C’è una parola che da anni campeggia su cataloghi, brochure e siti di produttori di materiali da costruzione: “green”. Case green, materiali green, soluzioni green. Ma cosa c’è davvero dietro questa etichetta?
Nella trasmissione “Essere e abitare” si è scelto di partire proprio da qui, intrecciando la nuova direttiva europea sulle “case green” (EPBD 4) con una domanda scomoda: siamo davvero davanti a un cambio di paradigma o solo a un’operazione ben confezionata di greenwashing energetico? Per provare a rispondere è arrivato in studio Roberto Sacchi, architetto bergamasco, da quarant’anni in cantiere e in aula, consulente CasaClima, docente al Master Polis Maker del Politecnico di Milano e autore del volume “Progettare e costruire case green” (Maggioli, 2024), nato proprio con l’intento di rimettere ordine tra parole, materiali e scelte progettuali alla luce della direttiva europea.
Per Sacchi, il primo equivoco è linguistico. Nel mondo dell’edilizia, “green” richiama un immaginario rassicurante di natura, benessere, spazi armoniosi. È però un richiamo più psicologico che tecnico. Una casa davvero green, spiega, dovrebbe essere innanzitutto una casa ecologica, costruita con criteri bioedili, materiali salubri, riciclabili, non inquinanti e privi di emissioni nocive per gli organismi viventi. Il problema è che, nel tempo, termini come sostenibile, naturale o i suffissi eco e bio sono stati “saccheggiati” dal marketing, usati come sinonimi e appiccicati a prodotti molto diversi tra loro. Il risultato è una grande confusione: chi deve scegliere come costruire o ristrutturare fatica a orientarsi e finisce spesso per fidarsi più dello slogan che dei dati.
Da qui la necessità di tornare ai significati originari. Ecologico, ricorda Sacchi, è ciò che non altera l’ecosistema; biocompatibile è ciò che rispetta la salute umana e animale; rinnovabile è un materiale che può essere riutilizzato per lo stesso scopo in un ciclo che si rigenera; riciclabile è ciò che può essere trasformato per usi diversi ma non è detto che sia rinnovabile; sostenibile è infine ciò che non incide in modo irreversibile sull’impronta ecologica del pianeta, ovvero sul rapporto tra consumo di risorse e capacità della Terra di rigenerarle. Se questo vocabolario venisse preso sul serio, molte scelte di progetto e di acquisto cambierebbero radicalmente.
Un altro nodo riguarda i Criteri Ambientali Minimi, i CAM, introdotti per orientare gli appalti pubblici verso acquisti più sostenibili. Sulla carta rappresentano un’occasione importante per diffondere una cultura ecologica tra imprese e progettisti. Nella pratica, secondo Sacchi, l’occasione è stata in gran parte sprecata. Da un lato i CAM vengono letti come una sorta di bollino verde automatico: se un materiale soddisfa il requisito formale, viene percepito come ecologico o sostenibile in assoluto. Dall’altro, dentro questi criteri si trova di tutto, come mostrano le percentuali di riciclo richieste per materiali molto diversi: lana di vetro al 60 per cento, lana di roccia al 15, prodotti in legno all’80, schiume sintetiche al 2. Numeri che raccontano chiaramente quali materiali hanno davvero una prospettiva circolare e quali restano legati a logiche di smaltimento in discarica. La mera conformità al CAM, insomma, non basta a definire un materiale sostenibile.
Sulla carta, il settore edilizio dispone di strumenti sofisticati per valutare l’impatto ambientale dei prodotti: le analisi del ciclo di vita (LCA) e le dichiarazioni ambientali di prodotto (EPD), disciplinate da norme precise e pensate per raccontare ciò che accade ai materiali dalla nascita alla fine del loro utilizzo. Sacchi li studia e li usa, ma ammette che molti tecnici non li aprono nemmeno. Spesso ci si ferma alla scheda tecnica e talvolta non si conosce nemmeno la DoP, la dichiarazione di prestazione obbligatoria. Quando le EPD vengono utilizzate, non sempre raccontano l’intera storia: non mancano casi in cui la sostenibilità viene descritta solo “from cradle to gate”, dalla materia prima al cancello della fabbrica, dimenticando trasporti, manutenzione e smaltimento finale.
L’architetto porta un esempio emblematico. Alcuni produttori di lana di roccia vantano un alto contenuto di materiale riciclato, ma leggendo con attenzione le dichiarazioni ambientali si scopre che quel riciclo riguarda gli scarti interni di produzione, non materiali provenienti dai cantieri. È una circolarità chiusa dentro la fabbrica, che non dice nulla sulla reale capacità del prodotto di rientrare in un ciclo virtuoso a fine vita. Una riciclabilità più dichiarata che praticata.
