciatoia, deve diventare un sistema di regole che consenta di trasformare l’esistente, senza trasformare la complessità in paura.

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BRICKS AND MUSIC
Puntata del 06/02/26
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