Macron, il neocolonialismo e la prova della coerenza  

Ecco che alza la voce. Emmanuel Macron ha accusato apertamente gli Stati Uniti e Donald Trump di praticare una forma di neocolonialismo: parole che hanno un peso politico che va oltre la polemica del giorno. Neocolonialismo oggi: la forza militare e il controllo territoriale sono marginali, ma gli strumenti veri molto più raffinati: finanza, debito, accesso alle risorse, regole economiche scritte altrove.

Ed è proprio qui che il discorso si fa scomodo. Macron denuncia il neocolonialismo altrui. Ma la Francia? Insieme ad altri Paesi occidentali? Beh, la Francia continua a essere parte attiva di uno dei sistemi di dipendenza economica più persistenti del secondo dopoguerra: il debito africano. Una storia lunga, coerente, meschina, spregevole. E, soprattutto, un sistema strutturato.

L’eredità scomoda e infelice lasciata a molti Paesi africani che ottengono l’indipendenza, tra la fine degli anni Cinquanta e i Settanta: Stati formalmente sovrani ma economicamente fragili. Le economie sono state costruite per esportare materie prime, non per creare valore interno. Le infrastrutture servono l’estrazione, non lo sviluppo. Le industrie sono quasi assenti. In questo contesto, l’indebitamento iniziale appare quasi inevitabile: serve per finanziare servizi, importazioni, energia, infrastrutture di base. Il problema esplode negli anni Ottanta, quando l’aumento dei tassi di interesse internazionali e il crollo dei prezzi delle materie prime trasformano quei debiti in una trappola.

È in quel momento che entrano in scena in modo sistematico il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, mascherati da “Angeli custodi”. Il FMI interviene per “salvare” Paesi in crisi di bilancia dei pagamenti, ma i suoi prestiti arrivano sempre accompagnati da condizioni stringenti. Tagli alla spesa pubblica, riduzione del ruolo dello Stato, privatizzazioni, liberalizzazioni. I conti, sulla carta, migliorano. Le società, nella realtà, si impoveriscono. La Banca Mondiale, dal canto suo, finanzia lo sviluppo, ma spesso attraverso grandi progetti che aumentano il debito pubblico e coinvolgono imprese straniere che fanno grandi affari, lasciando ai Paesi beneficiari l’onere finanziario e benefici economici limitati nel tempo.

Il risultato è che molti Stati africani entrano in una spirale: nuovo debito per ripagare il vecchio, nuove riforme imposte dall’esterno, margini di decisione sempre più ridotti. E il debito resta un problema economico e uno strumento subdolo di governo indiretto.

A coordinare questo sistema c’è anche il Club di Parigi, dove non si gioca a tennis o a calcetto, ma dove i principali Paesi creditori pubblici, come Usa, Russia, Inghilterra, Germania, Israele, Francia, e, udite udite,  ci siamo anche noi italiani, decidono come e quando ristrutturare i debiti dei Paesi in difficoltà: in pratica tutto l’emisfero sud del globo terrestre, a parte Brasile e Australia che siedono nel Club tra uno Spritz e un Cuba libre con ghiaccio. È un meccanismo efficiente dal punto di vista dei creditori, ma profondamente asimmetrico. I creditori si presentano uniti, i debitori uno alla volta. Le regole non si negoziano davvero, si accettano. Anche qui, il linguaggio è rassicurante: cooperazione, solidarietà, sostegno. La sostanza resta quella di un controllo finanziario esercitato dall’esterno. Aiuti per i paesi in via di sviluppo: ma “sviluppo fino ad un certo punto”, sia ben chiaro!

È per questo che le parole di Macron sul neocolonialismo, pur condivisibili nella critica a una politica di potenza aggressiva, sollevano una questione di coerenza. La Francia ha avuto per decenni un ruolo centrale nei meccanismi monetari e finanziari che hanno limitato la sovranità africana. È parte attiva delle istituzioni che hanno imposto programmi di aggiustamento strutturale. È membro influente del Club di Parigi. Non si tratta di attribuire colpe morali, ma di riconoscere una responsabilità storica e politica.

Il punto non è stabilire chi sia “peggio” tra vecchie e nuove potenze. Il punto è che non si può denunciare il neocolonialismo come pratica altrui senza interrogarsi sul proprio ruolo nei sistemi che producono dipendenza, debito cronico e perdita di autonomia. Il neocolonialismo, oggi, non passa solo dai carri armati o dalle basi militari, ma da contratti finanziari, politiche monetarie imposte, riforme scritte fuori dai Parlamenti nazionali.

Se davvero la Francia, l’Europa e gli altri grandi creditori vogliono essere credibili quando parlano di fine delle logiche coloniali, la questione del debito africano non può restare sullo sfondo. Serve una revisione profonda del ruolo di FMI e Banca Mondiale, una riforma reale del Club di Parigi, cancellazioni di debito che non siano simboliche e, soprattutto, la restituzione di spazi di sovranità economica ai Paesi africani.

Altrimenti, le parole restano forti, ma isolate. E l’Africa continua a essere il luogo dove il neocolonialismo viene denunciato a parole, mentre, a conti fatti, continua a funzionare.

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