Qualche volta mi domando se nelle aziende ci siamo abituati a confondere il silenzio con il benessere.
Mi spiego meglio.
Un collaboratore arriva puntuale, svolge il proprio lavoro, non discute le decisioni, non crea problemi. Il suo responsabile è soddisfatto. L'imprenditore ancora di più. Tutto sembra funzionare.
Ma siamo proprio sicuri che quella persona stia bene?
Oppure, molto più semplicemente, ha capito che in quell'ambiente è preferibile non dire quello che pensa?
È una riflessione che mi accompagna da tempo e che abbiamo affrontato nell'ultima puntata de Il Salotto del Coach, insieme a Elvira Cuka, che si occupa professionalmente di benessere, e ad Alice, la nostra intelligenza artificiale.
Si parla continuamente di benessere aziendale. È diventato quasi impossibile trovare un'organizzazione che non dichiari di mettere le persone al centro.
Le persone al centro.
Una di quelle espressioni che abbiamo utilizzato così tante volte da rischiare di dimenticarci cosa significhi veramente.
Poi, però, entri nelle aziende.
E scopri che ci sono collaboratori che hanno smesso di proporre idee, responsabili che non accettano osservazioni e imprenditori che conoscono perfettamente il fatturato dei propri negozi, ma non hanno la minima idea di quale sia il clima che si respira al loro interno.
La cosa interessante è che alcune di queste aziende funzionano anche molto bene. Almeno economicamente.
Ed è proprio qui che nasce la contraddizione.
Se un manager raggiunge gli obiettivi, ma nel frattempo perde continuamente persone, possiamo definirlo un bravo manager?
Se un'azienda aumenta il fatturato, ma i suoi collaboratori vivono aspettando il venerdì sera, possiamo parlare di successo?
Non credo che la risposta sia così scontata.
In tanti anni di lavoro ho incontrato persone che, durante una sessione di coaching, mi hanno raccontato situazioni che non avrebbero mai avuto il coraggio di affrontare con il proprio responsabile.
E non parlo necessariamente di grandi problemi.
A volte bastava una proposta non ascoltata, un'osservazione interpretata come una critica, una richiesta di chiarimento accolta con fastidio.
Piccole cose, apparentemente.
Che però, ripetute nel tempo, insegnano qualcosa: meglio stare zitti.
E così il silenzio diventa un'abitudine.
Il responsabile pensa che tutto vada bene. Il collaboratore aspetta un'occasione per andarsene. E quando arriva la lettera di dimissioni, qualcuno si domanda persino come sia stato possibile.
Durante la trasmissione Elvira ha richiamato l'attenzione su un aspetto che considero fondamentale. Il benessere non si può ridurre a un insieme di iniziative organizzate dall'azienda.
Ben vengano i benefit, le attività di gruppo, i programmi dedicati alla salute delle persone.
Ma possiamo offrire tutta la frutta che vogliamo in sala riunioni. Se poi un responsabile umilia un collaboratore davanti ai colleghi, quella frutta serve a ben poco.
Il problema non è quello che mettiamo a disposizione delle persone.
È come le trattiamo.
Mi è tornato in mente un imprenditore conosciuto qualche anno fa.
Ogni mattina, prima di raggiungere il proprio ufficio, faceva il giro dell'azienda. Salutava, si fermava a parlare, chiedeva come andassero le cose.
Non teneva un discorso motivazionale. Non organizzava una riunione. Non aveva bisogno di dimostrare nulla.
Semplicemente, dedicava del tempo alle persone.
E oggi mi domando: siamo arrivati al punto in cui un comportamento così normale debba essere considerato straordinario?
Forse sì.
Perché abbiamo costruito organizzazioni nelle quali troviamo il tempo per analizzare qualsiasi indicatore, ma facciamo fatica a trovare cinque minuti per ascoltare qualcuno.
Misuriamo la produttività, le vendite, i margini, le performance.
Tutto giusto, per carità.
Ma le relazioni?
Quelle dove le mettiamo?
Alice, nel corso della nostra conversazione, ha espresso un pensiero che condivido: anche pochi minuti di attenzione autentica possono avere più valore di tanti slogan. È la continuità dei comportamenti che, nel tempo, costruisce la fiducia.
Ecco, credo che il punto sia proprio questo.
Non occorre necessariamente inventarsi un nuovo progetto di welfare aziendale per cominciare a cambiare qualcosa.
Potremmo iniziare domani mattina.
Magari ascoltando fino in fondo una persona che sta cercando di dirci qualcosa. Oppure chiedendo a un collaboratore come sta, avendo poi la pazienza di aspettare la risposta.
Quella vera.
Perché, alla fine, nessuno mette in discussione che un'azienda debba produrre risultati. Senza risultati non ci sono stipendi, investimenti e futuro.
Ma c'è una differenza enorme tra considerare le persone una risorsa da utilizzare e riconoscerle come esseri umani con i quali costruire quei risultati.
E allora torno alla domanda dalla quale siamo partiti.
Quando parliamo di benessere aziendale, ci interessa davvero come stanno le persone oppure ci interessa che stiano abbastanza bene da continuare a produrre?
Perché non è esattamente la stessa cosa.
E forse, prima di organizzare il prossimo corso sul benessere, qualche imprenditore dovrebbe trovare il coraggio di porsi questa domanda.
Quanto ci costa, ogni giorno, non ascoltare le persone che lavorano con noi?


