Dare forma alla responsbilità della sostenibilità: dal Terzo Paradiso a Torri RISOrsa – Intervista con Tiziana Monterisi

Dalla bioarchitettura come equilibrio alla salubrità come diritto, fino alla filiera del riso trasformata in materia prima per costruire. Nell’intervista a Essere e Abitare, Tiziana Monterisi racconta come l’architettura diventi “presa in carico” quando incontra l’housing sociale: Torri RISOrsa a Milano, retrofit off‑site, tetti verdi e orti condivisi, tra impatti ambientali misurabili e sostenibilità sociale che si gioca sulla partecipazione e sulla cura nel tempo.

«Michelangelo, tu fai un simbolo. Io costruisco case». È in questa frase, detta da architetta a un artista, che si sente tutta la tensione tra visione e realtà. Tiziana Monterisi racconta a Essere e Abitare che i dieci anni accanto a Michelangelo Pistoletto – e il lavoro sul Terzo Paradiso – le hanno lasciato in eredità una domanda: come tradurre l’idea di equilibrio tra natura e artificio in un progetto che regga al cantiere, al budget e alla vita quotidiana degli abitanti.

Il Terzo Paradiso, nella lettura di Monterisi, è una bussola: il primo paradiso come equilibrio originario tra uomo e ambiente; il secondo come dominio dell’artificio; il terzo come riconciliazione tra tecnologia e natura. Ma la bussola, per un architetto, deve indicare una direzione praticabile: materiali, processi, tempi. E infatti il discorso scivola subito su parole oggi elastiche – bioedilizia, bioarchitettura – che rischiano di diventare etichette se non si misura il ciclo di vita e se non si rimettono al centro tutti gli attori della filiera: chi produce, chi posa, chi abita, e chi erediterà gli impatti.

Qui arriva il punto di rottura: «si è confuso per tanti anni – e ancora oggi – che bioarchitettura ed efficientamento energetico siano la stessa cosa». Si può ottenere una prestazione energetica eccellente anche con materiali petrolchimici, ma questo non dice nulla su salubrità e comfort nel tempo, né su ciò che accade alla fine vita. Per Monterisi, la casa è una «terza pelle»: dovrebbe proteggere, non ammalare – e non ammalare nemmeno chi la costruisce.

Da questa esigenza, racconta, nasce RiceHouse: prima come sperimentazione quasi artigianale per trovare gli strumenti che mancavano, poi come impresa con unità di progettazione, prodotto e open innovation. La scelta del riso non è romantica: è un cereale globale, coltivato in cinque continenti e in oltre cento Paesi; produce nutrimento e lascia in campo una frazione non edibile che può diventare materia prima rinnovabile. L’obiettivo è trasformare uno scarto in risorsa senza spostare il problema più avanti nel tempo.

Il punto in cui l’architettura smette di essere forma e diventa presa in carico, però, non è un laboratorio: è l’housing sociale. Monterisi lo dice senza giri di parole: il fine non è l’“architettura wow”, ma far vivere bene le persone. E il progetto che più sintetizza questa responsabilità è Torri RISOrsa, riqualificazione di quattro torri anni Ottanta nel quartiere Barona a Milano: retrofit energetico e rigenerazione sociale nello stesso gesto.

Tre gli elementi che, secondo lei, rendono Torri RISOrsa un caso scuola: il progetto partecipato con gli inquilini; l’intervento di retrofitting realizzato completamente off‑site con materiali naturali bio‑based e struttura in legno; la trasformazione delle coperture in circa 3.500 metri quadrati di tetti e giardini pensili, restituendo – sopra – una superficie ‘captante’ equivalente a quella consumata a terra.

Il cantiere è la prova del nove. Qui l’innovazione non è solo il materiale, ma il processo: pannelli “plug and play” prefabbricati (tre metri per otto) portati in quota e montati con due uomini in opera – uno in gru e uno sul cestello – arrivando a montare, racconta, fino a sei piani al giorno. Spostare la manodopera in fabbrica, al coperto, significa anche sicurezza e tempi certi: sette mesi di lavori, con una scadenza non negoziabile dettata dal Superbonus 110.

La parte più interessante, però, non è quella che finisce nelle brochure. È l’idea che un tetto verde non sia un benefit privato, ma un’infrastruttura urbana: impatta su acqua e invarianza idraulica, biodiversità e microclima, fino all’abbassamento delle temperature estive – «4‑5 gradi rispetto a tutto il quartiere», dice. E soprattutto parla di povertà energetica: se d’estate non serve il condizionatore, non è solo comfort, è equità.

Poi c’è la dimensione sociale, che qui non è “arredo urbano”. Gli inquilini – inizialmente scettici – vengono coinvolti nelle scelte: dai materiali alle coperture, oggi orti sociali coltivati dai residenti. La scelta cruciale è che quei 3.500 metri quadrati non diventano una somma di proprietà individuali: niente lotti, ma un orto condiviso, dove chi può coltiva e il raccolto viene condiviso. È una micro‑politica dell’abitare, che ha anche un effetto pratico: collaborazione, accesso agli appartamenti, meno attriti, tempi ridotti.

Resta il nodo economico. Monterisi lo ricostruisce con franchezza: per anni il progetto cerca fondi, finché arriva il Superbonus e rende possibile mettere a terra l’operazione; entra A2A a finanziare, con la logica dello sconto e della compensazione verso lo Stato. È qui che l’intervista si fa più interessante: la sostenibilità non è mai neutra, è sempre anche una domanda su chi paga, chi beneficia, e su quali condizioni rendono replicabile un modello.

Nel finale, Monterisi sposta lo sguardo sulla città. Diffida della retorica delle smart city come felicità “a colpi di app”: la priorità, dice, sono spazi salubri e confortevoli, verde accessibile, materiali valutati sul ciclo di vita e un’idea di sostenibilità che tenga insieme riduzione delle emissioni e giustizia sociale. E in controluce torna la domanda iniziale: se la visione non attraversa il cantiere e non cambia la vita delle persone, resta un simbolo. Bello, ma innocuo.

 

Chi è Tiziana

Architetta e imprenditrice, ha lavorato per dieci anni con Michelangelo Pistoletto e con la visione del Terzo Paradiso, portando il tema della trasformazione sociale e responsabile dentro il progetto architettonico. È co‑fondatrice di RiceHouse, nata per sviluppare e rendere disponibili materiali e soluzioni costruttive a partire dagli scarti della filiera del riso. Tra i progetti citati in puntata, Torri RISOrsa a Milano: intervento di housing sociale e retrofitting con prefabbricazione off‑site, materiali bio‑based e tetti verdi/orti condivisi, realizzato con il coinvolgimento attivo degli inquilini.

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