Da Ferrara a Cortina, la fiaccola come promessa, Roberto Vitali, “L’accessibilità non può essere un’eccezione”

Il fondatore di Village for All, ospite di Casa Radio, racconta l’emozione di essere stato scelto come tedoforo di Milano Cortina 2026 e presenta la guida sull’ospitalità accessibile di Cortina. “Non è un rito, è un messaggio”, e diventa una domanda sul lascito dei grandi eventi: infrastrutture, servizi, città, quotidianità.

C’è un istante, nelle storie collettive, in cui un grande evento smette di essere calendario, loghi, cantieri, sponsorizzazioni e torna ad essere ciò che promette di essere, una narrazione condivisa. Nella puntata di Bricks and Music su Casa Radio, quel momento ha preso la forma essenziale di una torcia che passa di mano in mano, la fiaccola di Milano Cortina 2026, e ha trovato una voce, quella di Roberto Vitali, fondatore e volto di Village for All, realtà che da anni lavora sul turismo accessibile e sull’idea che l’inclusione non sia una gentile concessione, ma un criterio di qualità.

Il collegamento arriva dentro una trasmissione che alterna musica, attualità e ragionamenti sull’abitare, inteso in senso ampio, dal progetto edilizio alla progettazione sociale. Paolo Leccese ed Emiliano Cioffarelli introducono l’ospite partendo dalla notizia: Vitali è stato selezionato come tedoforo ufficiale della staffetta della Fiamma Olimpica e Paralimpica. E da lì, come spesso accade quando le storie sono autentiche, si entra in un terreno più profondo: il rapporto tra corpo e spazio, tra città e fragilità, tra grandi eventi e vita quotidiana.

Vitali, con il suo tono diretto e ironico, racconta l’emozione “enorme” di portare la fiaccola “nella propria città”, Ferrara, e di farlo in un punto simbolico, dentro le mura, come primo tedoforo in quel tratto. Ma la cronaca, nella sua voce, si trasforma subito in biografia: “Ho chiuso un cerchio”, dice, spiegando che l’appuntamento arriva cinquant’anni dopo l’inizio della sua “nuova vita” in carrozzina, e che lo sport è stato, nel tempo, un presidio di salute mentale e fisica. È un passaggio che ritroviamo anche nei suoi messaggi pubblici di questi giorni, dove l’essere tedoforo viene descritto come un dono personale e insieme come un segno, capace di rimettere in moto fili antichi.

Il racconto diventa quasi una cucitura: nello stesso punto in cui passò per l’Olympia e dove si accende la fiamma, Vitali dice di aver “cucito” i fili della propria storia, trasformando un gesto di pochi minuti in un simbolo destinato a durare anni. È qui che la radio fa il suo mestiere migliore: prende l’attualità e la porta oltre la superficie. La fiaccola, suggeriscono i conduttori, dura un istante ma il significato dura a lungo. E la domanda non è romantica, è politica nel senso più concreto: che cosa rimane quando il grande evento se ne va.

Quando Leccese gli chiede come si diventa tedoforo, Vitali restituisce un dettaglio che vale più di un comunicato: “Quando si sono aperte le candidature mi sono applicato”, spiega, “ho scritto le motivazioni”. La selezione, racconta, passa dalla storia personale, dai motivi per cui si desidera portare la fiamma. È un punto coerente con le informazioni pubbliche sulla staffetta, pensata per coinvolgere migliaia di cittadini e costruire un racconto diffuso dei valori olimpici e paralimpici, con candidature aperte e un processo basato anche sul racconto individuale.

Poi arriva il momento più umano: la telefonata. Vitali confessa che pensava fosse uno scherzo, appena uscito da una riunione proprio sul tema Olimpiadi. Dall’altra parte, invece, c’era la Fondazione. E c’è un frammento di dialogo che in radio diventa quasi scena: “Guardi, la sto chiamando dalla Fondazione Milano Cortina”, e lui che chiede di rimandare la mail perché “c’era stato un errore in trascrizione”, salvo poi riceverla e capire che era tutto vero. Non è un aneddoto leggero, è la dimostrazione concreta di come i grandi processi pubblici, quando funzionano, entrano davvero nelle vite delle persone.

