C’è una scena che, da sola, racconta un equivoco enorme: quello tra motivazione e metodo.
Maurizio Pesenti ed Elvira Cuka, in una delle conversazioni più “pratiche” e utili del Salotto del Coach, hanno messo a fuoco un punto che interessa chiunque lavori sotto pressione, gestisca un team, o semplicemente voglia smettere di sentirsi in balia delle giornate: la motivazione va e viene, il metodo resta.
E no, non è una frase fatta. È una mappa per lavorare meglio, vivere meglio e ottenere risultati veri.
La motivazione è come il meteo
Maurizio la spiega con un’immagine chiarissima: la motivazione è volatile, dipende da fattori esterni, cambia rapidamente.
Un giorno ti senti “carico”, il giorno dopo sei scarico. A volte basta una telefonata storta, un cliente che rimanda, una riunione tossica, e… puff: la motivazione sparisce.
E qui arriva la trappola: quando confondiamo motivazione e metodo, iniziamo a credere che “non fare” sia normale, perché “non mi sento motivato”.
Il problema? Nel mondo reale, soprattutto nel 2026, nessuno costruisce risultati solidi sul meteo.
Il metodo è protezione (e autodisciplina intelligente)
Il metodo, invece, è un’altra cosa: è protezione, è “armatura gentile”, è il sistema che ti fa andare avanti anche quando non hai voglia. Non è rigidità. È rispetto: per te stesso, per i tuoi obiettivi, e per le persone che contano su di te (clienti, colleghi, team, famiglia).
A un certo punto, Maurizio racconta anche un esempio “forte”: un programma satirico in cui si vede una leader motivazionale che urla ordini a un team vendite. La classica estetica da “carica e spingi”. Ormai quel modello può fare spettacolo. Ma come sottolinea Maurizio, non è efficace nel 2026: oggi le persone non crescono con l’urlo, crescono con struttura, chiarezza e contesto.
Le 3 regole d’oro per non perdere il metodo (anche quando perdi la motivazione)
Durante la puntata, Maurizio ed Elvira anticipano un punto chiave: se vuoi risultati, devi proteggere il metodo nei giorni “no”. E lo fai con tre regole semplici, quasi disarmanti.
1) Quando crolla la motivazione, fai il minimo (ma fallo)
Il primo errore, quando la motivazione cala, è interrompere.
Il metodo, invece, ti dice: non fermarti del tutto.
Fai il minimo indispensabile per mantenere il flusso.
Perché? Perché il blocco non nasce dal lavoro: nasce dalla rottura della continuità.
Anche un’azione piccola è un “ponte” che ti evita di ripartire da zero domani.
2) Usa blocchi di focus: il Metodo del Pomodoro
La seconda regola è un classico… che funziona proprio perché è concreto:
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25 minuti su una sola attività
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5 minuti di pausa
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ripeti 4 volte
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poi pausa lunga di circa 30 minuti
Maurizio insiste su una cosa decisiva: il focus non è “fare tanto”. È tagliare le distrazioni.
Quindi: via telefono, via notifiche, via social.
Per 25 minuti sei “in missione”, non “in esplorazione”.
Elvira aggiunge un dettaglio molto interessante e reale: non tutti i lavori hanno lo stesso ritmo. Per le attività creative, ad esempio, lei trova più efficace un blocco da 50 minuti. Il concetto però non cambia: tempi chiari, confini chiari.
3) Scegli le 3 attività più importanti della giornata
Qui Elvira piazza una strategia da manuale: quando senti resistenza o confusione, non devi “fare tutto”. Devi scegliere tre priorità vere.
Tre cose che, se fatte, rendono la giornata utile anche se il resto va storto.
È un modo semplice per togliere potere al caos e rimettere la guida nelle tue mani.
I 4 sabotaggi che ti impediscono di iniziare (e ti fanno mollare a metà)
Poi la conversazione entra in un territorio molto umano: quello degli autosabotaggi.
Ne identificano quattro, che in realtà colpiscono tutti — dai professionisti ai leader, dagli imprenditori a chi sta provando a cambiare lavoro o fare un salto di livello.
1) Aspettare il momento perfetto
Il perfezionismo travestito da prudenza.
Elvira lo smonta con una frase che andrebbe stampata: “meglio che perfetto”.
Perché spesso “perfetto” è solo una scusa elegante per non esporsi.
2) Obiettivi troppo grandi
Quando l’obiettivo è enorme, la mente va in tilt.
E cosa fa? Ti spinge a rimandare.
Qui la soluzione è brutale e bellissima: inizia piccolo, subito, con azioni semplici e misurabili.
3) Ambiente distraente
Se lavori in un ambiente che ti spezzetta l’attenzione, non è che “non sei motivato”.
È che stai giocando una partita con le regole contro di te.
Il metodo (Pomodoro, priorità, blocchi) serve proprio a ricostruire un contesto protetto.
4) Guardare solo i risultati e ignorare i processi
Questa è la trappola più tossica, soprattutto nei team: giudicare solo il risultato finale.
Elvira sottolinea un punto da leader evoluta: vanno giudicati i processi, non solo gli esiti.
Perché se giudichi solo il risultato, alimenti ansia, autosabotaggio e un clima da “tribunale”.
E infatti Maurizio ed Elvira convergono su una cosa: i leader dovrebbero concentrarsi sull’aiutare le persone a crescere, non sul colpirle quando non arrivano al target. Altrimenti si crea un circolo vizioso che avvelena l’ambiente di lavoro.
Metodo = rispetto (e anche amore per sé)
Verso la fine, la conversazione si fa più profonda: applicare un metodo non è solo produttività. Per Maurizio, il metodo è rispetto verso se stessi e verso gli altri.
Elvira rincara: è anche una forma di amore verso sé.
Non ti serve sentirti motivato per fare le cose importanti.
Ti serve un metodo che ti accompagni anche quando non hai voglia.
Voglio lasciare una domanda per chi legge:
stai inseguendo motivazione… o stai costruendo metodo?










