Di Pietro replica a Gratteri: «Io voto Sì per una giustizia più equa»

Un intervento lungo, articolato e senza sconti quello dell’ex pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro, ospite della trasmissione Buongiorno Italia  su Casa Radio, dal Direttore Giovanni Lacagnina, dove ha affrontato il tema della riforma della giustizia proposta dal governo guidato da Giorgia Meloni e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, in vista del referendum del 22 e 23 marzo.

Il silenzio sulle polemiche e la centralità del voto

Fin dall’inizio Di Pietro ha scelto di non alimentare tensioni. In particolare, ha evitato di replicare alle dichiarazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che aveva sostenuto che a votare Sì sarebbero stati “indagati e poteri deviati”. «Non perdo tempo a commentare chi voterà No», ha affermato con fermezza, spiegando di voler discutere nel merito della riforma, senza trasformare il referendum in uno scontro personale tra magistrati.

Ha invece posto l’attenzione su un elemento che, a suo avviso, potrebbe risultare decisivo: il voto degli italiani residenti all’estero. Di Pietro ha ricordato che in passato non sono mancate polemiche e sospetti di irregolarità nella gestione delle schede provenienti dall’estero. «È un voto che può fare la differenza», ha sottolineato, invitando alla massima attenzione sulla regolarità delle procedure e, allo stesso tempo, alla partecipazione attiva dei cittadini fuori dai confini nazionali.

La metafora calcistica: arbitri e giocatori

Per spiegare in modo semplice ma efficace il senso della riforma, Di Pietro ha utilizzato una metafora calcistica destinata a far discutere: «Gli arbitri, cioè i giudici, devono fare gli arbitri; i giocatori, cioè i pubblici ministeri, devono fare i giocatori. Non possono stare nella stessa squadra».

Secondo l’ex magistrato, il principio della separazione delle carriere non è una battaglia ideologica, ma una conseguenza logica del sistema accusatorio introdotto nell’ordinamento italiano alla fine degli anni Ottanta. «Se adottiamo un modello in cui accusa e difesa si confrontano davanti a un giudice terzo — ha spiegato — è naturale che chi accusa e chi giudica seguano percorsi professionali distinti».

Le origini della riforma e il passaggio del 1989

Di Pietro ha ricordato che già nel 1989, quando l’allora ministro Giuliano Vassalli introdusse la riforma che segnò il passaggio dal sistema inquisitorio a quello accusatorio, si dichiarò favorevole alla separazione delle carriere. A suo giudizio, quella riforma era coerente con l’impianto della Costituzione repubblicana e con il principio del giusto processo.

Tuttavia, negli anni successivi, il tema venne fortemente politicizzato. In particolare, durante i governi guidati da Silvio Berlusconi, Di Pietro si oppose a quelle che riteneva forzature volte a subordinare il pubblico ministero al potere esecutivo. «Non ho mai accettato e non accetterò mai che la magistratura sia messa sotto il controllo della politica», ha ribadito.

Perché oggi dice Sì

Secondo Di Pietro, la riforma attuale è diversa da quelle tentate in passato. «Non indebolisce i magistrati e non li rende meno indipendenti dalla politica. Al contrario, li rende più autonomi anche al loro interno».

Un punto centrale del suo ragionamento riguarda il sistema delle correnti nella magistratura e il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura. Il caso che ha coinvolto Luca Palamara, secondo Di Pietro, ha mostrato come il correntismo abbia inciso in modo eccessivo sulle nomine e sulle carriere. «Si è creato un meccanismo di spartizioni che ha danneggiato l’immagine e l’autorevolezza della magistratura».

La separazione delle carriere, con la creazione di due distinti Consigli Superiori — uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri — consentirebbe, a suo dire, di evitare interferenze reciproche e di garantire una maggiore trasparenza nelle nomine. «Chi giudica non deve dipendere, nemmeno indirettamente, da chi accusa», ha insistito.

Una riforma “non di destra”

Di Pietro ha respinto l’idea che la separazione delle carriere sia una bandiera della destra. «Fu il centrosinistra, ai tempi dell’Ulivo, a coltivare questa riforma», ha ricordato. A suo avviso, il fatto che oggi venga portata avanti da un governo di centrodestra non ne cambia la natura. «Io voto Sì perché mi sento più libero. Non seguo le bandiere, seguo i principi».

Ha aggiunto che, dopo l’approvazione della riforma, il pubblico ministero resterà indipendente dalla politica, ma sarà garantita una più chiara distinzione rispetto al giudice per le indagini preliminari, figura centrale nella fase in cui si decidono misure cautelari, intercettazioni e sequestri. «È una questione di equilibrio tra le parti e di tutela del cittadino».

Il giudizio sul governo e le altre priorità

Nel corso dell’intervista, Di Pietro ha allargato lo sguardo all’azione dell’esecutivo. Pur dichiarando di non aver votato Giorgia Meloni e di considerarsi un liberale democratico indipendente, ha riconosciuto al governo un impegno significativo in politica estera, capace — a suo dire — di rafforzare la credibilità internazionale dell’Italia.

Allo stesso tempo, ha sottolineato le criticità ancora aperte nel sistema giudiziario, a partire dalla durata eccessiva dei processi. «Una giustizia lenta è una giustizia che non funziona», ha osservato, evidenziando la necessità di interventi strutturali anche sul piano organizzativo e delle risorse.

Ampio spazio è stato dedicato anche alla sanità, affidata alle Regioni ma segnata da forti disuguaglianze. Di Pietro ha citato il Molise come esempio di territorio con risorse limitate, sottolineando la necessità di una redistribuzione più equa dei fondi per garantire pari diritti ai cittadini su tutto il territorio nazionale.

Il ricordo di Mani Pulite e la replica a Feltri

Infine, Di Pietro ha rievocato la stagione di Mani Pulite, descrivendo quell’epoca come un momento drammatico ma necessario nella storia del Paese. «Era un’Italia malata, in cui la corruzione era diventata sistema. Le tangenti erano gonfiate, il malaffare diffuso. Se non fossimo intervenuti, il rischio era un collasso morale e istituzionale».

In chiusura, ha replicato alle recenti dichiarazioni del giornalista Vittorio Feltri, che aveva sostenuto di aver ricevuto notizie direttamente da lui durante le indagini. «Non è vero», ha affermato Di Pietro, ricordando che a quegli incontri erano spesso presenti anche altre figure, tra cui Indro Montanelli. «Le cose non andarono come oggi qualcuno vuole far credere».

Un intervento che segna una presa di posizione netta: per Di Pietro, la separazione delle carriere non è una resa alla politica, ma una riforma strutturale che rafforza l’equilibrio tra accusa e giudizio, tutela l’autonomia dei magistrati e, soprattutto, restituisce centralità ai cittadini nel sistema giustizia

.

Ascolta ora il Podcast:

BUONGIORNO ITALIA | Intervista con Antonio Di Pietro
Puntata del 13/02/26
In primo piano

Collabora con noi

Promuovi il tuo business con noi!

Siamo proiettati al 100% verso il nostro pubblico che, ci segue e si fida per la nostra straordinaria capacità di scegliere i migliori partners sul mercato.

  • Seleziona categoria

  • Seleziona l'autore