Quando la prevenzione prova a diventare misurabile: Lattanzi, il “paradosso della prossimità” e la sfida di leggere la violenza prima dell’atto

Lattanzi propone un cambio di paradigma fondato su osservazione sistematica, marker fisiologici e protocolli integrati, dal biofeedback alla regolazione emotiva, fino a sperimentazioni che includono la pet therapy.

L’intervista a Massimo Lattanzi si apre con una constatazione che sembra ovvia, ma che in realtà ribalta molte narrazioni consolatorie: la violenza che uccide, nella maggior parte dei casi, non arriva da fuori.

Arriva da dentro. Dentro la casa, dentro la relazione, dentro quel perimetro affettivo che per definizione dovrebbe essere protezione. È il “paradosso della prossimità”, come lo descrive l’intervistatore, ed è anche il punto da cui Lattanzi fa partire un ragionamento che non concede scorciatoie: se continuiamo a leggere gli omicidi familiari come esplosioni improvvise, come “raptus” o “follie” isolate, continueremo a inseguire l’evento quando è già accaduto. Se invece li leggiamo come esito di traiettorie, e proviamo a misurare quelle traiettorie, allora la prevenzione smette di essere una parola generica e diventa una disciplina operativa.

Lattanzi richiama i dati dell’Osservatorio nazionale sugli omicidi familiari, un monitoraggio avviato dal 2013. Il metodo, spiega, si basa sulla raccolta di informazioni da testate giornalistiche online attraverso procedure OSINT, con un successivo controllo umano per verificare la correttezza dei dati. È un punto non secondario: la fonte non è un’astrazione, ma il flusso reale della cronaca, ordinato e validato per ricostruire pattern.

Il nodo principale, però, non è la tecnica di raccolta, ma ciò che emerge dalla fotografia: quando la vittima è donna, in una quota che Lattanzi sintetizza come “due casi su tre”, l’autore è il partner o l’ex partner. Quando la vittima è uomo, la familiarità si allarga maggiormente verso parenti o conoscenti. Gli sconosciuti, sottolinea, rappresentano una percentuale minima, citata come inferiore al 5 per cento. È il punto che rende la prevenzione più complessa, perché sposta il rischio dal “fuori” al “dentro” e costringe a ripensare anche i messaggi educativi tradizionali: non basta più l’idea di difendersi dallo sconosciuto, bisogna saper leggere i segnali anche nelle relazioni di fiducia.

Il “non mi fermo allo sto bene”: trauma relazionale e inganno delle apparenze

Il passaggio successivo dell’intervista introduce un secondo elemento decisivo: l’inganno. Lattanzi racconta una scena che molti riconoscono: chi sta intorno percepisce che qualcosa non va, chiede, prova a capire, ma riceve una risposta chiusa, rassicurante, quasi automatica: “sto bene”. È qui che l’intervista si sposta dal piano della cronaca a quello clinico e psicotraumatologico.

Lattanzi collega quell’apparente normalità a traiettorie di trauma relazionale e a condizioni come il disturbo post traumatico complesso, che possono radicarsi in esperienze precoci e produrre, nel tempo, modalità di sopravvivenza. La chiave, nella sua lettura, è che il corpo “impara” a reagire prima ancora della coscienza: si attiva o si spegne, va in iperallerta o in dissociazione. E questo, spiega, limita la capacità di leggere il mondo, di riconoscere il rischio, di tradurre in parole ciò che accade dentro.

In questo quadro, la prevenzione non è più solo informazione o moral suasion. Diventa capacità di intercettare segnali che non sono sempre verbalizzabili. E qui entra in campo la parte più “scientifica” dell’intervista: l’idea di integrare strumenti oggettivi.

Biofeedback e parametri fisiologici: la proposta di una prevenzione “senza bias”

Lattanzi non presenta il biofeedback come un gadget tecnologico, ma come una leva per ridurre il peso dei pregiudizi e aumentare la precisione nella valutazione del rischio. Nell’intervista, descrive in modo concreto lo strumento: una centralina collegata al computer, sensori, più canali di lettura. I parametri citati sono tre, considerati centrali nel suo racconto.

Il primo è la conduttanza cutanea, che registra micro particelle di sudore non percepibili a occhio nudo. Il secondo è la variabilità della frequenza cardiaca, non il semplice battito, ma l’elasticità con cui l’organismo si adatta allo stress. Il terzo è l’elettromiografia, legata alla tensione muscolare, indicata come un canale difficile da “controllare” volontariamente e quindi utile soprattutto per quei profili che riescono a gestire altri segnali.

Qui l’intervista si fa, inevitabilmente, controversa e interessante. Perché quando si parla di misurazione del rischio, il timore è sempre lo stesso: determinismo, etichette, “macchine che giudicano”. Lattanzi prova a prevenire questa obiezione con una precisazione ripetuta: non esiste bacchetta magica, non c’è previsione certa, non c’è determinismo. Lo scopo è fornire indicazioni probabilistiche e comparate, una stima del rischio di perdita di controllo degli impulsi, espressa come differenza percentuale rispetto a una media o a un altro profilo.

È un passaggio cruciale perché delimita il campo d’uso: non sostituire la decisione clinica o giudiziaria, ma affiancarla con un livello di oggettività che riduca errori, sottovalutazioni, stereotipi.

