Lorenzo Midili valorizza l’eredità familiare legata a Ponte Milvio: un ponte tra storia millenaria e legami personali con Roma e New York

Nel maggio del 1983 Ponte Milvio, uno dei ponti più antichi e ricchi di storia di Roma, fu simbolicamente gemellato con il celebre Brooklyn Bridge di New York: un atto unico nel suo genere, nato dall’iniziativa di amministratori locali, sostenuto dal vice sindaco di Roma di allora insieme alla comunità italo‑americana e grazie al grande protagonismo di Dante Furlan che lavorò intensamente formalizzando l’accordo e il gemellaggio del 1983 e dando vita ad un filo invisibile che unisce Roma Nord agli Stati Uniti.

Quel gesto, culturale e istituzionale, rappresentava un ponte ideale tra due metropoli, un segno di amicizia e cooperazione tra popoli diversi ma legati da valori comuni. Oggi a riprendere e rivitalizzare quella memoria storica è Lorenzo Midili, nipote di Dante Furlan, avvocato internazionale e figura politica, vicecommissario provinciale di Viterbo per “Noi Moderati”, che guarda a quel simbolo per riflettere su identità locale, relazioni internazionali e impronta culturale tra l’Italia e gli Stati Uniti. Midili ricorda che il messaggio simbolico lanciato con il Brooklyn Bridge nel 1983 celebra uno dei quartieri più antichi e simbolici di Roma, Ponte Milvio, attraverso il profondo legame familiare con il suo territorio e con gli Stati Uniti. In questa intervista esclusiva esploriamo la visione personale e politica di Lorenzo Midili sulla sua famiglia, il rapporto con Ponte Milvio e il significato di una continuità simbolica che guarda oltreoceano e al futuro.

La sua famiglia ha una lunga storia legata a Ponte Milvio e al gemellaggio simbolico con il Brooklyn Bridge del 1983. Può raccontarci cosa rappresenta per lei personalmente questo legame e come ha influenzato la sua visione del ruolo delle relazioni culturali tra l’Italia e gli Stati Uniti?

Guardi, per me non è solo un aneddoto storico o un ricordo di famiglia, è qualcosa che mi fa sentire a casa. Mio zio Dante è stato uno dei protagonisti di quel gemellaggio simbolico nel 1983, in occasione del centenario del Brooklyn Bridge. Roma e New York decisero di mettere idealmente uno accanto all’altro due ponti che, pur appartenendo a mondi e a epoche diversissime, raccontavano la stessa aspirazione umana; unire due rive, due sponde, due possibilità. Ponte Milvio, con le sue pietre che hanno visto duemila anni di storia, battaglie, imperatori, pellegrini… e dall’altra parte il Brooklyn Bridge, il primo grande ponte sospeso interamente in acciaio, un capolavoro di ingegneria dell’Ottocento, simbolo dell’audacia americana e per tanti anni il ponte più grande al mondo. Solamente da adulto ho capito quanto quel gesto fosse stato lungimirante e, oserei dire, politicamente e culturalmente molto profondo. Un ponte romano e un ponte dell’età industriale, un continente antico e uno giovane, si sono guardati e si sono riconosciuti come parti di una stessa civiltà occidentale. “Siamo diversi, apparteniamo a tempi diversi, eppure siamo sulla stessa linea di continuità”. È stato un messaggio di fratellanza e di speranza in un’epoca che ne aveva molto bisogno. Oggi credo che quel gemellaggio sia più attuale che mai. Viviamo un tempo in cui si alzano muri, fisici e soprattutto mentali. Si costruiscono barriere, si chiudono porte, si semplificano le narrazioni. Ripensare a quel 1983 mi dà una specie di bussola. Mi ricorda che il dialogo vero, quello duraturo, non si fa solo con vertici, dichiarazioni o interessi immediati ma si realizza anche, e penso soprattutto, con i simboli, con la memoria condivisa, con le storie che passano di generazione in generazione. Ogni volta che passo su Ponte Milvio non vedo solo un monumento antico, ma una promessa ancora valida, un invito a non smettere mai di tendere fili, di costruire ponti, reali e simbolici, tra l’Italia, l’Europa e gli Stati Uniti, tra chi guarda al passato con rispetto e chi guarda al futuro con coraggio. Come se fosse un piccolo grande insegnamento e se curati quei fili possono reggere il peso del tempo e del futuro. E io, personalmente, non voglio smettere di crederci. 

Ponte Milvio è un luogo ricco di storia romana — dal ponte millenario alla battaglia che segnò la storia dell’Impero — ma è stato anche teatro di un atto simbolico di apertura culturale verso New York. In che modo pensa che quella memoria possa essere attualizzata oggi come simbolo di identità e apertura internazionale per Roma? 

