Sicurezza smart e mattone, quando l’allarme diventa un “plus” di mercato: il 51% degli italiani vede crescere il valore della casa

L’ingresso dei kit di videosorveglianza nel paniere Istat 2026 fotografa un cambio culturale, la sicurezza domestica passa da optional a consumo “ordinario”. Un’indagine Sector Alarm, condotta su oltre 1.200 utenti a fine gennaio, segnala che per il 51% degli italiani un sistema di protezione accresce il valore patrimoniale dell’immobile e che l’aumento percepito può arrivare fino al 10%. Nel frattempo il Bonus Casa conferma la detrazione al 50% per interventi sull’abitazione principale nel 2025-2026, alimentando l’idea della protezione come investimento e non come spesa. E nel Real Estate si apre un tema nuovo: la sicurezza come asset da raccontare, misurare e, forse, certificare.

La casa italiana sta cambiando pelle, e non solo per l’energia, la qualità dell’aria indoor o la domotica. A muoversi, oggi, è anche un’altra leva, più silenziosa ma sempre più decisiva nella percezione del valore: la sicurezza. Il segnale, questa volta, non arriva da una campagna pubblicitaria o da un trend social, ma da un indicatore statistico: nel paniere Istat 2026, quello utilizzato per misurare i prezzi al consumo, entrano anche le “apparecchiature di sicurezza”, con i kit di videosorveglianza “per segnalare i tentativi di furto”. È una novità che racconta un cambiamento di abitudini e di priorità, perché l’Istat aggiorna il paniere proprio per intercettare i consumi reali delle famiglie.

Se fino a ieri l’impianto d’allarme veniva percepito come un optional, spesso rimandabile, oggi la sua collocazione nel paniere dell’inflazione certifica un passaggio di fase: la sicurezza è entrata nella quotidianità, come voce di spesa che le famiglie riconoscono e confrontano. Non è un dettaglio, soprattutto in un mercato immobiliare in cui la differenza tra “immobile desiderabile” e “immobile da trattare al ribasso” è sempre più legata a elementi intangibili: la serenità, la reputazione di un quartiere, la gestione del rischio, la fiducia.

Dal percepito al prezzo: “vale di più” se è protetta

In questo scenario si inserisce l’indagine condotta da Sector Alarm, multinazionale attiva in Italia dal 2021, specializzata in sistemi di protezione domestica collegati a centrale operativa. Il dato che colpisce è netto: per il 51% degli italiani l’acquisto di sistemi di protezione domestica è un elemento in grado di accrescere il valore patrimoniale dell’abitazione. La survey è stata realizzata a fine gennaio 2026, su oltre 1.200 membri della base utenti italiana.

Non è solo una fotografia sociologica: è un’indicazione operativa per chi vende, compra, costruisce o gestisce immobili. Perché se un’ampia maggioranza attribuisce un premio di valore alla casa protetta, quel premio tende a tradursi, prima o poi, in un comportamento di mercato: maggiore disponibilità a pagare, minor resistenza al prezzo richiesto, tempi di vendita più rapidi, e un diverso modo di presentare l’immobile.

L’indagine riporta anche una stima di impatto potenziale: il valore immobiliare potrebbe crescere fino al 10% grazie all’installazione di sistemi di videosorveglianza, secondo quanto indicato nel racconto dei risultati. È un numero da maneggiare con cautela, perché non sostituisce una valutazione OMI o una perizia, ma è esattamente il tipo di informazione che orienta la domanda, soprattutto quando si parla di “valore percepito”, cioè del modo in cui un acquirente costruisce nella propria mente la convenienza dell’acquisto.

L’intervista in radio: la sicurezza “non è quanto è smart, ma quanto è affidabile”

Il tema è arrivato anche nel racconto quotidiano di chi, come Casa Radio, segue il mercato e i suoi cambiamenti in tempo reale. Nella puntata di “Bricks & Music” del 27 febbraio, il confronto con Fabio Ansaloni, Managing Director di Sector Alarm Italy, ha messo a fuoco un punto spesso sottovalutato: non è la tecnologia in sé a fare la differenza, ma la sensazione che quel sistema “funzioni davvero” quando serve.

“Quello che emerge non è tanto quanto è smart, ma quanto quello che viene proposto è un qualcosa che è affidabile”, spiega Ansaloni. E aggiunge, con un’immagine semplice ma efficace: l’utente cerca un sistema che “ci rende tranquilli e fa le cose al posto nostro”, cioè che non scarichi sulle persone l’onere di gestire l’emergenza, ma che la prenda in carico.

