In questa puntata de L’Italia che vale, io ed Angelica Bianco abbiamo incontrato Emiliano Fabbri, criminologo, analista del comportamento criminale, e mente lucida capace di decodificare il caos nascosto dietro i titoli di cronaca. Abbiamo parlato di femminicidi, di tragedie annunciate, della distanza tra ciò che si dice nei talk show e ciò che si fa nei tribunali.
La nostra conversazione è iniziata con un pugno nello stomaco: il caso di Federica Torzullo. Una storia che Fabbri ha definito “una escalation fatale in una relazione tossica, mai davvero intercettata da chi doveva proteggere”. E qui è venuta fuori la prima verità scomoda: i segnali ci sono sempre, ma nessuno li legge.
Abbiamo parlato di percezione del pericolo, e Fabbri è stato netto: “non incide abbastanza. Sottovalutiamo, minimizziamo, e solo dopo ci rendiamo conto che era già tutto scritto.” Soprattutto le donne, ha detto, tendono a giustificare, perdonare, razionalizzare la violenza fino a che non è troppo tardi.
Il racconto si è fatto ancora più duro: “Il problema è strutturale. Gli strumenti per tutelare le vittime sono deboli, frammentati. Forze dell’ordine, servizi sociali, tribunali: parlano lingue diverse. E chi denuncia spesso resta sola, intrappolata nei cavilli.”
Ci siamo chiesti se la violenza quotidiana a cui assistiamo non sia un fallimento collettivo. Fabbri non ha dubbi: “Viviamo una crisi della prevenzione. C’è poca volontà politica, poche leggi incisive, e troppa possibilità di aggirarle.” Anche l’ergastolo per femminicidio, entrato in vigore di recente, rischia di essere disinnescato da cavilli legali. “E chi uccide può tornare libero in 10-12 anni. Una follia.”
Poi è arrivato il tema della terapia: “Bisognerebbe mettere un professionista accanto al medico di base. Spesso è lui che per primo vede i segni di violenza. E spesso le persone violente mostrano già dall’inizio comportamenti manipolatori: gelosia patologica, controllo del telefono, umiliazioni sottili, rabbia repressa. Ma non vogliamo vederli.”
Ci siamo chiesti se non sia ora di spostare la prevenzione nelle scuole. Fabbri ha risposto di sì, senza esitazione: “Bisogna iniziare dalla scuola primaria. Servono progetti veri, continui, per insegnare a leggere i segnali. La violenza non nasce dal nulla. Si forma, cresce, e poi esplode.”
Un passaggio finale ci ha colpiti particolarmente. Fabbri ha detto che “a volte non è l’amore che ci confonde, ma il bisogno di salvare chi ci sta facendo del male. È lì che la prevenzione si deve inserire. Non per punire, ma per salvare entrambi.”
Una puntata dura, a tratti dolorosa. Ma necessaria. Perché, come diciamo sempre, l’Italia che vale non è solo quella dei successi, delle imprese o dei traguardi. È anche quella che cerca risposte dove altri non vogliono guardare.
E noi, le domande, continuiamo a farle.








