L’Aula del Campidoglio ha una sua grammatica: quando si parla qui, si parla “alla città”, non soltanto a chi siede in sala. È con questa consapevolezza che si è tenuta oggi, 23 febbraio, nel Palazzo Senatorio, l’assemblea della Consulta Roma Smart City Lab di Roma Capitale, chiamata ad avviare i lavori 2026 con un obiettivo dichiarato: chiudere la stagione delle sole intenzioni e aprire quella dei risultati.
La giornata, scandita da interventi istituzionali e contributi tecnici, ha ruotato attorno a una domanda che insegue da anni ogni amministrazione metropolitana: come rendere l’innovazione un’infrastruttura stabile, e non una sequenza di annunci. Il punto politico è emerso in modo esplicito in più passaggi della trascrizione: “Questa è una grande ansia di essere percepiti come… di disinteresse”, perché, in un contesto di “sfiducia” e “crisi stessa della democrazia rappresentativa”, l’idea che un organismo di consultazione possa apparire irrilevante diventerebbe “un dramma incredibile”. Non è un timore astratto, è la fotografia di una città che spesso vede nascere tavoli, comitati, coordinamenti, e poi li vede scontrarsi con il muro della burocrazia, con l’assenza di risorse, con l’intermittenza delle priorità. E per questo la Consulta ha scelto di impostare il 2026 come l’anno della prova del nove.
“La tecnologia da sola non basta”: il senso politico della smart city
Dentro la cornice istituzionale del Campidoglio, la smart city è stata presentata non come un museo di soluzioni digitali, ma come una politica pubblica che incide sulla vita quotidiana. In un passaggio che sintetizza bene la linea, Leandro Aglieri, Presidente della Consulta Roma Smart City Lab dice: “La risposta è sì, ma con la consapevolezza che la tecnologia da sola non basta”. Subito dopo arriva la correzione di rotta, quasi una premessa metodologica: “Non dobbiamo rendere disponibili… sensori… o altri numerosi punti. Stiamo costruendo una città intelligente per… ridurre le diseguaglianze”.
È qui che il discorso si sposta dal “cosa” al “perché”. Perché la città non chiede la smart city come esercizio estetico, ma come semplificazione: tempi più brevi, informazioni più chiare, accesso più facile ai servizi, capacità di risposta. E infatti, tra le righe, emerge una visione che potremmo definire sociale dell’innovazione: “La sfida è trovare progetti concreti e tangibili che migliorino la qualità della vita delle persone”.
La parola “tangibile” torna più volte, come un chiodo piantato nel tavolo dell’assemblea. Tangibile significa visibile, misurabile, utile. E significa anche: difendibile politicamente. Perché nulla più di un progetto realizzato può proteggere un laboratorio dall’accusa di essere una “bella presentazione” senza conseguenze.
La paura di essere “ornamentali” e il tema della credibilità
Il cuore politico dell’assemblea sta proprio qui: la credibilità. Non soltanto la credibilità della Consulta, ma quella dell’idea stessa di partecipazione organizzata. Emerge la consapevolezza che un organismo che mette insieme amministrazione, competenze e pezzi di società civile non può permettersi di produrre soltanto “processi”, deve produrre esiti, e farlo in una città che vive emergenze e urgenze.
Per questo, la Consulta rivendica il proprio metodo come anticorpo alla frammentazione.
È un concetto importante, perché definisce il ruolo della Consulta come cerniera che non sostituisce l’amministrazione, ma prova a mettere in fila idee, priorità, competenze e bisogni, in modo che il Comune possa “prendere” quel lavoro e portarlo a terra, ma perché questo accada, servono due cose: interlocuzione stabile e risorse.
Il nodo delle risorse: “100.000 euro non sono sufficienti”
Nel dibattito, infatti, arriva uno dei passaggi più concreti e politicamente sensibili: la questione dei fondi. Continua Leandro Aglieri: “Una volta approvato nell’assemblea di settembre… è indispensabile che ci siano fondi stanziati in bilancio. Sicuramente i 100.000€ di funzionamento iniziali non sono sufficient ed è necessario alzare l’asticella”.
È un tema che sposta la discussione dalla retorica alla finanza pubblica: senza capitoli di spesa, la smart city resta un orizzonte e senza un impegno economico credibile, rischia di restare confinata al linguaggio dei convegni. Qui la Consulta chiede di uscire dalla marginalità amministrativa e di entrare nella programmazione vera, quella che decide cosa si fa e cosa non si fa.
