La fatica invisibile che ci ruba energia ogni giorno.
Ogni settimana, davanti al microfono de Il Salotto del Coach, cerco di portare uno sguardo che non si fermi alla superficie delle cose. Nella puntata di questa settimana ho voluto affrontare un tema che, secondo me, riguarda tutti, anche se spesso non sappiamo dargli un nome preciso: la stanchezza decisionale.
Viviamo in un tempo che ci obbliga a scegliere in continuazione. Scegliamo cosa fare appena svegli, scegliamo come rispondere ai messaggi, scegliamo cosa leggere, cosa comprare, cosa rimandare, cosa accettare, cosa mostrare di noi. Il punto è che non sono solo le grandi scelte a pesare. Sono soprattutto le piccole decisioni quotidiane, quelle apparentemente innocue, a consumare lentamente la nostra energia mentale.
Io credo che molte persone oggi non siano davvero pigre, disorganizzate o inconcludenti. Credo, piuttosto, che siano sature. Hanno la mente piena, l’attenzione frammentata, il sistema nervoso costantemente sollecitato. E quando una persona è satura, anche scegliere una cosa semplice può diventare faticoso.
Questa è una riflessione che mi accompagna spesso, non solo come coach, ma anche come osservatore dei cambiamenti sociali. Per anni ci siamo raccontati che avere più possibilità significasse vivere meglio. In parte è vero. Avere possibilità è una forma di libertà. Ma c’è un punto oltre il quale l’abbondanza di opzioni non libera più: confonde. E quando tutto è disponibile, tutto sembra urgente, tutto sembra interessante, tutto sembra potenzialmente giusto o sbagliato. Così la mente resta aperta su troppi fronti e perde lucidità.
Nel lavoro lo vedo chiaramente. Persone intelligenti, capaci, preparate, che però a un certo punto non decidono più in base a ciò che conta davvero, ma in base a ciò che pesa meno in quel momento. Si tende a scegliere il compito più semplice, la risposta più rapida, la via meno scomoda. Non perché manchi visione, ma perché manca energia mentale sufficiente per reggere il peso della complessità.
Nelle relazioni accade qualcosa di simile. Quando siamo stanchi di decidere, diventiamo più irritabili, meno presenti, più distratti. Ascoltiamo peggio. Reagiamo in fretta. Rimandiamo confronti importanti. E finiamo per vivere una strana contraddizione: siamo connessi con tutti, ma meno disponibili davvero.
Da autore e conduttore di questo programma, mi interessa raccontare proprio queste crepe invisibili del presente. Perché spesso il disagio non nasce da un grande trauma, ma da una somma di micro-sovraccarichi quotidiani che non riconosciamo. E la stanchezza decisionale è uno di questi. Silenziosa, sottile, moderna.
Allora la domanda diventa: come se ne esce?
Non credo con una formula magica. Credo però che serva un cambio di postura. Prima di tutto, dobbiamo smettere di dare la stessa importanza a tutto. Non ogni scelta merita la nostra stessa quantità di attenzione. Ci sono decisioni che possiamo semplificare, automatizzare, alleggerire. Le routine, se ben costruite, non sono una prigione: sono una forma di protezione mentale.
Poi serve chiarezza. Molte persone si affaticano perché decidono senza criteri. Ogni volta ripartono da zero. Ogni volta aprono un dibattito interiore infinito. Ma quando una persona conosce i propri valori, le priorità del proprio momento di vita, ciò che è davvero coerente con sé, allora scegliere diventa meno dispersivo.
Infine, c’è un bene che nel 2026 considero sempre più prezioso: l’attenzione. Difendere la propria attenzione oggi è un atto di leadership personale. Dove metti l’attenzione, metti energia. E dove metti energia, costruisci la qualità della tua vita.
Ecco perché ho voluto dedicare una puntata a questo tema. Perché non abbiamo bisogno di scegliere tutto. Abbiamo bisogno di scegliere meglio. Con più presenza, più criterio, più verità. Forse la vera libertà non è avere cento porte aperte. Forse la vera libertà è sapere quale porta attraversare, e farlo senza continuare a voltarsi indietro.








