Cosa significa abitare l’arte oggi?
Non semplicemente praticarla, né tantomeno esporla, ma viverla come uno spazio mentale, simbolico, quotidiano. È da questa domanda che prende forma la puntata di Abitare l’Arte dedicata a Renata Solimini, artista romana dal percorso complesso e stratificato, ospite dell’ultima puntata prima di Natale.
Un momento dell’anno non casuale: quello in cui il tempo rallenta, il rumore si attenua e lo sguardo torna a cercare profondità. In questo clima sospeso, l’incontro con il lavoro di Solimini diventa occasione per riflettere su un’idea di arte come linguaggio da abitare, più che da interpretare.
La formazione di Renata Solimini affonda le radici in una solida base classica, arricchita da un’esperienza fondamentale in Cina, dove tra il 1992 e il 1993 studia calligrafia e pittura tradizionale all’Università Normale di Nanchino. È proprio lì che il segno smette di essere semplice strumento di comunicazione e diventa gesto, corpo, respiro. Un’intuizione che verrà poi consolidata dagli studi universitari sulle scritture antiche, cinese, geroglifica egiziana e cuneiforme sumerica e che segnerà in modo definitivo il suo percorso artistico.
Nel suo lavoro, il segno non descrive: esiste.
È una presenza che costruisce spazi interiori, paesaggi mentali, luoghi simbolici. Tornano così immagini archetipiche come l’Occhio, il Pesce, il mondo marino inteso come origine della vita, la Donna, il Cosmo, le maschere apotropaiche. Non narrazioni lineari, ma frammenti di una memoria collettiva che ciascun osservatore è chiamato ad abitare secondo il proprio tempo e la propria sensibilità.
Un momento centrale della puntata è dedicato al progetto editoriale “Lumachina Fina e la casetta sparita”, libro illustrato per l’infanzia nato da un’idea dell’architetto e scenografo Lucia Nigri. Un progetto che sceglie deliberatamente di riportare al centro il disegno fatto a mano, realizzato con acquerello, inchiostro e tempera, lontano dal digitale e dall’intelligenza artificiale.
Un gesto controcorrente, ma profondamente necessario. Educare i bambini e indirettamente gli adulti, alla bellezza delle immagini, al dettaglio, alla profondità del colore significa educare lo sguardo, allenare la sensibilità, contrastare quella piattezza visiva a cui la tecnologia spesso ci abitua. La favola di Lumachina Fina diventa così un racconto sull’abitare: la casa come identità, come protezione, come ricerca, ma anche come spazio da condividere attraverso valori di amicizia, collaborazione, ingegno e generosità.
Per Renata Solimini non si tratta della prima esperienza nel campo dell’illustrazione per l’infanzia, ma di una tappa ulteriore di un percorso che mostra una maturità nuova: la capacità di parlare ai più piccoli senza semplificare, senza rinunciare alla complessità del segno e della visione.
La puntata si chiude come un augurio.
Abitare l’arte significa prendersi il tempo di guardare, di ascoltare, di educare lo sguardo, soprattutto oggi, e soprattutto quando ci rivolgiamo alle nuove generazioni. In questo senso, l’incontro con Renata Solimini diventa non solo il racconto di un percorso artistico, ma un invito a vivere l’arte come spazio di cura e di immaginazione condivisa.
Un modo, forse, per entrare nel nuovo anno con occhi un po’ più attenti.
di Tiziano M. Todi










