Il titolo della parte della rubrica, annunciato da Paolo Leccese in studio, non è una formula da tifoseria, è piuttosto una linea editoriale: distinguere la critica legittima dalla “gogna”, la discussione sulle regole dalla criminalizzazione di chi fa divulgazione. La polemica, del resto, è diventata nazionale. Il docente e divulgatore scientifico, volto del progetto La Fisica che ci piace, è finito al centro di un’ondata di reazioni dopo alcune dichiarazioni rilasciate al podcast BSMT di Gianluca Gazzoli, poi rilanciate da articoli, commenti social e approfondimenti critici. Tra i punti contestati, l’idea che in futuro molti insegnanti possano produrre contenuti online anche a pagamento e una ricostruzione dei suoi esordi su YouTube, con riferimenti alle attività proposte ai propri studenti.
La trasmissione di Casa Radio sceglie di entrare nel merito, non di fermarsi al rumore e lo fa con un impianto giornalistico che tiene insieme tre livelli: il caso mediatico del momento, un archivio interno, cioè le dichiarazioni rese da Schettini alla stessa emittente già nel 2022, e una riflessione più ampia sul futuro del modello scolastico italiano, della didattica e del ruolo economico-sociale degli insegnanti.
Il punto di partenza: una polemica diventata simbolica
La vicenda nasce da alcune frasi pronunciate da Schettini durante il podcast di Gazzoli, poi riprese da varie testate scolastiche e generaliste. La frase più discussa è quella in cui il docente immagina una scuola sempre più ibrida, “fruita” anche online, e ipotizza che diversi insegnanti possano in futuro affiancare all’insegnamento tradizionale una produzione di contenuti digitali, “magari anche a pagamento”. Questa visione ha aperto un fronte polemico: da un lato chi legge quelle parole come una fotografia realistica dell’evoluzione della didattica, dall’altro chi teme una deriva di mercificazione dell’istruzione pubblica.
Il punto critico non è l’esistenza del dibattito anzi. Leccese lo dice chiaramente: “È giusto che se ne parli”, quello che viene contestato è il salto logico che, in molti casi, porta dalla critica a una delegittimazione personale. “Le critiche devono avere un senso”, insiste il conduttore, spiegando che l’oggetto del contendere non può essere il fatto stesso che un insegnante riesca a comunicare bene, a usare il linguaggio dei social e a costruire una comunità intorno ai contenuti.
In trasmissione il ragionamento è lineare: per anni si è lamentata una scuola percepita come distante, fredda, poco capace di parlare la lingua dei ragazzi; quando emerge un docente che porta la fisica su YouTube, TikTok e nelle case, il rischio è che venga attaccato proprio per la sua efficacia comunicativa, una contraddizione che Leccese e Cioffarelli considerano il cuore della questione.
La memoria di Casa Radio: “Le stesse cose le diceva già nel 2022”
Uno degli elementi più forti della puntata è il recupero di un estratto d’archivio: riascoltare una precedente intervista a Vincenzo Schettini andata in onda su Casa Radio nel 2022, serve a dimostrare un punto preciso: la coerenza del personaggio pubblico rispetto alla visione che oggi viene contestata. Leccese lo sottolinea esplicitamente in diretta: “Era il 2022 e diceva le stesse cose che dice nel 2026”. E l’audio mandato in onda conferma questa linea. Schettini, già allora, parlava di una scuola destinata a cambiare, dell’online come spazio inevitabile di fruizione della didattica e della possibilità, per gli insegnanti, di sperimentare modelli nuovi, anche attraverso contenuti digitali professionali. In quel passaggio, il professore insisteva su un concetto chiave: non confondere il diritto all’istruzione scolastica con il valore economico di un prodotto culturale costruito con metodo, competenza e linguaggio.
Nello stesso estratto, l’altro elemento decisivo riguarda il rapporto con famiglie e studenti. Schettini raccontava di messaggi ricevuti da genitori di ragazzi in difficoltà, anche con bisogni specifici, che grazie ai suoi contenuti avevano trovato un modo diverso e più accessibile di entrare nella materia. È un passaggio che pone alla ribalta non un fenomeno social che sottrae autorevolezza alla scuola, ma uno strumento che, se usato bene, può aumentare comprensione e inclusione.
Non bisogna criminalizzare la divulgazione
Se c’è una frase che sintetizza l’intera puntata, è questa: “Non dobbiamo criminalizzare la divulgazione”. È una formula che torna più volte, e che Cioffarelli rafforza con un parallelo molto chiaro: se i ragazzi passano inevitabilmente tempo online, la vera sfida non è demonizzare gli strumenti, ma orientarne l’uso verso contenuti utili, formativi, culturali. Qui il discorso si allarga oltre il caso Schettini e tocca un nodo più profondo della contemporaneità educativa. La trasmissione mette in contrasto due ecosistemi: da un lato la rete “bulimica”, piena di contenuti superficiali, propaganda, intrattenimento vuoto; dall’altro la possibilità di usare gli stessi canali per divulgare scienza, cultura, metodo.
Il riferimento implicito è anche alla trasformazione del ruolo docente, non più soltanto presenza d’aula in senso tradizionale, ma figura che può agire su più piani: classe, video, community, linguaggio pubblico. Una trasformazione che richiede certamente attenzione normativa, ma che, secondo Leccese, non può essere affrontata con l’idea che “se un professore guadagna, allora è meno professore”.
