A pochi giorni dal referendum sulla riforma della giustizia in programma il 22 e 23 marzo, il dibattito politico e istituzionale nel Paese si fa sempre più intenso. Per approfondire i contenuti della riforma e le ragioni del fronte favorevole, la dottoressa Maria Beatrice Scibetta, vicepresidente del Comitato nazionale per il “Sì”, è intervenuta nel programma Buongiorno Italia di Casa Radio, ospite del direttore Giovanni Lacagnina.
Nel corso dell’intervista, la vicepresidente Scibetta ha ribadito il suo forte impegno a sostegno della riforma, spiegando che l’obiettivo del referendum è quello di intervenire su alcuni nodi strutturali del sistema giudiziario italiano, con l’intento di renderlo più equilibrato, trasparente ed efficiente.
«Per comprendere davvero le ragioni del Sì – ha spiegato Scibetta – è necessario partire dalla situazione attuale della giustizia in Italia. Oggi il potere giudiziario è esercitato dalla magistratura, che al suo interno comprende due funzioni differenti: quella giudicante, svolta dai giudici che emettono le sentenze, e quella requirente, esercitata dai pubblici ministeri che rappresentano l’accusa nei processi penali».
Secondo la vicepresidente del Comitato per il Sì, questa struttura, pur prevista dalla Costituzione, nel tempo ha generato un sistema in cui le due funzioni risultano troppo interconnesse. «Il giudice deve essere pienamente terzo e imparziale rispetto alle parti del processo – ha sottolineato – mentre il pubblico ministero è una parte processuale che sostiene l’accusa. La riforma nasce proprio dall’esigenza di rendere più netta questa distinzione».
Nel sistema attuale, un ruolo centrale è svolto dal Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), l’organo costituzionale che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Il CSM è composto da 33 membri e rappresenta circa 9.000 magistrati italiani. I due terzi dei componenti sono magistrati eletti dai loro colleghi – giudici e pubblici ministeri – mentre il restante terzo è composto da membri laici scelti dal Parlamento tra professori universitari di diritto e avvocati.
Il Consiglio Superiore della Magistratura ha competenze molto rilevanti: decide sulle nomine dei magistrati, sui trasferimenti, sulle progressioni di carriera e sui procedimenti disciplinari.
Secondo Scibetta, però, nel corso degli anni si è consolidato all’interno della magistratura un sistema di correnti organizzate, come Magistratura indipendente, Magistratura democratica e altre associazioni interne. «Queste correnti – ha spiegato – partecipano attivamente alle elezioni interne del CSM e finiscono per esercitare una forte influenza sulla gestione delle carriere e delle decisioni dell’organo di autogoverno».
Per i sostenitori della riforma, questo meccanismo rischia di generare una dinamica eccessivamente corporativa e autoreferenziale. «Quando un sistema tende a chiudersi su sé stesso – ha osservato Scibetta – si può creare una percezione di scarsa responsabilità e di limitato controllo interno».
La vicepresidente del Comitato per il Sì ha ricordato anche alcuni casi giudiziari che hanno suscitato grande dibattito nell’opinione pubblica, nei quali persone poi risultate innocenti hanno trascorso lunghi periodi in custodia cautelare. «Ci sono stati casi – ha affermato – in cui cittadini sono rimasti in carcere per centinaia di giorni prima di essere riconosciuti innocenti. Situazioni come queste alimentano una forte domanda di riforma e di maggiore equilibrio nel sistema».
La riforma sottoposta al voto popolare introduce tre cambiamenti principali nell’organizzazione della magistratura.
Il primo, e più importante, riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Con il nuovo modello, le due figure avranno percorsi professionali distinti e non sarà più possibile passare nel corso della carriera dalla funzione giudicante a quella requirente e viceversa.
Inoltre verranno istituiti due diversi organi di autogoverno: uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. A completare il nuovo assetto è prevista la creazione di un’Alta Corte disciplinare, che avrà il compito di giudicare eventuali responsabilità disciplinari dei magistrati.
La riforma interviene su diversi articoli della Costituzione , ridefinendo in modo significativo l’organizzazione del potere giudiziario italiano.
«Si tratta – ha sottolineato Scibetta – di una riforma di grande portata, destinata a incidere in modo duraturo sull’equilibrio tra la funzione di chi giudica e quella di chi accusa. L’obiettivo è rafforzare l’imparzialità del giudice e la credibilità del sistema giudiziario».
Un altro elemento molto discusso del progetto di riforma riguarda il ricorso al sorteggio per la selezione di parte dei componenti degli organi di autogoverno della magistratura. Questo sistema affiancherebbe il tradizionale meccanismo elettivo.
Secondo i sostenitori della riforma, il sorteggio rappresenterebbe uno strumento utile per ridurre il peso delle correnti interne alla magistratura e per favorire una maggiore pluralità nella composizione degli organi di governo.
«L’introduzione del sorteggio – ha spiegato Scibetta – serve proprio a limitare il controllo delle correnti e a garantire un sistema più equilibrato e meno condizionato dalle dinamiche interne».
La vicepresidente del Comitato nazionale per il Sì ha poi risposto anche alle critiche mosse da chi teme che la riforma possa indebolire l’indipendenza della magistratura o aumentare l’influenza della politica sul potere giudiziario.
«Non è vero che la magistratura verrebbe sottomessa alla politica – ha dichiarato –. Le garanzie di autonomia e indipendenza restano pienamente tutelate dalla Costituzione. La riforma non intende ridurre queste garanzie, ma migliorare l’equilibrio tra le diverse funzioni della giustizia».
Interpellata sui sondaggi che in questi giorni sembrerebbero indicare un vantaggio per il fronte del “No”, Scibetta ha espresso prudenza.
«Personalmente non credo molto ai sondaggi – ha affermato –. In questa fase è più importante concentrarsi sui contenuti della riforma. Mi preoccupa invece l’inasprimento dei toni nel dibattito pubblico. Quando il confronto diventa troppo aggressivo si rischia di allontanare l’attenzione dal merito delle questioni».
Nel finale dell’intervista, la vicepresidente ha illustrato il lavoro svolto dal Comitato nazionale per il Sì, guidato dal presidente, l’avvocato Carlo Scala.
Il Comitato – ha spiegato – è impegnato in una vasta attività di informazione e sensibilizzazione dei cittadini, con iniziative, incontri pubblici e campagne di comunicazione non solo in Italia ma anche all’estero.
«Abbiamo creato una rete organizzativa con sedi e sostenitori in oltre venti Paesi del mondo – ha raccontato Scibetta – perché molti italiani all’estero guardano con grande attenzione al tema della giustizia nel nostro Paese».
Secondo la vicepresidente del Comitato, il referendum rappresenta un passaggio importante per il futuro del sistema giudiziario italiano.
«Invitiamo tutti i cittadini ad informarsi e a partecipare al voto – ha concluso – perché questa riforma rappresenta una battaglia per una giustizia più giusta, più trasparente e più equilibrata, a vantaggio di tutti».








