La saggezza che non c’è mai stata
C’è un punto che vale la pena chiarire subito: i mercati non sono mai stati saggi, ma abbiamo scelto di crederlo. L’idea di una “mano invisibile”, capace di armonizzare interessi individuali e bene collettivo, è stata più una narrazione utile che una realtà osservabile, una costruzione culturale funzionale a legittimare un modello basato su crescita continua, competizione come motore universale e profitto come misura ultima.
Credere in quella “manina” che regola i mercati non è stato un esercizio razionale, ma un atteggiamento fideistico che ha finito per sostituire l’analisi con la convinzione. In questo senso, più che una teoria economica, è stata una forma di fede: rassicurante, totalizzante, difficilmente falsificabile. Non è solo una metafora. Come osserva Umberto Galimberti riprendendo Friedrich Nietzsche, quando si dice che “Dio è morto” si intende che la società contemporanea può ormai fare a meno del riferimento religioso senza perdere la propria struttura. Ma se la stessa domanda venisse posta oggi sul mercato — possiamo immaginare una società che ne faccia a meno? — la risposta sarebbe negativa.
Abbiamo costruito un sistema in cui il mercato è diventato l’architrave, un presupposto non discutibile e, proprio per questo, sottratto a una vera verifica critica. Il paradosso è che ciò che regge l’intero impianto non è una certezza dimostrata, ma un atto di fiducia: una convinzione reiterata nel tempo, più creduta che realmente validata.
Economia come racconto ex post
Il problema è che l’economia, per come viene spesso utilizzata, non è una scienza predittiva nel senso rigoroso del termine, ma una disciplina che interpreta ciò che è già accaduto.
Le teorie economiche — da John Maynard Keynes in poi — hanno spesso dato l’impressione di funzionare, ma quella apparente efficacia si reggeva su condizioni raramente esplicitate: sfruttamento sostanzialmente illimitato delle risorse naturali, possibilità di esternalizzare costi ambientali e sociali e un’idea implicita di crescita infinita.
In altre parole, quei modelli non funzionavano nonostante le esternalità, ma proprio grazie alla loro produzione sistematica: effetti collaterali considerati inevitabili, che venivano scaricati su terzi, sul resto del mondo, sul pianeta e, in ultima analisi, sulle condizioni di vita collettive. Le esternalità non erano un’anomalia, ma la condizione strutturale di quel sistema.
C’era sempre un altrove — geografico o sociale — disposto a sostenere il peso: territori da sfruttare, risorse da estrarre, lavoro a basso costo che permetteva ad altre parti del mondo di accumulare ricchezza, un meccanismo che Il capitale nell’Antropocene di Kohei Saito descrive come una continua traslazione dei costi nel tempo, nello spazio e nella tecnologia.
Oggi quell’altrove si restringe, e con esso si incrina anche la tenuta di quelle teorie. Come ha evidenziato Nassim Nicholas Taleb, il passato non è una guida affidabile quando il sistema è complesso, instabile ed esposto a eventi rari ma dirompenti, per cui continuare a fidarsi di quelle regole significa esporsi a errori sistemici.
Limiti noti, ma convenientemente ignorati
Per decenni, il modello liberista e consumistico ha potuto espandersi perché esisteva uno spazio reale — materiale e sociale — che rendeva plausibile l’idea di una crescita infinita, fatto di risorse abbondanti, lavoro a basso costo e territori da integrare nel sistema globale.
In quel contesto, le contraddizioni non scomparivano, ma venivano semplicemente spostate altrove o rinviate nel tempo. Non si trattava di non vedere, ma più semplicemente di non voler vedere, perché riconoscere quei limiti avrebbe significato mettere in discussione il paradigma stesso su cui si reggeva l’intero impianto economico.
La dichiarazione di Draghi arriva in un momento in cui gli effetti di quel modello sono sotto gli occhi di tutti, e non serve forzare l’analisi per vedere che qualcosa non ha funzionato.
Lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali ha superato la capacità di rigenerazione degli ecosistemi, la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli tali per cui singoli patrimoni competono con intere economie nazionali e la distribuzione del reddito si è deteriorata al punto che il lavoro non garantisce più stabilità sociale. A questo si aggiunge una dimensione spesso letta come esterna, ma in realtà profondamente interna al sistema: il ritorno delle guerre per l’accesso alle risorse, dal petrolio alle terre rare, che non sono solo cause di instabilità ma anche effetti diretti di un modello che compete per ciò che è finito.
