Negli ultimi anni abbiamo imparato a parlare di città resilienti, neutralità climatica e transizione ecologica, ma esiste una verità molto semplice che tutti sperimentiamo ogni giorno: quando stiamo nel verde stiamo meglio: respiriamo meglio, rallentiamo, ci sentiamo meno compressi, meno esposti, meno soli.
Da qui nasce una domanda che cambia prospettiva: se il benessere è un diritto, non dovrebbe esserlo anche l’accesso a un paesaggio di qualità?
Il verde urbano non è solo una risposta tecnica alle isole di calore o un dispositivo per drenare l’acqua piovana. È clima, suolo, acqua, relazione. Ma è anche bellezza. E proprio qui la sostenibilità incontra un tema raramente affrontato nelle politiche urbane: il diritto al bello. Per l’architetta paesaggista Monica Botta il paesaggio non può essere considerato un lusso per pochi. È un bene collettivo, strettamente legato alla qualità della vita, alla salute e all’identità culturale dei luoghi.
Che cosa significa progettare un paesaggio sostenibile
Un progetto paesaggistico è sostenibile quando riesce a coniugare ambiente, risorse, economia e benefici sociali, garantendo effetti positivi nel tempo. Il problema non è soltanto progettare bene, ma fare in modo che quella sostenibilità riesca a durare.
Per questo oggi la progettazione del verde si basa sempre più su approcci scientifici, sulle cosiddette evidence-based solutions: soluzioni fondate su dati misurabili, analisi climatiche, modelli idrologici e monitoraggi ambientali.
Questo significa scegliere specie vegetali adatte ai cambiamenti climatici, introdurre rain garden per gestire l’acqua piovana, oppure progettare coperture verdi per ridurre le temperature urbane.
Il verde nell’epoca degli estremi climatici
Uno dei temi più delicati riguarda il rapporto tra verde e acqua. In un’epoca di eventi climatici estremi – piogge torrenziali o lunghi periodi di siccità – viene spontaneo chiedersi se il verde sia ancora sostenibile. La risposta è sì, ma a una condizione: progettare in modo intelligente. Significa privilegiare specie autoctone o resistenti alla siccità, utilizzare pacciamature per ridurre l’evaporazione e progettare sistemi di drenaggio urbano. Tra gli strumenti più interessanti troviamo i rain garden, giardini progettati per assorbire e rallentare l’acqua piovana,
e i dry garden, spazi verdi progettati per vivere con poca acqua grazie alla scelta delle specie vegetali.
Un parco o un giardino non è un oggetto statico. È un organismo vivo che richiede manutenzione, competenze e continuità nel tempo. Molti progetti ben concepiti rischiano di fallire proprio per la mancanza di integrazione tra progettazione, amministrazione pubblica e gestione successiva. Senza una comunità che si riconosce in quello spazio e senza una gestione competente, anche il miglior progetto può perdere rapidamente la sua qualità.
La progettazione partecipata e il verde cme cura
Per questo la progettazione del paesaggio sperimenta sempre più spesso percorsi di progettazione partecipata. Coinvolgere i cittadini fin dalle prime fasi – attraverso incontri pubblici, questionari e momenti di confronto – permette di comprendere meglio i bisogni reali della comunità. Questo processo produce anche un effetto culturale: genera appartenenza e responsabilità nella cura futura degli spazi verdi.
Numerosi studi scientifici dimostrano che il contatto con la natura riduce lo stress, migliora l’umore e favorisce i processi cognitivi. In alcuni paesi il rapporto con la natura è diventato parte integrante dei percorsi di prevenzione sanitaria. Anche una semplice immersione di mezz’ora in un ambiente naturale può modificare significativamente lo stato emotivo delle persone. Il verde diventa così uno spazio inclusivo, capace di affiancare le cure tradizionali e migliorare la qualità della vita.
Il diritto al bello
Alla fine il tema torna sempre alla bellezza. Non una bellezza superficiale, ma un’esperienza profonda che riguarda il nostro rapporto con la natura. Il compito del paesaggista è mettere in relazione il capitale vegetale con il capitale umano. Quando questo incontro riesce, nasce qualcosa che non appartiene più solo al progettista, ma alla comunità che lo vive. Ed è forse proprio qui che la sostenibilità trova il suo significato più autentico.
Foto di Sr. M. Jutta da Pixabay
Chi è Monica Botta
Monica Botta è architetta paesaggista e progettista di spazi verdi pubblici e privati. Si occupa di progettazione del paesaggio con particolare attenzione alla sostenibilità ambientale, alle Nature Based Solutions e alla rigenerazione degli spazi urbani. Nel suo lavoro integra aspetti ecologici, sociali e culturali, sviluppando anche progetti di giardini terapeutici e percorsi di progettazione partecipata con comunità e amministrazioni. Il suo approccio considera il paesaggio non solo come elemento estetico, ma come infrastruttura capace di generare benessere, biodiversità e qualità della vita.
Sito di Monica: https://www.monicabotta.com/








