Le città non hanno la febbre: siamo noi che le abbiamo fatte scaldare.

Quando arriva l’estate, il colpevole è la maledetta ondata di calore. Un anticiclone che aspetta lì, paziente, il momento giusto per riempire gli spazi della cronaca, per farci litigare sulla responsabilità della natura o degli uomini. Qualcuno cerca di preoccuparsi di cosa può succedere in città, nei mari sempre più caldi, sui monti con i ghiacciai che si ritirano, nelle valli attente alle piene improvvise di ruscelli, cioè, di quelli che in genere sono ruscelli pacifici. Qualcuno invece è convinto, e cerca di convincere seguaci a bocca aperta, che “tanto la natura ha sempre fatto così, e quindi è normale”!

In realtà, una parte del problema l’abbiamo costruita noi. E le città ne sono l’esempio lampante: chilometri quadrati di asfalto, piazze completamente pavimentate, anche quelle appena costruite, parcheggi senza un albero, sperando che cresca prima possibile qualche ramoscello piantato per l’occasione in minuscole chiazze di terreno arido.

Facciate che accumulano calore per ore, coperture e terrazze nere, suolo impermeabile.

Poi ci sorprendiamo se, alle dieci di sera, in città si continua a boccheggiare. Il caldo urbano non nasce per caso: dovremmo cercare di accorgerci che è il risultato di decenni di scelte progettuali e di disattenzione, distrazione e incuria. Una storia sconsiderata, così come quelli che l’hanno scritta, così come quelli che non hanno contestato le scelte incaute quando si era in tempo.

Le recenti mozioni approvate dalla Camera riportano finalmente questo tema al centro del dibattito. Verde urbano, depavimentazione, sistemi di drenaggio sostenibile, superfici permeabili e riqualificazione degli edifici pubblici entrano tra gli strumenti con cui affrontare il surriscaldamento delle città. È un cambio di prospettiva, almeno sulla carta. Ma ho imparato purtroppo a diffidare anche delle buone intenzioni. Non vedo l’ora di cambiare idea.

Un cambio di prospettiva che arriva, anche se con parecchio tempo di ritardo.

Scrivo spesso di errori tecnici che possono essere evitati non mettendo al primo posto il maledetto costo, concetto che ci siamo abituati a digerire, a farlo proprio: tanti soldi destinati a opere impronunciabili potrebbero, anzi dovrebbero, essere messi a disposizione, visto che da qualche parte ci sono, per risolvere problemi ordinari, banali, terra terra, per rimanere in tema, della gente, Per risolvere i problemi dell’abitare, l’abitare vero, quotidiano. Spesso anche facilmente, anche con un prezzo alto: la città la abitiamo in tanti.

E proprio in città c’è un errore che continuiamo a ripetere: pensare al verde come elemento decorativo. Ma un albero non deve servire a riempire un’aiuola con colori che inebriano i turisti o qualche elettore cieco. Un albero serve a fare ombra, a raffrescare l’aria, a trattenere acqua nel terreno, a migliorare il comfort di una strada. E, naturalmente, deve poter vivere.

Un albero circondato dal cemento, con mezzo metro quadrato di terra e senza irrigazione, è destinato a diventare una fotografia da inaugurazione, non una soluzione.

Per decenni abbiamo coperto il terreno, quello dove ci si sporcava le scarpe, dove i ragazzini si sbucciavano le ginocchia in campi di calcio improvvisati, dove ci si infangava per tornare a casa o per andare a scuola.

Ma, a un certo punto, sembra l’inizio di una favola ma non lo è, ogni spazio libero sembrava incompleto: e allora via il prato, via la terra, via la ghiaia, via l’odiato fango. E vai con l’asfalto, il calcestruzzo, le pavimentazioni. Tutte cose buone, se pensate con una saggia moderazione.

E invece il risultato è sotto gli occhi di tutti, e mi preoccupa tanto sapere che c’è chi fa finta di niente o minimizza: quando piove, l’acqua non sa dove andare, e quando fa caldo, il terreno restituisce per ore l’energia accumulata.