Non è un incidente di percorso, ma una conseguenza coerente. Un sistema che assume la crescita come fine, e non come mezzo, tende inevitabilmente a produrre squilibri, e quando manca un quadro regolatorio forte, quegli squilibri diventano struttura, fino a tradursi anche in conflitto aperto.
Il ritorno dello Stato (e della realtà)
Quando Mario Draghi richiamala necessità della centralità dello Stato e della geopolitica, non introduce una novità, ma prende atto di un fatto: i mercati, lasciati a se stessi, non hanno corretto le distorsioni, ma le hanno amplificate, e oggi è evidente che alcune dimensioni — energia, tecnologia, sicurezza, transizione ecologica — non possono essere governate da logiche puramente speculative.
In questo senso, il punto non è solo il ritorno dello Stato, ma la qualità del suo ruolo: insieme agli organismi internazionali, dovrebbe definire gli obiettivi di salute economica e sociale — del pianeta e delle persone — sottraendoli alla frammentazione delle singole attività economiche, che per loro natura operano secondo logiche parziali, spesso autoreferenziali e orientate al profitto di breve periodo.
Senza una visione sistemica, il rischio è che il mercato continui a generare squilibri, alimentare falsi bisogni e costruire miti funzionali alla propria espansione, utilizzando risorse anche quando non necessario e scaricando i costi sui sistemi naturali e sociali. È qui che Stato e organismi internazionali dovrebbero esercitare un ruolo pieno: non solo regolatorio, ma di indirizzo, definizione delle priorità e controllo. È un ritorno alla realtà, prima ancora che alla politica.
L’illusione tecnologica
Dentro questo quadro si inserisce l’intelligenza artificiale, non come soluzione, ma come acceleratore. L’idea che l’innovazione, da sola, produca benefici diffusi non è una certezza, ma un’altra narrazione che merita di essere messa in discussione, perché senza un sistema di regole e redistribuzione ogni avanzamento tecnologico rischia di amplificare le disuguaglianze esistenti.
Quando Sam Altman parla della necessità di forme di sostegno universale per chi perderà il lavoro, non sta facendo teoria, ma riconoscendo esito certo e facilmente prevedibile del sistema.
Eppure, a fronte di questa consapevolezza, si continua a spingere verso un’adozione massiva dell’intelligenza artificiale senza una reale discussione sulle sue implicazioni. I limiti sono evidenti: perdita di lavoro, impoverimento culturale, de-skilling professionale, consumo intensivo di risorse ambientali — acqua, energia — e la proliferazione di data center che rischiano, nel tempo, di diventare infrastrutture obsolete. A questo si aggiunge la breve durata dei cicli tecnologici, che rende questi sistemi rapidamente superati, e il fatto che alcuni iniziano a mettere in dubbio la loro stessa sostenibilità economica, ipotizzando una nuova bolla speculativa.
Il paradosso è che tutto questo è noto, ma non sembra arrestare la dinamica. Si procede comunque, come se non fosse possibile fare altrimenti. Come se la traiettoria fosse già scritta.
È qui che emerge uno scarto più profondo: la tecnologia finisce per orientare l’economia, l’economia condiziona la politica e la politica, a sua volta, incide sulla qualità della vita di miliardi di persone che restano sostanzialmente senza voce. Non è solo una questione di innovazione, ma di governance: chi decide la direzione e sulla base di quali priorità.
Sostenibilità: parola svuotata o cambio di paradigma
È qui che il tema della sostenibilità si rivela per quello che è davvero: non una questione ambientale, ma sistemica. Non può esistere dentro un modello che consuma più di quanto rigenera, concentra più di quanto distribuisce ed esclude più di quanto include, perché in quel caso smette di essere un obiettivo e diventa una contraddizione. Continuare a evocarla senza intervenire sulle cause significa ridurla a un correttivo cosmetico, incapace di incidere sul funzionamento reale del sistema.
In questo si inserisce anche il paradosso sollevato da Mario Draghi: il riconoscimento dei limiti di un paradigma che per anni è stato dato per scontato. Una smentita che non chiude il discorso, ma apre uno spazio.
Perché il punto non è stabilire chi avesse ragione, ma capire se siamo disposti a mettere in discussione il modello. Finché continueremo a considerarlo l’unico possibile, continueremo a correggerne gli effetti senza mai affrontarne le cause, e la sostenibilità resterà una parola vuota, buona per i convegni, incapace di incidere sulla realtà.
La favola dei mercati saggi è finita. Il problema è che abbiamo costruito il mondo come se fosse vera.
Foto di Markus Winkler da Pixabay








