World Economic Forum, l’analisi del Professor Fabio Verna: “Davos resta il termometro dell’economia mondiale”

Davos, Trump e i nuovi equilibri globali.

Il professor Fabio Verna, economista e analista dei processi geopolitici e finanziari internazionali, è intervenuto a Buongiorno Italia su Casa Radio per offrire una lettura ampia, strutturata e di respiro globale del contesto economico e geopolitico emerso durante il World Economic Forum di Davos, giunto al suo terzo giorno di lavori. Un appuntamento che, anche quest’anno, si conferma come il principale crocevia mondiale in cui si incontrano politica, finanza, diplomazia e grandi interessi economici, diventando una sorta di termometro degli equilibri internazionali presenti e futuri.

Secondo Verna, Davos non è soltanto una vetrina mediatica o un rituale per le élite globali, ma un luogo in cui si anticipano scenari, si testano alleanze e si misurano le reali intenzioni dei grandi attori internazionali. Il tema scelto per l’edizione in corso, “A Spirit of Dialogue”, assume quindi un valore particolarmente significativo: non uno slogan di circostanza, ma una necessità concreta in una fase storica segnata da conflitti armati, guerre commerciali, tensioni energetiche, competizione tecnologica e da una profonda ridefinizione dei rapporti di forza globali.

Nel corso dell’intervento radiofonico, Verna ha sottolineato come Davos resti il luogo simbolico in cui si misura la “temperatura del mondo”. Non solo attraverso i discorsi pubblici dei leader, spesso calibrati per l’opinione pubblica, ma soprattutto tramite i segnali politici ed economici che emergono tra un panel e l’altro, nei colloqui riservati, negli incontri bilaterali e nelle conversazioni informali che avvengono lontano dai riflettori. È in questi spazi, ha spiegato, che si comprendono le vere priorità di governi, istituzioni finanziarie e grandi multinazionali.

Per il professor Verna, la forte attenzione concentrata su Donald Trump è tutt’altro che casuale. L’ex presidente americano continua infatti a rappresentare un fattore di discontinuità nello scenario internazionale, capace di influenzare in modo diretto le dinamiche politiche e le aspettative dei mercati finanziari. La sua figura, ha osservato Verna, resta centrale perché incarna un approccio radicalmente diverso alla diplomazia tradizionale: più diretto, più conflittuale, ma al tempo stesso fortemente orientato al risultato.

La cosiddetta “voce grossa” di Trump, ha spiegato l’economista, non va interpretata come una semplice provocazione o come un atteggiamento istintivo, bensì come una strategia negoziale lucida e strutturata. Un metodo che prevede una fase iniziale di irrigidimento delle posizioni, utile ad alzare il livello dello scontro, ridefinire i confini del confronto e costringere gli interlocutori a negoziare partendo da una posizione di forza americana. Solo successivamente, una volta creato un contesto di pressione politica ed economica, si apre lo spazio per il compromesso.

Questo schema si è manifestato in modo particolarmente evidente nel dibattito sulla Groenlandia, uno dei temi più discussi e simbolicamente rilevanti del Forum. Dopo aver assunto in passato posizioni molto rigide, Trump ha annunciato una svolta significativa: l’esclusione dell’uso della forza, la definizione di un accordo quadro con la NATO e la cancellazione dei dazi precedentemente minacciati contro i Paesi europei coinvolti nella presenza militare a Nuuk. Una decisione che, secondo Verna, dimostra come la fase dello scontro serva spesso a preparare il terreno a una mediazione più vantaggiosa, evitando però rotture irreversibili con gli alleati storici.

In questo contesto, assumono particolare rilievo le parole del segretario generale della NATO Mark Rutte, che ha definito “positivo” l’incontro con Trump pur ribadendo che il percorso verso un’intesa definitiva resta complesso. Il chiarimento sul fatto che la sovranità della Groenlandia non sia mai stata messa in discussione conferma, secondo Verna, come la diplomazia contemporanea si muova su un equilibrio estremamente delicato: fermezza nei principi, ma al tempo stesso apertura al dialogo per preservare la stabilità delle alleanze euroatlantiche.