La depavimentazione prova a invertire questa logica, ma dovevamo pensarci molto, molto prima. Significa restituire spazio al suolo, lasciare infiltrare l’acqua e ridurre le superfici che diventano roventi sotto il sole.

Non è una scelta estetica: è una scelta tecnica, e non mi importa se ci siamo svegliati ora. Ma cominciamo subito. Sono delle mozioni, poi il governo le deve prendere in considerazione, sul serio, ma poi ci sono le elezioni, tra poco, e così le mozioni si tradurranno in promesse, e poi… e poi lo sappiamo come va a finire. cioè lo sanno quelli che non sono meri elettori ciechi.

Quando si parla di “città spugna” dobbiamo essere chiari, per evitare che la cosa venga fraintesa: significa permettere al suolo di assorbire naturalmente l’acqua e trattenerla, cosa che il nostro mondo sa fare egregiamente. E così l’ambiente si raffresca, visto che non si surriscalda:  un drenaggio sostenibile facile facile, direi proprio, con una parola abusata, sostenibile.

Ma quindi potremmo avere di nuovo fango e ginocchia sbucciate per i nostri delicatissimi, fragilissimi bambini? Beh, non è che questo tipo di progetti di ritorno alla natura siano incompatibili con strade, autostrade e piazze architettonicamente entusiasmanti: il segreto, ma non lo dite a nessuno, è non esagerare. Non tutto asfalto, non tutta terra, non tutti alberi, non tutte pavimentazioni impermeabili. È così che si affronta un problema, con il buon senso, senza slogan. Dobbiamo gestire le piogge, soprattutto quelle intense, dobbiamo limitare l’innalzamento del livello delle acque dei fiumi in piena, dobbiamo limitare il microclima insopportabile in città, così evitiamo anche di ingrassare i centri commerciali e possiamo permetterci una passeggiata in quelli che una volta erano i viali alberati. Sempre che i sindaci impediscano, in un impeto di sapienza, il taglio di tanti alberi sani, quando questo succede.

Ridurre il rischio idraulico e abbassare la temperatura urbana devono diventare due facce dello stesso progetto.

E poi , per quanto riguarda le ginocchia, lasciamo che i ragazzi si facciano male su un prato giocando con gli amici.

Vabbè, ma se fa caldo accendiamo i climatizzatori, ci sono apposta, è il progresso.

Ma certo, accendiamo milioni di climatizzatori per combattere il caldo, e funzionano, dentro gli edifici.

Fuori, però, raccontano un’altra storia: ogni macchina espelle calore nell’ambiente esterno, e più aumenta la richiesta di raffrescamento, più energia viene scaricata nelle strade e nei cortili.

È un meccanismo che si autoalimenta: la città si scalda, gli impianti lavorano di più, consumano di più, scaricano ancora più calore.

La cosa giusta da fare? Serve una progettazione che guardi dall’alto. Il caldo urbano non si combatte con un singolo intervento. Serve una visione complessiva. Mappe delle isole di calore, analisi delle superfici impermeabili, nuove alberature, pavimentazioni drenanti, coperture verdi, raccolta corretta delle acque meteoriche. E non dimentichiamoci la manutenzione: quella dei canali fognari, quella del verde, la manutenzione delle strade. Senza questa visione, e senza attuazione operativa, ogni progetto finisce sulla carta. Un bel disegno, una bel prospetto, un bel render colorato. E intanto la città continua a vivere, e lo deve fare per decenni, da ottimista voglio pensare anche che sia per sempre.

Adesso è arrivato il momento di progettare e riconvertire, rigenerare, ritrasformare quello che succede tra un edificio e l’altro: il marciapiede, la piazza, il cortile, il parcheggio.

Sono questi gli spazi che decidono la temperatura che percepiamo ogni giorno, e non basta piantare qualche albero alla vigilia dell’estate o, peggio, alla vigilia delle amministrative.

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