È qui che entra il primo elemento valorizzante, secondo la lettura di Sector Alarm: la centrale operativa. “È vero che noi abbiamo un sistema di allarme… ma è tutto quello che c’è dopo quando il sistema viene attivato, tutta la parte che segue, gestita in modo professionale per mettere in tranquillità e sicurezza il cliente”. Nel linguaggio immobiliare, è la differenza tra un bene “accessorio” e un servizio integrato: non una sirena, ma un presidio.

Il secondo elemento è la gestione via app: “oggi non si può fare senza”, dice Ansaloni, perché il controllo da remoto e le notifiche trasformano la protezione in un’esperienza continua, non in un dispositivo che resta invisibile finché non succede qualcosa.

Terzo punto: la sensoristica che va oltre l’antifurto. “È limitante definire tutto questo un sistema di allarme… previene anche incidenti domestici, allagamenti, incendio”. Qui la sicurezza smette di essere soltanto “anti-intrusione” e diventa prevenzione domestica in senso lato, con un riflesso diretto sul valore: un immobile più controllato è anche un immobile potenzialmente meno esposto a danni, contenziosi, costi imprevisti.

Il paniere Istat 2026 e il “cambio culturale”

Quando la conversazione arriva sull’ingresso dei kit di videosorveglianza nel paniere Istat 2026, la lettura di Ansaloni è netta: “segna un cambio culturale… un segnale chiaro”. Perché il paniere non è una classifica di prodotti “di moda”: è una selezione che prova a rappresentare la spesa reale delle famiglie e ad aggiornare strumenti di misurazione dell’inflazione. E tra i nuovi ingressi, l’Istat include esplicitamente le “apparecchiature di sicurezza”, con i kit di videosorveglianza.

Il messaggio, in altre parole, è che la sicurezza non è più un acquisto episodico e minoritario: è diventata una voce che merita di essere monitorata come consumo diffuso. Un passaggio che può avere anche effetti indiretti sul mercato: quando una categoria entra nel paniere, cresce l’attenzione sui prezzi, sulla concorrenza tra player, sulla qualità del servizio e sulla reputazione, come suggerisce lo stesso Ansaloni parlando di recensioni e percezione del cliente.

Bonus Casa: la leva fiscale che rafforza l’idea di investimento

In parallelo, c’è un secondo elemento che rende il tema ancora più “immobiliare”: la cornice degli incentivi. Il Bonus Casa (ristrutturazioni) prevede, per le spese sostenute nel 2025 e 2026, una detrazione del 50% fino a un massimo di 96.000 euro per unità immobiliare quando l’intervento riguarda l’abitazione principale (con aliquota più bassa negli altri casi).

È un passaggio cruciale per due ragioni. La prima: abbassa la soglia psicologica di ingresso, perché riduce il costo effettivo dell’intervento per chi rientra nei requisiti. La seconda: sposta il framing, come si direbbe nel marketing, dal “costo” al “capitale”. Se una quota significativa rientra in detrazione, la sicurezza può essere raccontata come miglioramento dell’immobile, non come spesa corrente. Nella puntata radio, lo stesso Ansaloni invita a due cautele operative: affidarsi a un professionista per la parte fiscale e scegliere fornitori seri, con pagamenti tracciati, fatture chiare e documentazione di installazione, perché la qualità del processo diventa parte integrante dell’agevolazione.

Per agenti immobiliari, property manager e costruttori, la combinazione tra incentivo e nuovo atteggiamento culturale può avere un effetto moltiplicatore: se il mercato interiorizza l’idea che “casa protetta” vale di più, allora la domanda tenderà a chiedere quella dotazione come standard, e non come extra.

La “serenità” come metrica: quando la qualità della vita diventa un driver economico

C’è un passaggio, nei dati citati da Sector Alarm e ripresi in trasmissione, che merita attenzione perché parla di valore in modo non tradizionale: la sicurezza come produttore di benessere. Nel racconto dell’indagine, dopo l’installazione del sistema, il 95,3% degli utenti riferisce di vivere con maggiore serenità; molti dichiarano di uscire di casa con più tranquillità, di lasciare l’abitazione vuota con meno preoccupazioni, e di dormire meglio.

È un punto che, in apparenza, sembra “soft”. In realtà è il cuore della dinamica economica: quando un acquisto riduce l’ansia e migliora la qualità della vita, cresce la disponibilità a pagare e diminuisce la tentazione di rinunciare. Ansaloni lo dice con un dato che, per un’azienda di servizi, vale più di molte dichiarazioni: “oltre l’84% conferma di volersi portare questa tipologia di servizio nella prossima casa”. In termini di mercato, significa che la sicurezza entra nel “pacchetto di aspettative” che un cliente porta con sé quando cambia abitazione.

