Cinzia Moniaci tra Italia e Stati Uniti: lusso, real estate, affitti brevi, arte e “storie” di design

Paolo Leccese ed Emiliano Cioffarelli hanno incontrato Cinzia Moniaci, imprenditrice italiana con una lunga traiettoria negli Stati Uniti tra real estate, affitti turistici di fascia alta e interior design, con un piede anche nella creatività più pura.

Un viaggio ideale tra Italia e Stati Uniti, con il pretesto della musica e lo sguardo fisso sull’abitare

Cinzia Moniaci, italiana di formazione e sensibilità, americana per traiettoria professionale è intervenuta stamattina ai microfoni di Casa Radio nella rubrica Bricks and Music. Un profilo che, già nella presentazione, concentra mondi diversi: real estate, affitti turistici di alto profilo, design, creatività, musica. Paolo Leccese la introduce come una storia imprenditoriale capace di attraversare California e Hawaii, con progetti di lusso e una dimensione operativa che, per scala e metodo, somiglia più a un’azienda che a un investimento immobiliare tradizionale.

Cinzia Moniaci mette subito a fuoco un dato che, nella percezione pubblica italiana, spesso rimane sullo sfondo: la differenza tra i due mercati non è solo nei prezzi o nelle località, è nel modo in cui il sistema ti consente, oppure ti impedisce, di crescere.

Cinzia è tornata in Italia dopo “tre decadi” e ha ripreso a osservare Roma, città che continua ad attrarre un turismo internazionale forte, e in particolare americano e sintetizza il tema con parole nette: l’investimento, negli Stati Uniti, soprattutto alle Hawaii, “ha un ritorno sicuramente molto molto superiore”, e soprattutto si muove in “una realtà molto più semplice” da gestire, “sia burocraticamente che a livello di tasse”. È una frase che suona come un promemoria per chi, in Italia, pensa ancora all’immobiliare come a un settore dove il problema principale sia solo la domanda o l’offerta. Qui il punto diventa strutturale: è il contesto normativo e operativo che spinge il mercato verso una dimensione industriale, oppure lo trattiene in una logica domestica, frammentata, spesso difensiva.

Negli Stati Uniti il real estate è un business vero e proprio, con processi replicabili, mentre in Italia resta più legato alla dimensione patrimoniale, al risparmio, al “tenere i soldi nel mattone”.

Cinzia Moniaci, senza girarci intorno, conferma e rilancia, entrando nel cuore di una questione che in Italia si discute molto, ma spesso in modo emotivo: la scalabilità. “Ti fanno passare la voglia di fare quello che noi chiamiamo scaling”, dice, e spiega come la combinazione tra vincoli e implicazioni fiscali spinga molti operatori a non crescere oltre una soglia ridotta. L’esempio è concreto, quasi da osservatorio sul campo: amici proprietari di immobili in centro, orientati agli affitti brevi per turisti, che “si limitano ad averne due o tre ciascuno”, perché oltre quella dimensione si entra in un terreno che scoraggia, complica, penalizza.

Il modello di crescita applicato negli USA è basato sulla duplicazione di un sistema organizzativo, non sull’accumulo casuale di proprietà. “Nel nostro caso siamo cresciuti proprio perché abbiamo continuato a duplicare il sistema”, spiega, arrivando a un numero che, per il mercato italiano medio, suona quasi come un’azienda alberghiera più che come una gestione immobiliare: “alle Hawaii abbiamo 30 proprietà, 30 case”. È qui che l’intervista cambia marcia e mostra la differenza culturale, prima ancora che economica, per Cinzia Moniaci, infatti, la crescita non è sinonimo di caos, è l’esatto contrario: “più cresci e più ovviamente il business diventa semplice da gestire”. Un’affermazione che rovescia l’immaginario italiano, dove spesso l’aumento di immobili significa aumento di rischi, tensioni, conflitti, tempo perso.

Alla domanda: “Cosa significhi davvero lavorare sugli affitti turistici di alto profilo, e quanto conti il concetto di esperienza rispetto al semplice “alloggiare” turisti?” Cinzia Moniaci non parla di arredamento o di fotografie, non parte dalla superficie ma dal metodo e dalla fatica invisibile del servizio. Racconta un’evoluzione: aver iniziato con affitti “medio breve termine” prima di approcciare il breve termine più spinto, perché i ritmi cambiano tutto, con un ricambio veloce, spiega, serve “un team che ha già avuto un certo tipo di training”. Nel lusso non esiste improvvisazione, perché lo standard non deve essere “buono”, deve essere “perfetto”. I cleaner devono rispettare procedure precise, c’è bisogno di quality control, di figure che controllino ogni dettaglio prima dell’ingresso del nuovo ospite.

