Il mito del turismo come risorsa naturale
C’è una parola che in Italia sembra sottratta a ogni possibilità di critica: turismo. È il nostro petrolio, si ripete spesso, la nostra vocazione naturale, la promessa implicita di uno sviluppo possibile anche in contesti che faticano a trovare altre traiettorie economiche. In questo racconto, sempre più diffuso, si arriva perfino a sostenere — senza mai portare dati strutturali davvero solidi — che l’Italia potrebbe vivere solo di turismo. Un’idea rassicurante, semplice, seducente. E proprio per questo profondamente fuorviante: è la forma più evidente di banalizzazione di un fenomeno complesso.
Questa semplificazione nasce anche da un’immagine precisa che abbiamo interiorizzato. Il turismo è qualcosa di bucolico: piazze assolate, borghi restaurati, persone che passeggiano. È percepito come un’attività quasi naturale, diversa dagli altri sistemi produttivi, più leggera, più innocua. Ma è proprio qui che si annida l’equivoco. Il turismo è, a tutti gli effetti, un’industria. E come ogni industria ha filiere, investimenti, concentrazioni di capitale e, soprattutto, esternalità. Solo che, nel suo caso, queste esternalità tendono a restare sullo sfondo, difficili da nominare e ancora più difficili da misurare.
Il turismo è un’industria (ma non lo trattiamo come tale)
È da questo scarto tra percezione e realtà che prende avvio la riflessione di Cristina Nadotti nel libro “Il turismo che non paga”. Un lavoro che mette in discussione uno dei presupposti più radicati del discorso pubblico: che il turismo sia, per definizione, un fattore di sviluppo positivo. Il primo elemento che emerge è la difficoltà stessa di definire il turismo come settore economico. Non esiste infatti come comparto autonomo, ma come intreccio di attività — trasporti, ristorazione, ospitalità — che rendono complessa sia la lettura dei dati sia la costruzione di politiche efficaci.
Anche i numeri più citati, come la quota di PIL attribuita al turismo, vanno interpretati con cautela. Non raccontano un settore unitario, ma una somma di attività che comprendono anche i consumi dei residenti. Questo non significa negare il peso economico del turismo, ma invita a spostare la domanda: non quanto vale, ma che tipo di economia produce e con quali effetti.
Un’industria estrattiva che consuma territori
In questa prospettiva, definire il turismo come un’industria estrattiva non è una provocazione, ma una chiave di lettura. Non estrae materie prime nel senso tradizionale, ma consuma territorio. Per svilupparsi, infatti, ha bisogno di trasformare i luoghi: adeguare infrastrutture, costruire nuove strutture, riorganizzare spazi e servizi in funzione di chi arriva temporaneamente e non di chi abita stabilmente. È qui che emerge una tensione strutturale: le esigenze del turista non coincidono con quelle del residente.
Le conseguenze sono visibili su più livelli. Il consumo di suolo cresce, soprattutto nelle aree costiere e nelle località più attrattive; le risorse naturali, dall’acqua all’energia, vengono utilizzate in modo intensivo; le economie locali si riorientano verso attività a maggiore redditività immediata.
Overtourism: non quantità, ma trasformazione dei sistemi
Ma è soprattutto nella trasformazione dei territori che questo modello mostra i suoi effetti più profondi. L’aumento dei flussi non è solo una questione quantitativa. Produce cambiamenti qualitativi: i centri storici si svuotano, le abitazioni si trasformano in alloggi temporanei, le attività quotidiane lasciano spazio a quelle orientate al consumo turistico. Il fenomeno che definiamo overtourism non coincide semplicemente con un eccesso di presenze, ma con un’alterazione sistemica degli equilibri urbani, infrastrutturali e sociali.
In questo contesto, la capacità di spesa del turista diventa un fattore determinante. Chi è in vacanza tende a spendere di più rispetto a chi vive stabilmente in un luogo, e il mercato si adegua a questa disponibilità. I prezzi aumentano, i servizi si trasformano e, progressivamente, il territorio diventa meno accessibile per i residenti.
A rendere più complesso il quadro è la distanza tra percezione e realtà. Il disagio viene spesso percepito in modo superficiale, mentre restano invisibili gli effetti più profondi: la pressione sui servizi sanitari, la gestione dei rifiuti, l’uso intensivo delle risorse idriche. E senza questa consapevolezza, la pianificazione diventa fragile. Il turismo richiede programmazione, capacità di adattare i servizi, visione di lungo periodo.
Accanto agli aspetti economici e infrastrutturali, esiste poi un livello più profondo, che riguarda la dimensione culturale. Il turismo non modifica solo i luoghi, ma anche lo sguardo con cui vengono osservati. I territori tendono ad adattarsi alle aspettative dei visitatori, trasformando l’autenticità in rappresentazione. Questo processo è oggi amplificato dai social media. Ogni esperienza condivisa contribuisce a costruire nuove destinazioni, accelerando dinamiche di afflusso che i territori faticano a gestire.
Nemmeno il cosiddetto turismo di lusso rappresenta una soluzione. Spesso viene presentato come più sostenibile, ma può generare impatti ambientali e sociali ancora più rilevanti.
Il vero nodo: introdurre il limite
Il punto, allora, non è più se il turismo sia positivo o negativo. È comprendere entro quali limiti può svilupparsi senza compromettere i luoghi che lo rendono possibile. È qui che emerge il tema più difficile: il limite.
Introdurre un limite in un sistema economico fondato sulla crescita non è semplice. Eppure, senza questo passaggio, il rischio è evidente. Come tutte le attività intensive, anche il turismo consuma. E quando il consumo supera una certa soglia, il sistema entra in crisi.
Per questo, la questione non riguarda solo le politiche pubbliche o le strategie di sviluppo. Riguarda anche le comunità e, in ultima istanza, ciascuno di noi. Perché il turismo non è solo un modo di muoversi. È un modo di abitare, anche se temporaneamente, il mondo.
Chi è Cristina Nadotti
Cristina Nadotti è giornalista e per molti anni ha scritto per la Repubblica, occupandosi di ambiente, clima e sostenibilità. Con il libro “Il turismo che non paga” (Edizioni Ambiente) propone una lettura critica dell’industria turistica e dei suoi impatti sui territori.