“Violenza calda” e “violenza fredda”: quando l’assenza di segnali è il segnale

L’intervista si addentra poi in una distinzione che colpisce anche perché è poco presente nel discorso pubblico: la differenza tra violenza calda e violenza fredda. Nella spiegazione di Lattanzi, la violenza calda è più visibile: escalation, comportamenti sentinella, segnali che si manifestano e che spesso vengono sottovalutati fino a quando diventano incontrollabili. La violenza fredda, invece, è quella che non mostra, che indossa una maschera, che può apparire socialmente ineccepibile, perfino premurosa.

È in questo punto che la proposta del biofeedback viene rivendicata come strumento capace di “vedere” ciò che la relazione e l’immagine sociale nascondono. Lattanzi richiama anche un’esperienza maturata in contesti carcerari, tra il 2012 e il 2023, in sezioni dedicate a uomini autori di violenza, sostenendo di aver riscontrato una percentuale significativa di profili riconducibili alla “violenza fredda”, difficile da monitorare con i soli indicatori comportamentali.

Il punto, nella logica dell’intervista, è che il rischio non coincide sempre con l’aggressività manifesta. A volte coincide con l’assenza di tracce. E questa assenza, nella pratica quotidiana di chi opera sul campo, è la trappola più pericolosa.

Dal “pregiudizio” al corpo: la critica ai luoghi comuni e il ribaltamento del mito romantico

C’è un momento, nella seconda parte dell’intervista, in cui il discorso torna sul tema del pregiudizio, ma non in senso astratto. L’intervistatore chiede se esista un pericolo specifico nel non riconoscere segnali di malessere, soprattutto quando questi vengono liquidati con stereotipi di genere, come l’idea che la donna sia “emotivamente complicata” e quindi meno credibile. Lattanzi risponde spostando l’asse: preferisce parlare di persone, non di categorie, e torna a un punto già evocato, quello del “sto bene” come risposta terapeuticamente ingannevole.

Poi introduce un concetto che, per come viene espresso, suona come una critica al romanticismo tossico: il “paradosso del partner”. Lattanzi sostiene che in molte dinamiche di coppia le persone riconoscono nell’altro, spesso in modo inconsapevole, tracce del proprio trauma. E confondono l’attivazione fisiologica con l’innamoramento. In altre parole, il corpo si “accende”, il battito aumenta, l’adrenalina sale, e quella risposta viene letta come sintonia, destino, passione. Nella sua lettura, a volte è un segnale d’allarme che non viene ascoltato.

È un passaggio delicato, perché non pretende universalità, ma apre una finestra su un problema reale: se la memoria traumatica è implicita e corporea, la prevenzione deve includere una cultura del corpo e non solo della parola. E se la comunicazione verbale rappresenta una quota minima del messaggio relazionale, come sostiene Lattanzi, allora la formazione deve essere ripensata.

Pet therapy e regolazione emotiva: la prevenzione come addestramento alla stabilità

Il secondo pilastro operativo dell’intervista è quello degli interventi di autoregolazione e stabilizzazione emotiva. Qui la pet therapy entra non come simbolo di “dolcezza”, ma come componente di un percorso integrato. Lattanzi spiega che il biofeedback non serve solo a valutare: esistono training standardizzati che, in base alla misurazione, suggeriscono esercizi per riportare la persona verso una maggiore regolazione.

L’esperienza con gli animali viene descritta come una sperimentazione: un campione selezionato, persone con iperattivazione e ipoattivazione misurate, sedute strutturate con cani che, per caratteristiche e conduzione, favoriscono l’abbassamento o l’innalzamento dell’attivazione. L’esito, nella narrazione di Lattanzi, è un movimento verso il centro della “finestra di tolleranza”, cioè verso una condizione di equilibrio in cui l’organismo non scivola facilmente in disregolazione.

In questo passaggio l’intervista chiarisce un punto spesso trascurato: la prevenzione non riguarda solo “capire” razionalmente cosa sia la violenza. Riguarda anche la capacità fisiologica di restare dentro la frustrazione, dentro il rifiuto, dentro il limite, senza trasformare l’emozione in azione distruttiva. È il legame diretto con il tema che l’intervistatore sintetizza in una frase: imparare a subire i no.

Il Summit del 13 febbraio: la scienza della prevenzione e il protocollo V.E.R.A.

L’intervista è attraversata da un riferimento ricorrente, che funge da cornice: il Summit internazionale del 13 febbraio 2026 a Roma, previsto alla Sala Tevere della Regione Lazio. Lattanzi lo presenta come un appuntamento aperto, pensato per operatori ed esperti, con un obiettivo dichiarato: mostrare dati, strumenti, applicazioni pratiche, e spingere verso una strategia di prevenzione strutturale.

La componente più citata è il protocollo V.E.R.A., collegato alla valutazione del rischio di violenza e alla psicotraumatologia relazionale, con un’attenzione particolare alla riduzione dei bias e alla misurazione attraverso parametri fisiologici.

Ma forse la parte più rivelatrice dell’intervista non è l’elenco dei contenuti, bensì la denuncia implicita di un vuoto di sistema. Lattanzi racconta di aver inviato molti inviti a centri antiviolenza, magistratura, forze dell’ordine, avvocati e altri attori, e teme una partecipazione ridotta. La sua conclusione è severa: senza volontà, gli strumenti restano potenzialità. E la prevenzione, se non entra nelle routine, resta dichiarazione d’intenti.

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BRICKS AND MUSIC
Puntata del 09/02/26
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