Galline Felici: quando l’etica entra nel piatto

Roma. Caos. Traffico. Cemento.

E poi, all’improvviso, un campo, un prato vero, galline che razzolano libere.

No, non è una favola di campagna: è un’impresa. Ed è un’impresa romana.

Nella puntata de L’Italia che Vale abbiamo incontrato Greta Cilìa, anima di Galline Felici. E abbiamo parlato di una parola che oggi pesa più di tante altre: rispetto.

Rispetto per gli animali, rispetto per il cibo, rispetto per chi compra.

Quando dici “allevamento etico” rischi di usare una formula da brochure. Qui no.

Greta ci ha raccontato cosa significa, concretamente: galline libere, spazi aperti.
Niente antibiotici per aumentare la produzione, niente luce forzata per ingannare i ritmi biologici, niente macello a fine carriera.

Le galline fanno le uova perché è nella loro natura.
Non perché qualcuno le spinge oltre il limite.

Dormono sui trespoli seguendo una gerarchia naturale.
Scelgono da sole dove fare l’uovo.
Mangiano granaglie regolamentate ma anche erba, vermi, insetti.

In una parola: vivono.

E si vede, e si sente. Nel colore del tuorlo. Nel sapore. Nella consistenza.

Ogni giorno le uova vengono raccolte a mano. Ogni giorno vengono distribuite. Non restano settimane in magazzino. Non viaggiano per mezza Europa, per mezzo mondo.

Filiera corta. Trasparente. Diretta. È un’organizzazione costruita intorno ai valori. Non intorno ai numeri.

Greta ci ha raccontato cosa succede quando recuperano galline dagli allevamenti intensivi.

Arrivano senza piume. Magre. Immobili. Non sanno camminare. Non sanno cosa sia un prato.

Restano ferme in un angolo.
Poi, piano piano, iniziano a muoversi.
Dopo qualche settimana ricrescono le piume. Dopo un paio di mesi tornano a fare le uova.

È una rinascita. E questo, nel 2026, dovrebbe farci riflettere.

La parte più bella?
L’adozione a distanza delle galline “in pensione”.

Quando smettono di produrre, per l’industria diventano un costo. Qui no.

Qui restano fino alla morte naturale. I clienti, che Greta chiama “amici”, possono adottarle.
Ricevono un certificato. Una foto. Un nome. E sostengono la loro vita.

Non è marketing. È una scelta di civiltà. E anche se fosse marketing… va bene comunque.

Dal progetto delle uova nasce poi Bottega Felice.

Prodotti artigianali. Persone conosciute di persona.

Greta lo ha detto chiaramente: prima viene il “chi”, poi il “cosa”.

Si lavora con produttori che condividono valori. Si assaggiano i prodotti. Si chiede feedback ai clienti.

Non è solo vendita. È relazione.

Il consumatore è pronto a pagare di più per un prodotto etico? La risposta è stata semplice.

Sì, se capisce cosa c’è dietro. Non si parla di prezzi folli. Si parla di prezzi giusti.

E spesso, ci ha raccontato Greta, c’è chi aveva smesso di mangiare uova per ragioni etiche e ha ricominciato grazie a loro. Questo è impatto reale.

Rischi? Non essere capiti subito. Essere considerati ingenui.

Soddisfazione? Entrare nel cuore delle persone. Sentirsi dire: “Mi avete cambiato il modo di mangiare.”

E forse anche il modo di pensare.

In questa puntata abbiamo parlato di galline. Ma in realtà abbiamo parlato di scelte.

Scelte imprenditoriali. Scelte etiche. Scelte quotidiane.

Abbiamo parlato di un’Italia che non corre solo dietro alla produttività. Che non misura tutto in termini di resa. Che mette al centro la vita.

E questa, credetemi, è una rivoluzione silenziosa.

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