La frase è politicamente delicata, ma in trasmissione viene affrontata senza giri di parole. C’è, sostiene il conduttore, una diffidenza culturale italiana verso il successo economico quando è legato alla scuola e alla cultura, come se un docente dovesse restare “povero” per essere percepito come autentico. Una visione che Casa Radio contesta apertamente, rivendicando invece il principio per cui il merito nella divulgazione possa tradursi anche in riconoscimento economico, soprattutto se collocato fuori dall’orario e dal perimetro dell’insegnamento pubblico.
Il nodo economico: il prestigio del docente e la realtà degli stipendi
Nell’estratto rilanciato in trasmissione, Schettini parlava con franchezza della frustrazione di molti docenti: competenze alte, responsabilità enormi, stipendi percepiti come poco incentivanti, una lettura che, al netto delle polemiche del momento, è coerente con il quadro più ampio fotografato anche da dati internazionali. L’OCSE, nella nota paese di Education at a Glance 2025 per l’Italia, segnala ad esempio che gli stipendi effettivi degli insegnanti della primaria sono significativamente inferiori rispetto a quelli dei lavoratori laureati full time/full year, con un divario più ampio della media OCSE.
Questo non significa, e la trasmissione lo chiarisce, che la soluzione sia “privatizzare” la scuola, significa però riconoscere che il sistema scolastico opera dentro una tensione reale: chiedere innovazione, passione, competenze relazionali e digitali senza affrontare fino in fondo il tema dell’attrattività professionale del mestiere docente. In questo quadro, la tesi di Schettini (e la difesa che ne fa Casa Radio) non è che la cultura debba diventare un prodotto esclusivo, ma che esiste uno spazio legittimo per la valorizzazione economica della divulgazione, purché si distingua con chiarezza dall’istruzione pubblica come diritto.
Le critiche contestate in diretta: il caso dei “voti” e la questione metodo
Un altro momento delicato della puntata riguarda uno degli episodi più discussi online: il riferimento alle prime live su YouTube e al fatto che il docente, nei primi anni, coinvolgesse gli studenti collegando la partecipazione ai contenuti a un riconoscimento nella valutazione. Leccese affronta il tema in modo diretto, facendo ascoltare un estratto e poi commentando: “Che c’è di male?”. La sua tesi è che si trattasse di un incentivo didattico, non di un’automatica promozione, e che il valore del gesto fosse quello di agganciare gli studenti a un contenuto di fisica invece che lasciarli al puro intrattenimento.
Il confine tra innovazione metodologica e cornice regolatoria scolastica è più sottile. E infatti la trasmissione non chiude il discorso con una assoluzione ideologica. Lo apre. Anzi, chiede esplicitamente che si facciano regole, se necessarie. “Se servono regole si facciano, se servono chiarimenti si pretendano”, dice Leccese, in una delle formule più equilibrate dell’intervento.
La posizione di Casa Radio, ascoltando con attenzione l’intera discussione, è questa: sì alla critica, ma fondata su norme e criteri; no alla demolizione del personaggio solo perché interpreta in modo visibile una trasformazione che comunque è già in corso.
Oltre il caso: che scuola vogliamo nell’epoca della comunicazione globale?
La parte finale della trasmissione è quella più politica, nel senso alto del termine. Leccese e Cioffarelli provano a spostare il baricentro dal caso personale al sistema, e qui la domanda diventa davvero centrale: che scuola vogliamo nell’epoca della comunicazione globale? La risposta, nella forma radiofonica della diretta, non è un manifesto chiuso, è una traccia di lavoro. Primo: mettere al centro i ragazzi, non le tifoserie adulte. Secondo: ragionare sugli strumenti e sui metodi, non solo sui protagonisti. Terzo: aggiornare una struttura scolastica percepita come ancora troppo legata a modelli antichi, pur con tutti i correttivi introdotti nel tempo. Quarto: distinguere ciò che è diritto pubblico (la scuola) da ciò che è produzione culturale professionale (corsi, libri, contenuti digitali), evitando di sovrapporre i piani.
La trasmissione insiste anche su un aspetto spesso trascurato: chi prova a fare cultura online non è automaticamente “sacro”, ma nemmeno automaticamente sospetto. Va valutato per qualità dei contenuti, effetti sugli studenti, coerenza con le regole, esattamente come accade, o dovrebbe accadere, in ogni professione. È su questo terreno che il caso Schettini diventa un test per il dibattito pubblico italiano. Perché costringe scuola, media, famiglie e commentatori a misurarsi con una trasformazione che non può essere fermata con la nostalgia. Le piattaforme ci sono, i ragazzi ci sono, i contenuti pure. La differenza la faranno le regole, il livello del confronto e la capacità di distinguere tra strumentalizzazione e critica seria.
Casa Radio: abbassare i toni, alzare il livello
Il messaggio con cui Bricks & Music chiude il segmento è forse il più utile anche fuori dalla polemica del giorno: abbassare i toni e alzare il livello, non è una formula neutra, è una richiesta di metodo.
Nella puntata del 24 febbraio, Casa Radio sceglie di stare dalla parte della divulgazione scientifica e della sperimentazione didattica, ma senza negare la necessità di norme e di confini chiari, difende Schettini, sì, ma soprattutto difende l’idea che il dibattito sulla scuola non possa ridursi a una guerra di clip e commenti.
“Giù le mani da Schettini”, allora significa questo: non mettere le mani addosso a un simbolo per evitare di affrontare il problema reale, e il problema reale, ripetuto più volte tra microfono e regia, non è se un docente possa essere visibile, né se un divulgatore possa guadagnare, il problema vero è come costruire una scuola capace di parlare ai ragazzi di oggi, con strumenti di oggi, senza perdere la sua funzione pubblica e il suo ruolo formativo.








