Una città che decarbonizza ma espelle le persone è davvero sostenibile? – Intervista con Elena Granata

La sostenibilità urbana rischia di diventare una checklist: CO₂, target, decarbonizzazione. Ma cosa succede quando l’ambizione “green” convive con la perdita di diritti, con l’espulsione silenziosa delle famiglie, con strade sempre più ostili e con città progettate per merci e rendite più che per vite? L’urbanista Elena Granata (Politecnico di Milano) mette al centro cura, limiti, spazio pubblico, consumo di suolo, finanziarizzazione e natura urbana: non come ornamento, ma come infrastruttura di sopravvivenza.

“La sostenibilità è diventata una parola passe-partout: sta bene un po’ su tutto, come un’etichetta pulita”. L’apertura è una provocazione che suona familiare a chi vive e osserva le città: più una parola circola, più rischia di perdere spessore. E oggi lo spessore, spesso, si comprime in un solo parametro: CO₂, decarbonizzazione, obiettivi. Necessari, certo. Ma non sufficienti. Perché una città può anche migliorare le sue prestazioni ambientali e, nello stesso tempo, diventare un luogo che espelle le persone, che restringe i diritti, che trasforma l’abitare in privilegio. È qui che la sostenibilità, ridotta a tecnica, smette di essere progetto di civiltà.

Il punto di Elena Granata è netto: “abitare” non coincide con “avere una casa”. Lo si è compreso nel modo più brutale durante il Covid, quando lo spazio domestico, da rifugio, è diventato confine. In quel periodo, osserva, si è rivelata l’evidenza che tendiamo a rimuovere: serve un habitat, non solo un alloggio. Serve un ambiente che renda possibile stare bene, avere relazioni, muoversi in sicurezza, respirare aria decente, accedere a servizi e bellezza. Per questo la “cura” non è solo una categoria morale: è una categoria concretissima, che entra nella qualità delle nostre giornate, dall’inizio alla fine.

Quando la cura scende sul piano operativo, Granata non parla di grandi slogan ma di abitudini quotidiane: attraversare sulle strisce “senza dover ringraziare”, perché non dovremmo sentirci “sopravvissuti” ogni volta che attraversiamo una strada. Ridurre la velocità, mettere in sicurezza gli incroci, impedire che le auto si incollino alle intersezioni, restituire dignità a chi cammina e a chi usa la città senza carrozzeria come scudo. Poi gli alberi, il verde, la qualità ambientale: persino la vista della natura incide sul benessere, e non solo in senso poetico. Infine i servizi: negozi sotto casa, scuole raggiungibili, trasporto pubblico fruibile e sicuro. Non è un “di più”, è l’ossatura della città abitabile.

Da qui si apre un capitolo che, nella retorica della sostenibilità, viene spesso semplificato: la mobilità. Non basta sostituire un’auto con un’altra “più pulita” se il modello resta identico e se, nel frattempo, la città viene presa d’assalto da un traffico diverso ma altrettanto invasivo: consegne, camioncini, flussi continui senza regole di orario. Granata mette in fila un dato che taglia ogni ambiguità: incidentalità e mortalità stradale restano tra le principali cause di morte nelle fasce più giovani. A quel punto la questione smette di essere tecnica: diventa etica e politica. “Ogni tanto l’impressione è che valgano più le merci delle vite dei nostri ragazzi”. La soluzione? Anche qui, niente futurismi: città a 30 km/h. “Lo dicono tutti i dati europei”, insiste, ma manca la volontà politica e una coscienza collettiva che la chieda davvero.

Il discorso sui limiti — regole, vincoli, moderazione — sembra fuori moda nell’era del “faccio ciò che voglio” e della fiducia in calo verso le istituzioni. Granata ribalta la prospettiva: serve un risveglio della società civile, perché parlare di “città di tutti” oggi appare anacronistico, sì, ma proprio per questo è urgente. Diritti alla bellezza, alla salute, all’aria pulita, all’accesso all’acqua e agli spazi comuni: parole in controtendenza, eppure — sostiene — stanno tornando latenti soprattutto nelle nuove generazioni, che provano nostalgia per ciò che non hanno vissuto: relazioni più calde, città più accoglienti, spazi gratuiti e condivisi.

È a questo punto che Milano entra in scena come cartina di tornasole. Granata non la riduce al caso del momento: la usa per ricordare cos’è una città, in senso profondo. Non la somma di interessi individuali, non una sequenza di edifici, non il collage di grattacieli. “La città è quello che c’è tra una casa e l’altra”: spazio pubblico, verde, piazze, vuoti, margini. Lì si misura il bene comune. Quando gli interessi privati e finanziari non vengono temperati, il destino è “la tragedia dei beni comuni”: ciascuno consuma il proprio pezzo finché non resta più nulla per nessuno. E qui arriva l’affondo che tocca l’ossessione italiana per il mattone: oggi la salute di una città viene spesso letta attraverso un solo termometro, il valore immobiliare. Ma quel termometro, come il PIL, non basta più.

La parola alternativa è “valutazione degli impatti”: ambientali, sociali, economici. Significa chiedersi, davanti a ogni densificazione e a ogni innalzamento di volumetrie, non solo chi guadagna, ma quali ricadute — positive e negative — produce su chi vive intorno. È sostenibile aumentare carichi urbanistici in tessuti già sovraccarichi? Spesso, dice, no: mancano natura, aria buona, spazi aperti, persino la possibilità di “vedere l’orizzonte”. E aggiunge un paradosso contemporaneo: mentre densifichiamo, avremmo bisogno di desaturare per affrontare crisi climatica e idrogeologica — suoli liberi per assorbire l’acqua, spazi aperti, terreno vivo. Se si costruisce ovunque, con cosa si pensa di sopravvivere?

