Si, lo so: detta così dà fastidio.
Soprattutto a chi lavora in cantiere da tanto tempo.
Ma lasciami spiegare.
Un morto sul lavoro a Colleferro, altri due morti a Nuoro, uno a Campi Bisenzio, vicino Firenze: coinvolti muletti, probabilmente qualche manovra distratta, forse qualche movimento affrettato.
Le persone che mi fanno meno paura in un cantiere sono quelle che hanno appena iniziato.
Sono quelle che fanno domande.
“Va bene così?” “Posso fare in questo modo?” “Mi fai vedere come si fa?”
Le persone che mi fanno più paura sono quelle che dicono:
“Tranquillo.” “Lo faccio da trent’anni.”
Perché è proprio lì che, qualche volta, nasce il problema.
L’esperienza è una ricchezza enorme.
È quella che ti permette di riconoscere un rischio prima degli altri.
Di capire quando qualcosa non va. Di trovare una soluzione in pochi secondi.
Ma esiste un momento in cui l’esperienza cambia faccia.
Quando smette di essere conoscenza… e diventa abitudine.
Qualche anno fa sono entrato in un’azienda della logistica, a Roma.
C’era un operaio. Chiamiamolo Vincenzo. Cinquantaquattro anni. Ogni mattina lo stesso percorso. La stessa scala. Usava sempre la stessa macchina. Un giorno ha smesso di controllare, non perché fosse distratto, perché ormai quella macchina gli sembrava casa.
Ed è proprio quel giorno… che la macchina gli ha ricordato che non era casa.
L’abitudine è silenziosa, ma è il rumore più pericoloso di un cantiere. Non ti avvisa. Non arriva all’improvviso. Si costruisce un giorno dopo l’altro.
La prima volta metti il casco. La seconda pure. La centesima volta pensi: “Tanto devo fare solo un minuto.”
La prima volta agganci l’imbracatura. La centesima volta dici: “Non serve.”
La prima volta controlli una macchina. Poi inizi a fidarti. Ed è proprio quando smetti di controllare che il rischio ricomincia a crescere.
La prima volta che sali su un ponteggio controlli tutto. Dove metti i piedi. Dove ti agganci. Dove guardi.
Dopo dieci anni… sali mentre stai già pensando al lavoro successivo, o alla sera con gli amici alla partita.
C’è una frase che sento spesso in cantiere, in fabbrica: “Non è mai successo niente.”
Ogni volta che la sento, penso: non è una garanzia. È soltanto una fotografia del passato. Il futuro non ha nessun obbligo di assomigliargli.
Sai qual è il problema? Tutti gli incidenti mortali… il giorno prima… non erano mai successi.
In tanti anni di cantieri ho imparato una cosa: l’incidente non cerca chi ha meno esperienza.
Molto spesso cerca chi ha abbassato la guardia. Chi pensa di conoscere quel lavoro così bene da non avere più bisogno delle regole. Ed è un pensiero pericoloso.
Le regole non sono nate per chi non è capace. Sono nate per proteggerci proprio nei giorni in cui ci sentiamo troppo sicuri. L’esperienza vera non è quella che ti porta a saltare un passaggio.
È quella che ti convince a farlo anche quando hai fretta.
Anche quando nessuno ti guarda. Anche quando sei certo che non succederà niente.
L’esperienza ti insegna a rispettare il rischio. La confidenza ti convince che il rischio rispetterà te. E qualche volta decide anche se quella giornata avrà un domani.
Continuo a pensare una cosa: l’esperienza non è il numero di anni che hai lavorato.
È il numero di errori che continui a evitare.