L’analisi del professor Verna si è poi ampliata al significato complessivo dell’approccio trumpiano. Creare pressione sugli alleati e sugli avversari consente agli Stati Uniti di ottenere concessioni mirate, rinegoziare accordi economici e ridefinire priorità politiche in modo più favorevole ai propri interessi strategici. Una strategia che non riguarda soltanto la Groenlandia, ma che si estende ai rapporti con l’Europa, alle politiche sull’immigrazione, alle relazioni con il Venezuela, fino alle grandi sfide dell’intelligenza artificiale, della competitività industriale e della leadership tecnologica globale.

Durante l’intervento radiofonico, Verna ha richiamato anche un aspetto apparentemente secondario ma politicamente significativo: la tempistica degli incontri a Davos. Il ritardo nell’arrivo di Trump ha di fatto evitato un confronto diretto con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen nelle prime ore del summit. Un dettaglio che, secondo l’economista, rientra pienamente nella logica della gestione strategica dei rapporti diplomatici, dove anche il timing diventa uno strumento di negoziazione. Parallelamente, il sottosegretario di Stato americano Bessent ha invitato tutte le parti a abbassare i toni, ridurre le cause di conflittualità e concentrarsi sulle vere priorità: stabilità dei mercati, sicurezza globale e crescita economica.

Ampio spazio è stato dedicato anche ai mercati finanziari internazionali, sempre più sensibili alle dichiarazioni politiche e alle dinamiche geopolitiche. Verna ha ricordato come, in passato, decisioni analoghe abbiano provocato scandali finanziari e forti turbolenze, riportando al centro del dibattito il ruolo dei grandi attori della finanza globale. In questo quadro ha citato BlackRock, definendola una realtà con una rilevanza sistemica enorme, capace di influenzare non solo l’andamento dei mercati, ma anche le strategie di investimento, ricostruzione e sviluppo in aree geopoliticamente sensibili. Un esempio concreto di quanto oggi finanza, politica e geopolitica siano sempre più intrecciate.

Il professor Verna ha quindi definito il World Economic Forum come il “più grande salotto dell’alta finanza globale”: un luogo in cui, oltre alle dichiarazioni ufficiali, si costruiscono reti di potere, si stringono accordi informali e si delineano strategie di lungo periodo destinate a influenzare l’economia mondiale negli anni a venire.

Nel corso della sua analisi, Verna ha affrontato anche il tema del Mercosur, sottolineando come i Paesi del Sud America stiano cercando con forza un accordo internazionale in grado di sostenere la crescita economica e rafforzare l’integrazione nei mercati globali. Tuttavia, ha evidenziato come questo progetto incontri ancora forti resistenze all’interno dell’Unione europea, dove persistono dubbi politici, economici e ambientali. Una difficoltà che, secondo Verna, riflette la complessità dell’Europa nel definire una strategia commerciale unitaria in un mondo sempre più competitivo.

In conclusione, il professor Verna ha offerto una riflessione sul futuro dell’Euro atlantismo, sostenendo che, nonostante i profondi cambiamenti geopolitici in atto e le tensioni legate a dazi e guerre commerciali, l’asse tra Europa e Stati Uniti è destinato a resistere. Anche in uno scenario di competizione economica intensa, il confronto commerciale resta, secondo Verna, preferibile allo scontro militare.

«Meglio i dazi delle armi», ha concluso il professore, sintetizzando una visione pragmatica e realistica delle relazioni internazionali, in cui il conflitto economico, per quanto duro e complesso, rimane uno strumento più controllabile e meno distruttivo rispetto alla guerra, e in cui il dialogo continua a rappresentare l’unica vera alternativa alla destabilizzazione globale.

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