Competitivi perché sostenibili? – intervista con Ermete Realacci

La sostenibilità è diventata un fattore di competitività economica, industriale e geopolitica. Ma questo basta a parlare davvero di cambiamento? Oppure il rischio è quello di rendere più efficiente un sistema che continua comunque a consumare risorse oltre i limiti del pianeta? In questa puntata di Essere e Abitare il confronto con Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, attraversa i temi della green economy, dell’innovazione ambientale, della manifattura italiana e del rapporto tra sostenibilità, crescita e competitività. Un dialogo che mette in tensione due visioni: quella della sostenibilità come evoluzione virtuosa del sistema economico e quella che invece la considera il possibile punto di partenza per ripensarlo radicalmente.

Per molto tempo il tema ambientale è stato percepito come un elemento esterno rispetto all’economia produttiva, quasi un limite imposto alle imprese e ai processi industriali. La sostenibilità veniva spesso raccontata come una rinuncia necessaria, un insieme di vincoli normativi o di costi aggiuntivi da sostenere per ridurre gli impatti ambientali. Oggi, invece, il quadro è profondamente cambiato e il lessico stesso dell’economia sembra essersi appropriato del tema.

Le imprese che investono in innovazione ambientale, efficienza energetica e riduzione dei consumi di materia vengono descritte come più solide, più resilienti e più competitive. È questa la tesi che attraversa il lavoro della Fondazione Symbola e che trova sintesi nel rapporto Competitivi perché sostenibili, dove i dati mostrano una correlazione tra eco-innovazione, produttività, capacità di esportazione e occupazione qualificata.

Secondo Ermete Realacci, non si tratta semplicemente di una scelta etica o reputazionale, ma di una trasformazione concreta del modo di produrre valore. Ridurre sprechi energetici, ottimizzare l’uso delle materie prime e investire in qualità progettuale non rappresenterebbe quindi un ostacolo alla crescita economica, ma un vantaggio competitivo dentro uno scenario globale sempre più instabile e segnato dalla scarsità di risorse.

L’Italia che innova senza sapere di essere sostenibile

Uno degli aspetti più interessanti della conversazione riguarda il modo in cui Realacci interpreta alcune caratteristiche storiche del sistema produttivo italiano. La sostenibilità, nella sua lettura, non nasce soltanto da una nuova coscienza ecologica, ma affonda le proprie radici nella cultura manifatturiera del Paese, nella necessità storica di utilizzare meno materia e trasformarla in valore attraverso qualità, competenza artigianale e innovazione.

Per spiegare questo concetto utilizza più volte l’espressione “cromosomi italiani”, riferendosi a quella capacità diffusa di competere non sulla quantità ma sull’intelligenza produttiva. È il caso dell’economia circolare, dove l’Italia viene indicata come una delle realtà europee più avanzate nel recupero delle materie prime, ma anche di settori apparentemente lontani dalla sostenibilità, come la nautica di lusso o la produzione di giostre esportate in tutto il mondo.

La logica che tiene insieme questi esempi è sempre la stessa: prodotti più leggeri, maggiore efficienza nell’uso delle risorse, forte contenuto progettuale e una rete di competenze territoriali difficilmente replicabile altrove. In questo senso la sostenibilità viene letta quasi come una conseguenza naturale di una tradizione produttiva che storicamente ha dovuto fare i conti con la scarsità di materie prime e con la necessità di creare valore attraverso qualità e bellezza.

Il punto critico: sostenibilità o efficientamento del capitalismo?

Ed è proprio qui che emerge il nodo più delicato dell’intervista. Perché se è vero che le imprese sostenibili innovano di più ed esportano di più, resta aperta una domanda che riguarda il significato stesso della transizione ecologica.

Quando la sostenibilità viene misurata principalmente attraverso parametri economici — crescita, competitività, export, produttività — non si rischia di restare comunque dentro lo stesso paradigma che ha contribuito a generare la crisi climatica e sociale attuale?

Il punto non riguarda la bontà delle innovazioni ambientali o la necessità di ridurre gli impatti. Riguarda piuttosto la direzione complessiva del modello di sviluppo. Perché una maggiore efficienza nell’uso delle risorse non coincide automaticamente con una riduzione dei consumi complessivi o con una trasformazione delle logiche economiche che governano il sistema globale.

La posizione di Realacci, da questo punto di vista, è chiara e coerente: la sostenibilità non viene interpretata come alternativa al mercato, ma come evoluzione necessaria del sistema produttivo. Una prospettiva riformista che punta a trasformare l’economia dall’interno, utilizzando innovazione, qualità e transizione ecologica come leve strategiche.

Tecnologia, cultura e la questione del limite

Nel dibattito pubblico la transizione ecologica viene spesso semplificata in una questione prevalentemente tecnologica. Nuove fonti energetiche, efficienza, digitalizzazione, intelligenza artificiale e innovazione industriale sembrano rappresentare la soluzione principale alla crisi ecologica.

Durante l’intervista, però, emerge con forza anche un altro livello della questione, che riguarda la cultura, il modo di abitare il mondo e il rapporto tra economia e comunità.

Per Realacci la sostenibilità funziona realmente quando riesce a tenere insieme tecnologia e dimensione umana, evitando che l’innovazione venga governata esclusivamente dalla logica finanziaria o dal mercato. È in questo passaggio che torna centrale il tema della bellezza, intesa non come elemento decorativo ma come infrastruttura culturale capace di produrre qualità delle relazioni, identità territoriale e coesione sociale.

La vera domanda resta aperta

Dentro uno scenario internazionale segnato da crisi energetiche, tensioni geopolitiche e trasformazioni industriali profonde, l’Italia continua a muoversi tra fragilità strutturali e straordinarie capacità adattive. Da un lato un sistema pubblico spesso lento e frammentato, dall’altro una rete produttiva che continua a generare innovazione, qualità e capacità di competere sui mercati internazionali.

La sostenibilità, in questo contesto, rappresenta certamente una possibilità concreta di ripensare il rapporto tra economia, territorio e ambiente. Ma resta aperta la domanda più importante, quella che attraversa tutta l’intervista senza trovare una risposta definitiva.

Stiamo davvero costruendo un modello economico diverso oppure stiamo semplicemente rendendo più efficiente, più tecnologico e più verde il sistema che già esiste? Perché forse il punto non è soltanto capire come produrre meglio. Forse il punto è capire che cosa continuiamo a considerare progresso.

Foto di Nattanan Kanchanaprat da Pixabay

Chi è Ermete Realacci

Ermete Realacci è un ambientalista e politico italiano. È stato presidente nazionale di Legambiente e parlamentare per diverse legislature, occupandosi di ambiente, energia, economia circolare e politiche industriali legate alla transizione ecologica. Dal 2005 è presidente della Fondazione Symbola, fondazione che promuove un modello di sviluppo fondato su qualità, innovazione, sostenibilità e coesione territoriale. Attraverso rapporti come GreenItaly e Competitivi perché sostenibili, ha contribuito a consolidare una visione della green economy come leva strategica per la competitività del sistema produttivo italiano.

Ascolta ora il Podcast:

ESSERE E ABITARE | Ermete Realacci
Puntata del 21/05/26
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