Alle Hawaii, dove l’ambiente è meraviglia e complicazione insieme, la manutenzione diventa parte integrante dell’esperienza, Cinzia Moniaci cita l’acqua di mare, l’isola, l’impatto su impianti e materiali e spiega che spesso, mentre si fanno le pulizie, deve esserci anche chi verifica l’idraulica, e poi la cura del verde, perché il landscape “cresce velocissimo” e richiede interventi immediati. È un’istantanea che restituisce bene la natura “industriale” del modello: la casa non è solo una casa, è una macchina ospitale, un luogo che deve presentarsi ogni volta “come la prima volta”.

Un altro aspetto che in Italia pesa più di quanto si ammetta: la tensione psicologica della compravendita. Il conduttore sottolinea il fatto che “In Italia è un momento di estrema tensione da quando si decide di vendere al trasloco”, osserva, descrivendo una sequenza che molti riconoscono, ansia, sospetto, paura dell’errore, burocrazia che rallenta e moltiplica attriti. Negli Stati Uniti, invece,  esiste una narrazione “più light”, più serena, un percorso raccontato e accompagnato. È qui che entra la parola chiave che Moniaci mette al centro: storytelling.

Lei cita l’esplosione di format televisivi che hanno trasformato la compravendita in racconto, con show come Selling Sunset e un network come HGTV, costruito interamente sulla narrazione immobiliare, di lusso e non. Ma il punto non è la televisione, è il metodo culturale che la televisione amplifica: la casa, per essere desiderata, deve essere raccontata. “Quello che è importante è sapere qual è il DNA, qual è il tuo interlocutore”, spiega, e da qui disegna una mappa del mercato fatta di target, linguaggi, estetiche. Se il cliente è del segmento luxury, cambia tutto, cambia il tipo di agente immobiliare, cambia il modo di presentarsi, cambia la trama con cui si introduce la proprietà.

Il racconto diventa quasi sceneggiatura: l’immobile non è soltanto metratura, è identità. Moniaci descrive un percorso che parte dalla genesi della casa e arriva fino al mood che deve accendere il desiderio del compratore. Dentro quella narrazione entrano gli elementi che, nell’immaginario americano, trasformano un bene in un oggetto aspirazionale: chi lo vende, perché lo vende, che vita c’è stata dentro, quale nuova vita promette. È un modo di vendere che fa leva sull’emozione, ma anche sull’efficienza, perché riduce frizioni e accelera decisioni. Il compratore, dice Moniaci, spesso “deve averlo” e spende anche “in base alla storia” dell’immobile. È un passaggio che parla di marketing, certo, ma anche di cultura: la casa come simbolo, come racconto sociale, come capitolo della biografia di chi la abita.

In controluce, l’intervista lancia un tema che in Italia è attuale e divisivo: la regolazione degli affitti brevi e l’impatto fiscale che, nella percezione degli operatori, può scoraggiare l’emersione di modelli organizzati. Moniaci non entra in polemica, non fa comizi, ma la sua fotografia del “limite” a due o tre proprietà è un indizio chiaro, quando un sistema rende onerosa la crescita, la crescita si ferma e il mercato resta frammentato, meno professionale, più esposto anche agli abusi. È una lettura che, per chi osserva il settore, vale come domanda politica: conviene un ecosistema con pochi operatori strutturati, controllabili, standard elevati, oppure una galassia di micro proprietari che non scalano e spesso non investono in qualità?

Il valore dell’intervista, però, non è solo nelle differenze tra regole. È nel messaggio trasversale che unisce real estate, hospitality, design e perfino musica, la capacità di mettere in scena un’esperienza coerente. Moniaci, per come viene raccontata e per come parla, incarna un modello imprenditoriale in cui la disciplina operativa convive con una sensibilità creativa. Nel lusso, la creatività non è decorazione, è progetto, è cura del dettaglio, è gestione dell’attesa del cliente. E in questo intreccio tra efficienza e immaginario si capisce perché, in chiusura di collegamento, l’America diventi più di un luogo: diventa un laboratorio di linguaggi, dove anche l’abitare si vende, si racconta, si interpreta.

E mentre il format tiene fede alla sua anima, parlare dell’Italia che abita, delle città che cambiano e delle case del futuro, la storia di Cinzia Moniaci finisce per suggerire che il futuro dell’abitare, almeno nel segmento che cresce, passerà sempre più da due fattori. Il primo è la professionalizzazione, quella che trasforma una casa in un servizio, e un servizio in un sistema replicabile. Il secondo è la narrazione, quella che trasforma un indirizzo in un desiderio, un soggiorno in un’esperienza, una compravendita in una storia. In mezzo, c’è lo spazio per una figura ibrida, capace di stare tra impresa e creatività, tra regole e intuizione, tra Italia e Stati Uniti. Proprio come il viaggio radiofonico di questa puntata, che parte dal mattone e arriva, senza forzature, alla cultura dell’abitare come racconto contemporaneo.

Ascolta ora il Podcast:

BRICKS AND MUSIC
Puntata del 20/01/26
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