Ogni ottobre, Roma si trasforma in un grande set. Le luci del Festival del Cinema si accendono, le sale si riempiono, e per dieci giorni la città sembra riprendersi quel ruolo di protagonista che il grande schermo le ha sempre attribuito. Ma c’è un luogo, ai margini di questa ribalta, dove il cinema non si accende e non si spegne mai: la Casa Museo di Alberto Sordi, affacciata sulle Terme di Caracalla.
Varcare il suo cancello durante la Festa del Cinema di Roma significa attraversare un confine sottile: da fuori, il traffico e i riflessi delle vetrine del XXI secolo; dentro, il passo lento del Novecento, la voce roca e inconfondibile di un attore che ha saputo incarnare – e interrogare – la romanità più profonda.
La casa come scena e racconto
Sordi visse qui dal 1958 fino alla sua morte, nel 2003. La villa, oggi Casa Museo, conserva ogni oggetto come fosse una battuta, un gesto, un’inquadratura. Gli arredi, le fotografie, i premi, le lettere: tutto compone una messa in scena domestica, un autoritratto in cui vita e finzione coincidono.
La terrazza che si apre sulle terme diventa una sorta di proiezione all’aperto della sua carriera, dove il paesaggio romano entra dentro la biografia, come accadeva nei suoi film: Roma non è mai solo sfondo, ma personaggio.
Visitare la casa oggi significa confrontarsi con un’idea precisa di abitare il cinema. Non si tratta di un museo nel senso tradizionale, ma di un dispositivo di memoria, una scenografia ancora viva. Ogni ambiente parla di una stagione diversa del cinema italiano: il dopoguerra ironico, il boom economico disincantato, la satira morale degli anni Ottanta.
Sordi aveva costruito qui il suo rifugio, ma anche il suo archivio personale, un luogo in cui la commedia all’italiana si sedimenta in forma di oggetto, di taccuino, di ritratto.
Roma vista da Sordi, Sordi visto da Roma
È impossibile parlare della Casa Museo senza parlare della città che la circonda. Perché Roma, in Sordi, è più di un contesto: è una lente deformante, ironica, affettuosa e spietata.
Dall’americano a Roma” al “moralista”, dal “borghese piccolo piccolo” al “tassinaro”, ogni personaggio restituisce un frammento di romanità, ma anche di Italia. In quella voce nasale, in quel sorriso obliquo, si nasconde il ritratto di un Paese che Sordi ha raccontato con tenerezza e disincanto.
E così, nella sua casa, il visitatore ritrova non solo la vita di un uomo, ma una topografia morale della città. Ogni sala, ogni cornice è una finestra su un’epoca: il telefono d’epoca che richiama le chiacchiere del quartiere, la biblioteca che custodisce sogni di sceneggiature, i ritratti dei grandi amici – Fellini, De Sica, Monicelli – che evocano una stagione irripetibile del cinema italiano.
Il Festival come riflesso contemporaneo
Quest’anno, la Festa del Cinema di Roma (15–26 ottobre 2025) ha scelto di rileggere la memoria del nostro cinema con una serie di omaggi e restauri dedicati ai protagonisti del Novecento. Tra gli appuntamenti più sentiti, le proiezioni alla Casa del Cinema e gli eventi collaterali organizzati proprio alla Casa Museo di Sordi, che torna così a essere parte integrante del tessuto culturale della città.
È un segno importante: la casa di un attore diventa parte viva del festival, dialoga con la città che lo ha generato, si riaccende come schermo e come coscienza.
In un’epoca in cui tutto tende alla smaterializzazione, la Casa Museo offre al contrario una esperienza tangibile del tempo: non la memoria digitale, ma quella incarnata, fatta di spazi, profumi, suoni. È un atto di resistenza, un modo di ricordare che il cinema – prima ancora che arte visiva – è arte dell’abitare: dei corpi, delle voci, delle strade, delle case.
Critica e attualità
Eppure, visitare oggi la Casa Museo di Alberto Sordi non significa soltanto cedere alla nostalgia. Al contrario, impone una domanda critica: che cosa resta del cinema di Sordi nel presente di Roma?
Le sue maschere – l’italiano furbo, il moralista, il sognatore, il piccolo borghese – sono ancora con noi, forse più che mai. Ma cambiano di tono, di ritmo, di contesto.
Nel silenzio delle stanze si percepisce una tensione fra il desiderio di conservare e la necessità di trasformare. È la stessa tensione che attraversa il cinema italiano di oggi, diviso fra memoria e innovazione, tradizione e sperimentazione.
In questo senso, la Casa Museo potrebbe diventare non solo un luogo di culto, ma un laboratorio di riflessione critica: proiezioni, incontri, percorsi didattici che mettano in dialogo Sordi con i nuovi linguaggi del cinema, con la serialità, con la scena urbana contemporanea.
Perché la casa, se rimane chiusa in se stessa, rischia di diventare reliquia. Se invece si apre al presente, può tornare a essere “set”, luogo di produzione di senso, di confronto, di ironia – proprio come lo era Sordi.
Epilogo
Alla fine della visita, si esce nel giardino e si rivede Roma, distesa oltre le mura, con il rumore dei motorini e il cielo che si increspa di luce. È allora che si capisce che quella di Sordi non è solo una casa, ma un modo di abitare l’arte, la città e il tempo.
Nel pieno del Festival del Cinema, mentre la città celebra nuove immagini e nuovi volti, la Casa Museo di Alberto Sordi ci ricorda che ogni immagine nasce da un luogo, da una voce, da una storia vissuta.
Forse il vero film di Sordi non è mai finito: continua qui, tra queste mura, ogni volta che qualcuno entra, osserva, ascolta – e si riconosce.