Ed è qui che il real estate incontra la psicologia: l’acquirente non compra solo metri quadri, ma un’esperienza di vita. Se l’esperienza include la serenità percepita, allora il premio di valore diventa più plausibile.

Dove pesa di più: non solo la casa, anche la zona

Nel dialogo radiofonico emerge anche una distinzione importante: il valore non riguarda soltanto l’immobile, ma la geografia. Ansaloni parla di “circolo positivo” che parte dalla percezione di sicurezza di un’area: in una città come Milano o Roma, quartieri ritenuti più sicuri tendono a essere più desiderabili, e quindi più cari. È un meccanismo noto a chiunque abbia cercato casa: la domanda non valuta solo l’appartamento, ma il contesto, i percorsi, la reputazione.

In questa logica, la sicurezza domestica può diventare un tassello di un racconto più ampio: edificio protetto, accessi controllati, portierato o sistemi integrati, illuminazione e gestione degli spazi comuni. E, in prospettiva, una convergenza con altri temi forti del mercato: la rigenerazione urbana, la vivibilità dei quartieri, la qualità dei servizi.

Come cambia la vendita: la sicurezza entra tra gli “asset” da annuncio

La domanda più interessante, per chi lavora nel settore, arriva nella parte finale del confronto: come dovrebbe cambiare la presentazione di un immobile? La sicurezza va inserita tra gli asset di vendita come cappotto, VMC o classe energetica? E quali standard minimi possiamo immaginare?

La risposta di Ansaloni è pragmatica: nelle nuove costruzioni l’impianto d’allarme spesso c’è già, almeno come predisposizione, ed è citato tra gli optional. Ma la traiettoria, secondo lui, porta verso impianti davvero funzionali rispetto alle esigenze del cliente, con un punto discriminante: “un impianto non connesso alla centrale operativa tendenzialmente ha un valore percepito molto ridotto”. È un messaggio chiaro per costruttori e sviluppatori: non basta “mettere l’allarme”, serve la qualità del servizio e la capacità di evolvere.

Ed è qui che affiora un’idea destinata a far discutere: così come oggi esiste la certificazione energetica, e si parla sempre più spesso di metriche sulla qualità dell’aria indoor, si potrebbe arrivare a una certificazione della sicurezza dell’immobile. Non come slogan, ma come standard misurabile, utile al mercato e al consumatore. Sarebbe un passaggio coerente con l’evoluzione in atto: quando un fattore incide sul prezzo, il mercato tende prima o poi a chiedere criteri comparabili.

Una nuova alfabetizzazione del mercato

Il punto, allora, non è soltanto se la sicurezza aumenti “davvero” il valore, ma come il mercato stia imparando a riconoscerla come componente del valore stesso. L’indagine Sector Alarm parla di percezioni, ma le percezioni, nell’immobiliare, sono spesso il primo motore dei prezzi. E il paniere Istat 2026, inserendo i kit di videosorveglianza tra le nuove voci, dice che quella percezione non è più marginale: è entrata nei consumi, quindi nel linguaggio comune.

Per gli operatori, la conseguenza è quasi obbligata: se la sicurezza diventa un fattore di scelta, va raccontata con la stessa cura con cui si raccontano la prestazione energetica, il comfort acustico, la tecnologia impiantistica. Non con parole generiche, ma con elementi verificabili: presenza di centrale operativa, tipologia di sensoristica, gestione da remoto, documentazione e manutenzione, integrazione con la casa.

È anche una questione di reputazione del settore: se l’acquirente percepisce la sicurezza come investimento, pretenderà trasparenza e professionalità, e punirà improvvisazione e scorciatoie. In un momento storico in cui l’accessibilità abitativa è più difficile e la decisione d’acquisto è sempre più ponderata, ogni elemento capace di ridurre l’incertezza diventa, automaticamente, valore.

E forse il punto finale è proprio questo: la sicurezza domestica non è soltanto una risposta alla paura. È un modo con cui la casa si trasforma in “ecosistema”, e l’immobile, da bene statico, diventa servizio. Un passaggio che il Real Estate non può permettersi di ignorare, perché è già entrato nel paniere dei consumi, e sta entrando, con forza, nel paniere delle scelte.

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BRICKS AND MUSIC
Puntata del 27/02/26
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