Uno dei passaggi più forti dell’intervista riguarda il ruolo stesso dell’architetto. Sacchi da anni definisce questa figura “costruttrice e distruttrice” allo stesso tempo. Costruttrice, perché realizza edifici per il benessere di chi li abita. Distruttrice, perché ogni intervento modifica un ecosistema, impermeabilizza suolo, consuma materiali che provengono da cave e miniere lontane, genera scarti lungo tutta la filiera. Tutto dipende dalle scelte. Optare per materiali rinnovabili significa accettare una trasformazione temporanea e compensabile; puntare su cemento, derivati del petrolio e sistemi difficilmente riciclabili produce impatti a lungo termine, spesso invisibili a chi progetta e vive gli edifici, ma molto concreti per i territori di produzione e smaltimento.
Il vero problema, insiste, è la mancanza di cultura diffusa sui materiali. Nella pratica quotidiana, troppo spesso vengono selezionati quasi esclusivamente sulla base di costo e prestazioni, mentre la dimensione ambientale e quella biologica restano ai margini. È raro che i progettisti si interroghino sull’origine delle materie prime, sulle condizioni di estrazione, sui processi industriali, sulle emissioni in opera e sugli scenari di fine vita. Eppure è proprio lì che si gioca la differenza tra un edificio solo efficiente e un edificio davvero sostenibile.
Sacchi smonta anche l’idea di una bioedilizia “pura”, fatta solo di materiali naturali e tecniche tradizionali. Una casa completamente naturale, ricorda, è una grotta: tutto il resto è mediazione. Il punto non è eliminare ogni componente tecnologica o chimica, ma ridurne la quantità, sostituire dove è possibile, usare con consapevolezza ciò che non si può evitare. Nella sua visione, una casa green è una casa che favorisce legno, sughero, fibre vegetali e materiali rinnovabili ogni volta che questi possono sostituire prodotti sintetici o cementizi, che accetta guaine e sistemi non naturali solo dove non ci sono ancora alternative valide, che riduce al minimo l’uso di derivati del petrolio, evitando di impiegarli per inerzia o comodità progettuale. Non è una perfezione ideologica, è un “il più possibile” naturale e a bassa impronta ecologica, costruito su una triade chiara: ridurre, sostituire, semplificare.
Per rendere tangibili gli impatti spesso invisibili, Sacchi porta in trasmissione storie molto concrete. Racconta di una gigantesca cava di rame in Cile, grande diversi chilometri e profonda un chilometro, che ha costretto a spostare intere comunità, ha compromesso agricoltura e falde a causa degli sversamenti inquinanti. Ricorda il caso di una diga di scarti minerari collassata in Zambia, con effetti devastanti sul fiume da cui dipendeva la popolazione locale. E avvicina il discorso a noi citando le Alpi Apuane, dove la polvere di marmo che si solleva durante i tagli si deposita sulle piante, rallenta la fotosintesi, inquina torrenti e falde. È il rovescio della medaglia del marmo che, a centinaia di chilometri di distanza, raccontiamo come simbolo di lusso e qualità.
Questi esempi mostrano quanto sia grande la distanza tra il prezzo pagato su un capitolato e il costo reale, ambientale e sociale, di ciò che mettiamo in opera. E aprono una domanda scomoda: quante delle soluzioni che oggi vendiamo come virtuose verrebbero ancora considerate accettabili se ci mettessimo davvero nei panni degli abitanti dei territori di estrazione e di smaltimento?
Guardando al futuro, Sacchi immagina un 2040 in cui la direttiva sulle case green venga riletta mettendo al centro non solo l’efficienza energetica in esercizio, ma l’intero ciclo di vita degli edifici, i materiali, gli impatti sanitari, le relazioni con gli ecosistemi. Per arrivarci, però, serve una svolta culturale più che tecnologica: formazione, consapevolezza, curiosità. Solo così, dice, la bioedilizia smetterà di essere una nicchia un po’ snob e potrà tornare a chiamarsi semplicemente edilizia, cioè l’unico modo sensato di costruire.
Fino ad allora, il rischio è continuare a confondere risparmio in bolletta e sostenibilità, limitandosi a edifici più efficienti ma non necessariamente più giusti per le persone e per il pianeta. La sfida è tenere insieme norme, tecnica e responsabilità, ricordando che dietro ogni parete, ogni lastra, ogni isolamento, c’è sempre una storia che parte molto lontano da casa nostra.
Nell’intervista abbiamo parlato del libro “Progettare e costruire case Green”
Chi è Roberto Sacchi
Roberto Sacchi è architetto e libero professionista, con studio a Bergamo. Da oltre quarant’anni si occupa di ecologia dell’architettura, bioedilizia ed efficienza energetica degli edifici, con un’attenzione particolare alla scelta consapevole dei materiali e al loro impatto ambientale e sanitario. È consulente CasaClima, docente al Master Polis Maker del Politecnico di Milano e autore del volume “Progettare e costruire case green” (Maggioli, 2024), in cui propone un approccio pratico e critico alla progettazione di edifici realmente sostenibili.
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Foto di Yip da Pixabay