In una capitale, ogni euro compete con manutenzione stradale, decoro, welfare, trasporto pubblico, sicurezza, per questo il discorso dell’assemblea mette in relazione innovazione e quotidiano.
“Ogni tre mesi”: la scansione dei lavori e la promessa di continuità
Un altro punto che emerge chiaramente è l’intenzione di dare al lavoro della Consulta una regolarità verificabile. “Confermiamo che svolgeremo queste assemblee ogni tre mesi come previsto dal Regolamento”, dice il Presidente della Consulta, e viene già indicata una data: “La prossima Assemblea è fissata per il 25 maggio”.
È un dettaglio che ha valore politico. In Italia molti tavoli muoiono perché non hanno calendario, non hanno accountability, non hanno momenti di verifica, qui, invece, si prova a costruire un ritmo che consenta di misurare l’avanzamento: cosa è stato fatto, cosa è stato bloccato, dove si sono arenati i progetti, quali assessorati sono coinvolti, quali decisioni servono.
Il messaggio, in altre parole, è che nel 2026 non basta “parlare di smart city”: bisogna rendicontare la smart city.
La dimensione europea e la “visione” che non può restare astratta
L’assemblea sembra collocare la Consulta dentro una traiettoria più ampia, quasi internazionale: si parla di “seriali internazionali a tutti gli effetti” e si richiama un percorso che va oltre Roma. Una capitale come Roma non può permettersi un’innovazione provinciale. La sfida è portare metodi europei dentro la macchina capitolina, senza perdere la connessione con il territorio.
E qui si collega un tema delicatissimo: la continuità, in altre parole, la smart city è politica di lungo periodo, e il rischio di stop-and-go è strutturale.
Smart city come politica sociale: “il sociale è enorme”
“Il sociale è enorme” è una frase che vale come promemoria: la trasformazione digitale, in una città con diseguaglianze forti tra quartieri, non può essere neutra., se è neutra, finisce per premiare chi è già attrezzato e lasciare indietro chi ha meno strumenti.
Durante l’assemblea si ricorda che la partecipazione serve a evitare l’autoreferenzialità: Il rischio evocato è quello di costruire un ecosistema che dialoga bene internamente, ma non cambia davvero i servizi, non intercetta fragilità, non produce fiducia.
Per questo torna la formula più politica della giornata: l’innovazione come riduzione delle diseguaglianze. Non è un’aggiunta morale, è la condizione per cui la smart city possa essere accettata. Perché, se non migliora la vita quotidiana, la tecnologia diventa un costo, non un investimento.
La “missione”: trasformare la città senza confondere il mezzo con il fine
Tra i passaggi più interessanti dell’assemblea, ce n’è uno che suona come dichiarazione di intenti: “Stiamo dando una missione precisa, trasformare la città”. Poi la specificazione che evita l’equivoco: “Ma non necessariamente installanso sensori”. Cioè, non basta dotarsi di strumenti, serve un progetto urbano.
La Consulta prova a spostare l’idea di smart city da tecnologia a governance e infatti compare, quasi come parola-chiave, il tema della “governance delle informazioni”, che viene evocato più volte: “informazioni”, “governance”, “quadro”, “processo”.
In una città in cui spesso i dati sono frammentati tra dipartimenti, municipalità, aziende partecipate, fornitori, l’innovazione vera è anche costruire la capacità di decidere in modo informato. In assenza di un quadro informativo condiviso, ogni progetto rischia di essere isolato. La Consulta, almeno nelle intenzioni espresse, sembra voler lavorare proprio su questo: mettere ordine, costruire un metodo, dare continuità.
La sfida del 2026, “una decina di progetti” e il test della realtà
L’assemblea ha consegnato una promessa implicita: nel 2026 devono vedersi risultati. E questa promessa viene quasi quantificata: “almeno una decina di progetti” che entrino nella fase esecutiva, è un’indicazione che trasforma un obiettivo generico in un orizzonte verificabile: dieci progetti significano dieci casi concreti, dieci percorsi amministrativi, dieci opportunità per dimostrare che il laboratorio funziona.
Ma significa anche dieci occasioni per scoprire dove la macchina si inceppa. È proprio qui che il Campidoglio diventa il luogo simbolico della sfida: perché la smart city, per esistere, deve attraversare norme, appalti, responsabilità, tempi e vincoli. Se non li attraversa, resta un racconto.








