Nella nuova puntata de L’Italia che vale, io e Angelica Bianco abbiamo avuto l’onore di ospitare una voce rara nel panorama culturale italiano: Roberto Litta. Scrittore, drammaturgo, critico d’arte, conduttore RAI, “narratore instancabile dell’anima italiana”. Una definizione che, dopo averlo ascoltato, sembra addirittura riduttiva.
Litta ci ha portati dentro un viaggio fatto di passioni che profumano d’inchiostro, ma anche di impegno civile. La sua urgenza narrativa nasce dal desiderio di restituire voce a chi non l’ha avuta, di non disperdere il patrimonio immateriale della nostra identità, quella che, come ha ricordato con forza, oggi rischia di essere annacquata da un presente che vive solo nel presente.
Dai suoi romanzi teatrali alle fiabe illustrate per ragazzi, tutto il lavoro di Litta ha un filo conduttore: la volontà di raccontare storie che abbiano un senso, un cuore, e una radice nella memoria storica. Le sue opere sono ponti tra le generazioni. Non c’è compiacimento estetico, ma un preciso scopo educativo. Come quando, parlando dei giovani, ha rotto lo stereotipo dei ragazzi “solo attaccati al telefonino” ricordando l’emozione provata nel vedere la maturità di un bambino-artista come Rocco Carbone, in arte Rocar.
E non ha risparmiato critiche neanche verso le politiche urbane che hanno costruito periferie piene di cemento e vuote di cultura. “Abbiamo dato case, ma non abbiamo dato visione”, ha detto con una lucidità spiazzante.
Tra i momenti più intensi della puntata, la storia del romanzo L’uomo che vive due volte. Una riflessione potente sull’identità nazionale, sulla memoria delle guerre e sull’oblio che ha inghiottito tante vite: da quelle delle vittime delle foibe ai bambini morti nel bombardamento della scuola di Gorla a Milano, con 184 bambini morti. Litta ci ha raccontato come, in Dieci Racconti, abbia immaginato che quei bambini non siano morti, ma abbiano avuto la possibilità di diventare adulti, di contribuire al Paese.
Lì, nella sua voce, c’era tutto: dolore, rabbia, tenerezza. E un messaggio chiaro: la memoria non è un archivio polveroso, è una responsabilità collettiva.
Da Memorie Italiane al catalogo ragionato di Nelvis Fornasin, passando per i documentari Rai e la Biennale, Litta non si è limitato a raccontare opere d’arte. Ha raccontato le vite degli artisti, le loro fragilità, la loro potenza visionaria. Per lui, leggere un’opera d’arte significa interpretare un pensiero. “I colori, da soli, sono fragili. È l’artista che li mette insieme e li trasforma in un messaggio potente.”
E se potesse scegliere un artista da incontrare? Nessun dubbio: Caravaggio. Non solo per la sua tecnica, ma per il suo coraggio. “Vorrei chiedergli se, nonostante tutto, ha avuto paura. Perché ci vuole più coraggio ad essere se stessi che a seguire le mode.”
Chiudiamo con una fiaba. Una di quelle che Litta ha scritto per combattere bullismo ed emergenza educativa. Una storia dolcissima sul perché diciamo “ciao”. Il sole e la luna che si incontrano e cercano un modo nuovo per salutarsi. E alla fine, ci-hai pensato? Ci-ho pensato. Cihai, Ciho, e nasce il Ciao.
Un finale che è poesia. Un simbolo di incontro, di ascolto, di reciprocità.