Ponte Milvio non è solo uno dei monumenti più antichi e significativi della nostra città, è un luogo fondativo della storia di Roma e, al tempo stesso, una testimonianza viva della sua vocazione universale. Duemila anni fa, su questo ponte, l’Impero romano ha imboccato una svolta decisiva per la civiltà occidentale. Quarant’anni fa, nel 1983, proprio qui è stato siglato un gesto politico e culturale di grande lungimiranza, il gemellaggio ideale con il Brooklyn Bridge. Quel gesto non fu un episodio estemporaneo, ma l’espressione di una visione, Roma, città eterna, capace di riconoscere sé stessa nel confronto con le grandi metropoli del mondo contemporaneo. Oggi più che mai quella pagina di storia reclama di essere letta in chiave politica. Essere eredi di Roma non significa custodire gelosamente un museo all’aperto, ma assumersi la responsabilità di interpretare quella eredità in modo attivo e proiettato al futuro. Le nostre radici millenarie non sono un vincolo, sono la condizione che ci permette di dialogare da pari con chiunque, senza sudditanza culturale e senza timore di perdere la nostra identità. In un’epoca segnata da ripiegamenti identitari, da chiusure e da muri, il messaggio del gemellaggio conserva una straordinaria attualità geopolitica e civile, ovvero la forza di una città, di una nazione, di una civiltà si misura la capacità di costruire, non di innalzare barriere. Per questo ritengo necessario restituire a Ponte Milvio una centralità non solo celebrativa, ma progettuale. Vorrei che tornasse a essere luogo di incontro reale tra le nuove generazioni di Roma. Spazi di confronto, residenze artistiche, laboratori di innovazione urbana, progetti educativi e culturali congiunti, momenti di diplomazia civile che dimostrino che il dialogo tra sponde diverse è possibile e produce valore. Roma ha tutte le carte in regola per incarnare, nel XXI secolo, un’idea di apertura che non è sinonimo di ingenuità, ma di consapevole ambizione. Un’apertura che parte dalla sicurezza della propria identità e che si traduce in capacità di attrazione, di influenza culturale, di leadership morale. Quando attraversiamo Ponte Milvio dovremmo sentire il peso, nobile, non opprimente, di questa storia lunga e, insieme, la responsabilità di scriverne il prossimo capitolo. Un capitolo che non può essere scritto guardando solo all’indietro, ma che deve avere lo sguardo rivolto a chi verrà dopo di noi e alle città, alle nazioni, ai popoli con cui siamo destinati a condividere il futuro. È questa la sfida che la memoria di Ponte Milvio ci consegna oggi; essere custodi gelosi della nostra storia e costruttori coraggiosi di un domani più largo, più aperto, più connesso. È un impegno che intendo raccogliere, con la convinzione che Roma, proprio perché eterna, abbia ancora molto da dire al mondo.

Nel contesto politico contemporaneo, quanto ritiene importante che i valori di memoria storica e cooperazione internazionale — come quelli espressi dal gemellaggio con il Brooklyn Bridge — siano parte integrante delle politiche culturali e diplomatiche italiane? In che modo la sua esperienza personale guida il suo impegno in questo senso?

Credo sia importantissimo, direi addirittura indispensabile. Viviamo un’epoca in cui la memoria storica viene spesso usata come arma di divisione, o al contrario viene rimossa perché ritenuta scomoda e contemporaneamente la cooperazione internazionale è sotto attacco: nazionalismi, polarizzazioni, crisi di fiducia tra alleati storici. In questo scenario, un gesto come il gemellaggio tra Ponte Milvio e il Brooklyn Bridge non è un aneddoto nostalgico, è un modello politico concreto e attualissimo. Dimostra che si può fare politica estera e culturale partendo da ciò che unisce, non da ciò che divide. Si può riconoscere la propria identità profonda, duemila anni di storia romana, nel nostro caso e allo stesso tempo tendere una mano all’altro, anche quando è molto diverso. Si può usare il simbolo, la narrazione condivisa, la bellezza di due ponti che si guardano da sponde opposte dell’oceano, per costruire fiducia laddove i negoziati puramente politici arrancano. Per l’Italia questo è particolarmente fondamentale. Siamo un Paese che ha un patrimonio storico e culturale unico al mondo, se non lo usiamo come leva di soft power, di dialogo, di autorevolezza morale e civile, stiamo sprecando una risorsa enorme. Le politiche culturali e diplomatiche italiane dovrebbero avere molto più coraggio nel mettere al centro questi fili lunghi, gemellaggi veri, scambi tra città, progetti che facciano incontrare giovani italiani e di paesi esteri su basi che non siano solo economiche o securitarie, ma umane e storiche. La mia esperienza personale in questo senso è stata decisiva. Crescere con il racconto di quel gemellaggio in casa, sapere che parte della mia famiglia oggi vive negli Stati Uniti… tutto questo mi ha fatto capire una cosa molto semplice, i ponti non si costruiscono solo con l’acciaio o con i trattati. Si costruiscono con le storie, con le persone, con il riconoscimento reciproco. Per questo, quando penso al mio impegno, che sia in ambito pubblico, associativo o semplicemente come cittadino, parto sempre da lì: non voglio che l’Italia si chiuda, non voglio che dimentichi chi è stata e chi può essere. Vorrei che continuassimo ad essere capaci di gesti che sembrano piccoli ma che in realtà spostano lo sguardo, come fece Roma nel 1983 quando disse a New York “anche il nostro ponte antico è tuo fratello”. È una pura questione di responsabilità, prima ancora che di strategia. Personalmente mi guida ogni giorno, quando parlo con amici o parenti dall’altra parte dell’oceano, quando vedo che il mondo tende a dividersi. La memoria storica non è un lusso culturale, ma una leva di legittimità e autorevolezza internazionale. 

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