È rimasta lì.
Venti minuti che sembravano un’eternità.
La nonna piegata sul legno di una bara.
La fronte appoggiata sopra, come si fa quando si coccolano i bambini.
Come se quel gesto potesse ancora proteggerlo.
Come se l’amore, stringendo forte, potesse impedire alla morte di portare via ciò che non avrebbe mai dovuto toccare.
Era la nonna di Riccardo Minghetti.
Un nipote che doveva tornare a casa.
Non diventare silenzio.
Non diventare assenza.
Non urlava.
Non parlava.
Piangeva con tutto il corpo.
Con le spalle curve sotto un peso troppo grande del dolore ..
Con le mani aggrappate a quel legno freddo che custodiva il sangue del suo sangue , la vita della sua vita.
Venti minuti così, interminabili ..
Come se anche il tempo, davanti a tanto dolore, avesse abbassato lo sguardo e deciso di fermarsi.
Una nonna non dovrebbe mai salutare un nipote.
Non dovrebbe mai chiedere al cielo “perché proprio lui”.
Non dovrebbe mai doversi sorreggere a una bara per non crollare insieme al proprio cuore spezzato.
In quella scena c’era tutto:
l’ingiustizia che toglie il respiro,
la tragedia che non ha spiegazioni,
l’amore più puro
e la ferita più profonda che un essere umano possa portare.
Esistono dolori che non fanno rumore.
Non gridano, non chiedono attenzione.
Ma entrano dentro fino a cuore .. e ci restano per sempre in silenzio nel paradosso della vita.