Ma l’intervista prende una piega ancora più legata ai temi di Casa Radio quando Leccese aggancia la fiaccola al lavoro quotidiano di Vitali: Milano Cortina 2026 non è solo sport, è anche accessibilità, accoglienza, turismo, infrastrutture. “Com’è la situazione in termini di turismo accessibile”, chiede. E Vitali risponde con una coincidenza quasi perfetta: sta andando proprio a Cortina perché, di lì a poche ore, verrà presentata la guida sull’accessibilità della destinazione in vista del 2026, frutto di un lavoro pluriennale con il Comune e con il contributo di Village for All. La linea cade per un attimo, come spesso succede in mobilità, ma al rientro il punto è chiarissimo: “È la guida turistica di Cortina con anche le informazioni sull’accessibilità”. E aggiunge la frase che, in un Paese normale, sarebbe ovvia e invece suona come un programma politico: dovrebbe essere fatta “per ogni città e ogni paese”.

Le notizie esterne confermano il quadro: la presentazione della “Guida all’Ospitalità Accessibile” si inserisce nel percorso “Cortina per Tutti”, un progetto avviato negli ultimi anni che punta a lasciare un’eredità oltre i Giochi. E nelle pagine di Village for All si raccontano itinerari e interventi concreti, dalla segnaletica tattile ai percorsi e ai servizi, con un approccio che prova a trasformare l’accessibilità in esperienza e non in semplice adempimento.

In radio, questo significa portare l’inclusione fuori dalla retorica. La parola “accessibilità” non è usata come etichetta morale, ma come criterio misurabile di qualità dell’abitare e dell’ospitalità. È lo stesso cambio di prospettiva che Vitali ripete spesso anche nella comunicazione pubblica di Village for All: le persone con disabilità “non sono un tema”, sono turisti, cittadini, clienti, e la capacità di accoglierli è un indicatore della maturità di un territorio.

Il dialogo torna poi ai valori. Vitali sostiene che le Olimpiadi sono un’occasione “straordinaria” per fissare un cambiamento prima di tutto culturale, e inserisce parole chiave che, in questo contesto, hanno un peso specifico: parità, pace, accessibilità come qualità della vita, non come concessione. Non “l’evento accessibile”, ma l’accessibilità che diventa quotidianità. È un passaggio che incrocia perfettamente la grammatica del mondo paralimpico: la sfida non è costruire spazi speciali, è rendere normali gli spazi comuni.

Dopo i saluti, come se la sua storia avesse acceso un ragionamento più ampio, Leccese ricorda che Vitali vive in carrozzina da anni e che la sua presenza come tedoforo diventa un segno di modernità: se il mondo vuole definirsi moderno, l’inclusione deve stare “al centro di tutto quello che si fa”, grandi eventi compresi. Il tono, però, non è celebrativo. C’è anzi un punto di rottura, ed è l’ironia di Vitali, la sua insistenza a non essere trattato con “pena”. È un concetto che i conduttori traducono in un’idea progettuale: smettere di disegnare spazi per un corpo ideale, giovane, prestante, con tutti i sensi al massimo, e iniziare invece a progettare per la condizione più difficile.

Qui il discorso si sposta inevitabilmente sull’abitare, e diventa quasi un manifesto per chi si occupa di casa, città, edilizia. La lista, fatta in diretta, è concreta: cucine, bagni, docce, ascensori, scale, rampe, prese elettriche, illuminazione. Non grandi principi, ma dettagli che decidono se uno spazio include o esclude. L’accessibilità, detto in modo brutale, è la differenza tra vivere e sopravvivere, tra scegliere e subire.

La forza dell’intervista sta tutta in questo scarto: partire da una fiaccola e arrivare a una presa elettrica, partire dalla cerimonia e arrivare alla quotidianità. Perché la vera eredità di Milano Cortina 2026 non si misurerà solo nei numeri del turismo o nelle immagini televisive, ma in ciò che resterà disponibile, fruibile, attraversabile, quando non ci saranno più volontari e transenne. E la guida presentata a Cortina, con la sua promessa di “oltre il 2026”, è già un indizio di come potrebbe essere un lascito intelligente: non un’eccezione per ospitare i Giochi, ma una trasformazione stabile dei servizi e degli spazi.

In fondo, Vitali lo dice con una formula che in radio suona quasi filosofica: “I tedofori sono uno”, ognuno con la sua storia, le sue motivazioni. Ma quella frase, in controluce, parla anche di città. Ogni città è “una”, con la sua storia e le sue responsabilità. Se la fiamma serve a qualcosa, allora serve a costringere i territori a scegliere che cosa vogliono diventare. Accessibili non per dovere, ma per qualità. Inclusivi non per slogan, ma per progetto. E forse è questo, oggi, il modo più serio di raccontare un grande evento: non come spettacolo, ma come occasione per cambiare la vita reale delle persone.

Ascolta ora il Podcast:

BRICKS AND MUSIC
Puntata del 09/01/26
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