Non abbiamo parlato di tecnologia.
Abbiamo parlato di cervelli.
La puntata con Fabrizio Degni, ricercatore, esperto di etica e governance dell’IA, non è stata una di quelle rassicuranti, piene di slogan sull’innovazione e sul futuro che “sarà migliore”. È stata una puntata scomoda. Necessaria. Di quelle che ti fanno spegnere il telefono mentre ascolti, se hai ancora il coraggio di farlo.
Il punto di partenza è semplice solo in apparenza: stiamo delegando sempre più funzioni cognitive fondamentali. Memoria. Attenzione. Scelta. Giudizio.
Usiamo lo smartphone per ricordare appuntamenti, numeri, nomi. Poi per orientarci. Poi per scegliere cosa leggere. Poi cosa comprare. Poi cosa pensare.
Questo processo ha un nome preciso: offloading cognitivo. Esternalizzare il pensiero per ridurre la fatica mentale.
Il problema non è farlo ogni tanto.
Il problema è farlo sempre.
La memoria imperfetta è una forza, non un difetto
Durante la puntata è emerso un concetto che ribalta completamente il senso comune: dimenticare non è un bug del cervello umano, è una funzione evolutiva.
La memoria biologica è selettiva, fragile, imperfetta. Ma proprio per questo ci permette di rielaborare, cambiare, crescere.
Una memoria perfetta sarebbe una condanna: significherebbe non poter mai superare un errore, un trauma, una fase della vita.
L’archiviazione digitale, invece, è perfetta ma priva di contesto, di emozione, di senso.
Se sostituiamo la memoria umana con archivi esterni, perdiamo qualcosa che non è misurabile in byte: la possibilità di evolverci.
Altro punto chiave: le piattaforme non sono neutrali: sono progettate per tenerci agganciati.
La dipendenza non è una debolezza personale: è progettazione intenzionale.
Le piattaforme digitali funzionano come slot machine cognitive. Notifiche, feed, suggerimenti, contenuti “ripescati” non servono a informarci meglio, ma a massimizzare l’engagement.
Ogni click, ogni esitazione, ogni scroll diventa un segnale.
Qui entra in gioco la paura di essere esclusi, che ci spinge a controllare il telefono anche quando non succede nulla.
Il risultato è un’attenzione frammentata, incapace di restare concentrata più di pochi minuti.
Non è distrazione: è addestramento.
Fabrizio Degni ha richiamato esplicitamente il concetto di capitalismo della sorveglianza, teorizzato da Shoshana Zuboff.
Le nostre emozioni, le nostre scelte, i nostri comportamenti online diventano merce, diventano surplus comportamentale: dati da analizzare, prevedere, monetizzare.
Non vendiamo solo ciò che scriviamo, ma come ci muoviamo, cosa evitiamo, quanto esitiamo.
Con l’intelligenza artificiale, questo processo avviene quasi in tempo reale.
L’algoritmo non aspetta più di conoscerci: ci anticipa.
E quando qualcosa ci viene suggerito prima ancora che lo desideriamo davvero, la domanda diventa inevitabile: stiamo ancora scegliendo?
Qui la puntata arriva al punto più delicato: il vero rischio dell’intelligenza artificiale non è la sostituzione dei posti di lavoro.
È l’automazione del giudizio.
Se deleghiamo alla macchina la sintesi, l’inquadramento, l’argomentazione, la decisione, smettiamo lentamente di esercitare queste funzioni.
Diventiamo esecutori di output.
E attenzione: non esiste neutralità algoritmica.
Ogni sistema è addestrato dentro un modello culturale, politico, linguistico.
Una risposta generata da un’IA americana non è uguale a una europea, asiatica o africana.
La soluzione non è rifiutare la tecnologia.
È usarla consapevolmente, confrontare più fonti, mantenere il controllo umano.
Togliere il telefono in classe non basta.
Serve insegnare come funziona la tecnologia, non solo come si usa.
Gli strumenti digitali possono essere potenti alleati dell’apprendimento, ma solo se chi insegna li comprende e li governa.
Altrimenti diventano scorciatoie cognitive che impoveriscono il pensiero.
La tecnologia non è il nemico.
Il nemico è l’uso inconsapevole.
Questa puntata ci ha lasciato una certezza scomoda: la tecnologia non ci rende stupidi, ci rende passivi, se glielo permettiamo.
Delegare memoria, attenzione e giudizio ha un prezzo.
Umano. Sociale. Politico.
Ed è un prezzo che spesso paghiamo senza nemmeno accorgercene.








