“Non esiste crescita infinita in un pianeta finito”: la sfida di tornare dentro i limiti – intervista con Gianfranco Bologna

La crisi climatica non è più un’opinione ma un fatto scientifico. Eppure continuiamo a comportarci come se fosse un dibattito. In questa conversazione con Gianfranco Bologna, naturalista e presidente onorario della comunità scientifica del WWF Italia, affrontiamo il nodo dei limiti planetari, il superamento della biomassa da parte dell’antropomassa, le disuguaglianze globali e il ruolo dell’ASviS nell’attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Un dialogo che intreccia scienza, etica e politica, tra realismo e speranza.

C’è un equivoco che ci accompagna da anni: pensare che la crisi climatica sia ancora un terreno di confronto tra opinioni, come se esistessero due campi equivalenti. Per Gianfranco Bologna non è così. «Non c’è alcuna area di dubbio sostanziale», chiarisce con nettezza. La paleoclimatologia dimostra che l’incremento di CO₂ registrato nell’Olocene – gli ultimi 11.700 anni della storia terrestre – è dovuto all’intervento umano. I dati sono coerenti, replicati, verificati. Gli effetti sono visibili e crescenti. Il punto non è più la mancanza di informazioni, ma il cortocircuito tra ciò che sappiamo e ciò che scegliamo di fare.

Uno dei grandi errori culturali del nostro tempo è affrontare i problemi ambientali per compartimenti stagni. L’inquinamento dell’aria, quello dell’acqua, le microplastiche, la crisi climatica: dossier separati, politiche separate, responsabilità separate. Ma il sistema Terra non funziona così. Negli ultimi decenni la ricerca scientifica ha compiuto un salto qualitativo straordinario. Grazie ai satelliti, al telerilevamento e ai supercomputer, si è sviluppata una vera e propria scienza del Sistema Terra, capace di integrare atmosfera, idrosfera, biosfera, pedosfera e antroposfera. Non possiamo più permetterci di trattare la sostenibilità come una somma di problemi settoriali. «One Health»: una sola salute. Quella del pianeta e quella dell’essere umano sono inseparabili.

Dal 2020, secondo uno studio pubblicato su Nature, l’antropomassa – la massa di tutto ciò che l’uomo ha costruito – ha superato la biomassa, la massa complessiva di tutti gli esseri viventi del pianeta. È un sorpasso simbolico e materiale insieme. Mentre l’antropomassa cresce, la biodiversità cala e le micro e nanoplastiche entrano nei cicli biologici e nei tessuti umani. Non è un’astrazione. È materia.

Come membro del Club di Roma, Bologna richiama l’attualità de I limiti dello sviluppo: non esiste crescita infinita in un pianeta finito. Cinquant’anni di ricerche successive non hanno fatto che confermare quella diagnosi. Eppure la parola “limite” resta indigesta in una cultura che confonde libertà con consumo e progresso con aumento quantitativo.

La crisi ambientale è intrecciata a quella sociale. Le disuguaglianze globali sono cresciute e una quota sempre più ristretta di super-ricchi concentra ricchezza e impatti. Il tema della redistribuzione non è più solo etico: è strutturale alla sostenibilità.

L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite rappresenta oggi l’architettura più solida costruita dalla comunità internazionale. I 17 Goal tengono insieme ambiente, società ed economia e sono misurabili attraverso target e indicatori. Il problema non è sapere cosa fare. È farlo.

Alla domanda finale – essere ottimisti o pessimisti? – Bologna risponde con un realismo speranzoso. Richiama una frase di Aurelio Peccei: «Il coraggio dell’utopia è l’unico modo per essere veramente realisti». Sappiamo cosa dobbiamo fare. La vera questione è se siamo disposti a cambiare rotta prima che sia la realtà a imporcelo.

Foto di Kanenori da Pixabay

 

Chi è Gianfranco Bologna

Gianfranco Bologna è naturalista e ambientalista, tra le figure più autorevoli della cultura della sostenibilità in Italia. Presidente onorario della comunità scientifica del WWF Italia, è segretario generale della Fondazione Aurelio Peccei e membro del Club di Roma. Collabora con l’ASviS sui temi dell’acqua, della biodiversità e dell’Agenda 2030, occupandosi da oltre cinquant’anni di limiti planetari, sistemi complessi e relazioni tra società e natura.

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