Spesso ci dimentichiamo che sostenibilità fa rima anche con benessere. Non come dichiarazione di principio, ma come capacità concreta di creare le condizioni per vivere in salute dentro gli spazi che abitiamo.
Eppure il discorso pubblico si muove altrove. Parliamo di energia, di emissioni, di materiali, ma molto più raramente ci fermiamo su ciò che respiriamo. Come se la qualità dell’aria fosse un problema esterno, legato allo smog, alle città, al traffico.
La conversazione tra Marco Mari e Gaetano Settimo nasce esattamente da questo scarto di percezione: riportare l’attenzione su una dimensione tanto quotidiana quanto invisibile, che riguarda direttamente la nostra salute e il nostro modo di abitare.
L’aria indoor: il principale determinante della salute
Il dato da cui partire è semplice, ma allo stesso tempo spiazzante: trascorriamo fino al 90% del nostro tempo in ambienti chiusi. Questo significa che la maggior parte della nostra esposizione agli inquinanti avviene proprio lì, negli spazi che consideriamo più familiari e sicuri — le case, gli uffici, le scuole.
Eppure continuiamo a non percepirlo come un problema, anche perché l’aria non ha segnali immediati: non si vede, non si sente, non produce una reazione istantanea. È un’esposizione silenziosa, che agisce nel tempo e che proprio per questo sfugge alla nostra attenzione.
In questo scarto tra percezione e realtà si inserisce uno degli elementi più rilevanti: la qualità dell’aria indoor rappresenta uno dei principali determinanti della salute, con effetti che non riguardano solo l’apparato respiratorio, ma si estendono anche alle patologie cardiovascolari e neurologiche, restituendo un quadro molto più ampio e sistemico di quanto siamo abituati a considerare.
Una questione di lavoro, oltre che di abitare
La salubrità degli ambienti confinati non riguarda soltanto chi quegli spazi li attraversa in modo temporaneo — studenti, pazienti, inquilini — ma coinvolge in modo ancora più diretto chi li vive quotidianamente per lavoro.
In questa prospettiva, la qualità dell’aria indoor smette di essere una questione circoscritta all’abitare e diventa un tema che incrocia il diritto alla salute sul luogo di lavoro, attraversando contesti molto diversi tra loro: dalle scuole agli uffici, dagli ospedali alle abitazioni, che sempre più spesso coincidono anche con spazi professionali.
È un passaggio rilevante, perché amplia il campo della responsabilità e rende evidente come la salubrità degli ambienti non sia un tema individuale, ma una questione collettiva.
Tra efficienza energetica e salubrità: un equilibrio mancato
Negli ultimi anni le politiche hanno spinto in modo deciso verso l’efficienza energetica, producendo risultati importanti in termini di riduzione dei consumi. Tuttavia, questo percorso ha introdotto anche una criticità spesso sottovalutata: il rischio di edifici sempre più sigillati, progettati per trattenere energia ma non sempre per garantire una qualità adeguata dell’aria interna.
Il punto, quindi, non è mettere in discussione l’efficientamento, che resta una direzione necessaria, quanto piuttosto riconoscere che, in assenza di un approccio realmente integrato, si può finire per risolvere un problema generandone un altro.
È qui che emerge con chiarezza la necessità di un cambio di prospettiva: energia e qualità dell’aria non possono essere trattate come ambiti separati o, peggio, alternativi, ma devono essere pensate insieme, come parti di uno stesso equilibrio progettuale e abitativo.
Dalla cura alla prevenzione: una responsabilità diffusa
Nel tempo abbiamo progressivamente spostato l’attenzione dalla prevenzione alla cura, finendo per delegare la salute quasi esclusivamente al sistema sanitario. È un cambiamento culturale profondo, che ha ridotto la nostra capacità di riconoscere quanto le condizioni in cui viviamo incidano direttamente sul nostro benessere.
Eppure i primi costruttori del nostro stato di salute siamo noi, anche — e forse soprattutto — attraverso gli ambienti che abitiamo ogni giorno. La qualità degli spazi, dell’aria, dei materiali non è un elemento accessorio, ma parte integrante di questo equilibrio.
In questo senso, anche i gesti più semplici, come aprire una finestra o scegliere determinati materiali, smettono di essere azioni marginali e tornano a essere ciò che sono sempre state: componenti di un sistema di prevenzione diffuso, oggi spesso dimenticato ma ancora decisivo.
Un vuoto culturale prima ancora che tecnico
La qualità dell’aria indoor non è prima di tutto un problema tecnologico, ma culturale.
Abbiamo dati, strumenti, evidenze. Manca una consapevolezza diffusa capace di tradurli in pratiche coerenti.
Continuiamo a misurare tutto, ma trascuriamo ciò che più di ogni altra cosa ci attraversa ogni giorno: l’aria che respiriamo.
Conclusione: non esiste sostenibilità senza salute
La qualità dell’aria indoor non è, prima di tutto, un problema tecnologico. È un problema culturale.
Non mancano i dati, gli strumenti, le evidenze scientifiche: negli ultimi anni la conoscenza su questi temi si è consolidata in modo significativo. Ciò che ancora fatica a emergere è una consapevolezza diffusa, capace di trasformare queste informazioni in pratiche progettuali, normative e quotidiane coerenti.
È in questo scarto che si inserisce la contraddizione più evidente: continuiamo a misurare quasi tutto — consumi, emissioni, prestazioni — ma trascuriamo ciò che più di ogni altra cosa ci attraversa ogni giorno, in modo continuo e silenzioso: l’aria che respiriamo.
Immagine Foto di Rudy and Peter Skitterians da Pixabay
Bio ospite
Gaetano Settimo è chimico industriale e coordinatore del Gruppo di Studio Nazionale sull’Inquinamento Indoor dell’Istituto Superiore di Sanità. È presidente della Società Italiana per la Qualità dell’Aria Indoor (SIAC) e si occupa di ricerca e divulgazione sui temi della qualità dell’aria e della salute negli ambienti confinati, collaborando con organismi internazionali come OMS e Nazioni Unite.









