L’Italia che vale è bellezza viva: Cristina Galassi e la responsabilità di custodire l’arte

Ci sono puntate in cui parli di economia.
Altre in cui parli di impresa.
Altre ancora in cui tocchi temi sociali, politici, tecnologici.

Poi ci sono puntate come questa.
In cui parli di identità.

Con la professoressa Cristina Galassi abbiamo fatto una cosa semplice e difficilissima allo stesso tempo: abbiamo rimesso l’arte al centro della parola “Italia”.

Non come ornamento.
Non come cartolina.
Non come rendita turistica.

Ma come coscienza.

Cristina Galassi è una storica dell’arte. È una studiosa che ha attraversato la storiografia, la museologia, le requisizioni napoleoniche, il collezionismo, la dispersione delle opere, la tutela del patrimonio. È una voce autorevole, ma soprattutto è una docente che lavora ogni giorno con i giovani. E questo cambia tutto.

Abbiamo iniziato dalla sua scelta di vita. Una scelta quasi istintiva. Chimica o storia dell’arte. Razionalità o vocazione al bello. Ha scelto il bello. Ma non in senso estetico superficiale. Ha scelto le radici.

E da lì siamo entrati nel tema caldo delle restituzioni: i marmi del Partenone, le opere trafugate, le requisizioni napoleoniche. Restituire o non restituire? Giustizia storica o museo universale?

Cristina non ha dato una risposta ideologica. Ha fatto una cosa più complessa: ha mostrato il problema nella sua stratificazione. Da un lato l’identità dei popoli. Dall’altro la storia dei musei come luoghi universali di conoscenza. È un equilibrio fragile. È un dibattito aperto. E non si risolve con uno slogan.

Poi abbiamo parlato di giovani. E qui, per me, la puntata ha cambiato passo.

Perché quando Cristina dice che l’ora di storia dell’arte dovrebbe essere la più importante, non sta facendo una provocazione accademica. Sta dicendo che educare al bello significa formare cittadini migliori.

La Costituzione parla di patrimonio artistico della Nazione. Nazione: non è una parola neutra.

Il patrimonio non è la Gioconda lontana in un museo straniero.
È la piazza sotto casa.
È il paesaggio che attraversiamo ogni giorno.
È la chiesa, la strada, il centro storico, la collina.

Se un ragazzo non sente quel patrimonio come suo, lo perderà. E perderà una parte di sé.

Abbiamo toccato un tema delicato: il digitale. L’arte vista sugli schermi, in altissima risoluzione, replicata, condivisa, filtrata. È utile? Certo. È sufficiente? No.

Cristina lo ha detto chiaramente: nessuna immagine digitale può sostituire l’emozione dell’originale. Nessuna riproduzione può restituire il rapporto fisico con l’opera.

E allora la responsabilità è nostra. Dei docenti. Dei genitori. Di chi comunica cultura. Non banalizzare. Non trasformare tutto in qualcosa di “instagrammabile”. Non svendere il contenuto per avere visibilità.

Abbiamo parlato anche di parità di genere nel mondo accademico e museale. Il famoso “glass ceiling”. Le donne sono tante tra le studentesse. Poi, salendo nei ruoli di vertice, diminuiscono. Non è un’accusa. È un dato. E i dati, quando si ha onestà intellettuale, si guardano in faccia.

E poi la pace.

La mostra su San Francesco e il lupo. Un simbolo potente. In un’epoca in cui alla violenza si risponde con altra violenza, il gesto di pacificare con la parola diventa quasi rivoluzionario.

L’arte non è evasione.
È proposta.
È memoria attiva.
È futuro possibile.

Questa è stata una puntata che non ha parlato solo di quadri e sculture.
Ha parlato di responsabilità.

Perché avere la bellezza attorno non basta.
Bisogna meritarla.

E l’Italia, quella che vale, è quella che la studia, la protegge, la racconta, la trasmette.

Non quella che la consuma.

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