La “rigenerazione”, nata come alternativa al consumo di suolo, nel giro di pochi anni — denuncia — è stata manipolata fino a diventare, in molti casi, una nuova speculazione travestita da buone intenzioni: demolire, ricostruire, densificare e infine espellere, spingendo fuori popolazioni più fragili e un ceto medio impoverito. La rigenerazione autentica, per Granata, non può essere solo edilizia: deve essere rinascita culturale, economica e civile del luogo. Altrimenti è solo un’operazione di marketing urbano.

Sul consumo di suolo, la constatazione è amara: “zero” si raggiunge davvero quando il suolo non c’è più. Eppure una buona notizia esiste: l’idea del limite è entrata nell’immaginario collettivo. Ora serve vigilanza, perché la “frangia debole” di suolo non urbanizzato è la riserva di natura che resta, quella da cui dipende la capacità di reggere la crisi climatica. Ma le grandi decisioni, avverte, sono sempre più prese prima della politica: dalla finanza, dalla finanziarizzazione delle trasformazioni. San Siro, nel racconto, diventa un esempio di asimmetria di potere tra chi ha leva economica e chi ha strumenti politici più lenti, faticosi, negoziati.

Quando si alza ancora la scala, entra un attore nuovo e ingombrante: i data center. Per Granata sono “seduttori” delle amministrazioni come lo furono i centri commerciali: promettono oneri e risorse, ma possono dissipare territorio e lasciare fragilità. Hanno un’indifferenza localizzativa che li rende potenti: possono stare ovunque e, proprio per questo, un territorio in crisi può scambiarli per “benedizione”. La leva, dice, è culturale e politica: non si discute ancora abbastanza del pauperamento ambientale e sociale che questo modello può produrre — e del fatto che, come arrivano, possono andarsene, lasciando ai comuni i frammenti di un ciclo economico già altrove.

Poi c’è la casa: “bene di famiglia” diventato merce che deve fruttare. Le piattaforme e l’overtourism hanno accelerato un processo già presente, ma oggi pervasivo: la città rischia di sostituire gli abitanti con consumatori. Granata non si chiama fuori: “ci siamo dentro tutti”, perché molti sono turisti degli affitti brevi e molti proprietari contano su quelle rendite. È qui la perversione: un modello che regge perché intrappola. Ma gli impatti sono evidenti: una gerarchia che mette in pole position il turista, poi lo studente, poi le famiglie, con espulsione crescente dei giovani con bambini — proprio quelli che tengono vivi i servizi. E una città senza infermieri, tranvieri, insegnanti può diventare inospitale perfino per chi la visita: l’effetto boomerang. La via d’uscita, di nuovo, passa per regole: contingentamenti, limiti, incentivi ad alternative, confronto con casi come Barcellona.

Infine la natura, che Granata difende con una chiarezza quasi brutale: non è ornamento. È “l’unica chance” che le città hanno per sopravvivere. Senza suoli che assorbono acqua, le città si allagano; senza ombra, esplodono le isole di calore con effetti sulla mortalità; senza verde reale, si impoverisce persino la salute psichica. Il paradosso contemporaneo è l’ambizione di piantare alberi senza avere suolo libero, o senza la cura necessaria per farli crescere. Troppa retorica, poca serietà. Eppure, dice, la natura “ce l’abbiamo dentro”: l’abbiamo rimossa diventando urbani incapaci di riconoscerne il valore.

Quando le viene chiesto un modello, Granata evita l’idea di “isole felici”: non esiste la città ideale. Esistono frammenti da imparare: Vienna per politiche di genere e cultura della casa pubblica, Barcellona per il rapporto col mare come spazio pubblico, Copenaghen per soluzioni ispirate alla natura. La città ideale è un collage di pratiche reali, da osservare e copiare con intelligenza.

La chiusura non parla di rinunce, ma di desideri. Oggi — osserva — desideriamo poco, in modo modesto, spesso orientato al consumo. Il cambiamento arriverà quando una generazione comincerà a sognare davvero un’altra città: lavoro compatibile con la vita, tempo, natura, consonanza. “Là dove si accende il desiderio di qualcosa di diverso, ci sono le premesse per il cambiamento”. Per questo, conclude, il lavoro è anche sugli immaginari: rendere credibile che cambiare sia possibile.

Chi è Elena Granata

Elena Granata è urbanista e docente al Politecnico di Milano. Si occupa di trasformazioni urbane, spazio pubblico, politiche della casa e rapporto tra città, natura e giustizia sociale. Nei suoi interventi insiste sull’idea di “città della cura” e sulla necessità di valutare la qualità urbana oltre i soli indicatori immobiliari, riportando la sostenibilità dentro la vita quotidiana, i diritti e i beni comuni. È autrice di diversi libri che hanno contribuito a portare nel dibattito pubblico temi come cura, immaginari urbani e diritto alla città, tra cui Biodivercity. Città aperte, creative e sostenibili che cambiano il mondo (Giunti/Slow Food, 2019), Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo (Einaudi, 2021) e Il senso delle donne per la città (Einaudi, 2023)

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ESSERE E ABITARE | Elena Granata
Puntata del 12/02/26
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