Ogni anno le aziende investono migliaia di euro in formazione. Aule piene, docenti preparati, partecipanti soddisfatti. Ma siamo sicuri che tutto questo produca un cambiamento? Ne abbiamo parlato con Alice, la mia intelligenza artificiale, durante l'ultima puntata del Salotto del Coach.
C'è una domanda che ogni tanto mi faccio, soprattutto quando entro in un'azienda per iniziare un nuovo percorso di formazione.
Ma tutti questi corsi servono davvero a qualcosa?
Detta da uno che si occupa di formazione e coaching da tanti anni potrebbe sembrare una provocazione. E forse lo è. Ma credo sia arrivato il momento di distinguere ciò che impariamo da ciò che siamo effettivamente disposti a cambiare.
Vi faccio un esempio.
Un imprenditore partecipa a un corso sulla delega. Otto ore in aula. Il formatore è preparato, gli argomenti interessanti, gli esercizi coinvolgenti. Alla fine della giornata torna a casa entusiasta, convinto che dal lunedì successivo cambierà completamente il suo modo di lavorare.
Arriva lunedì.
Un collaboratore entra nel suo ufficio e gli chiede come affrontare un problema.
«Lascia stare, ci penso io.»
Otto ore di formazione cancellate in cinque secondi.
O forse no.
Alice, durante la nostra trasmissione, mi ha fatto osservare qualcosa di interessante. Quell'imprenditore potrebbe aver imparato perfettamente le tecniche della delega. Il problema è che continua a essere convinto che nessuno possa fare le cose bene quanto lui.
E allora mi domando: stiamo lavorando sulle competenze oppure sulle convinzioni?
Perché sono due cose profondamente diverse.
Nelle aziende assisto spesso a una situazione curiosa. Si organizza un corso, si scelgono i partecipanti, si prepara il calendario. Arriva il formatore, magari particolarmente bravo a coinvolgere il pubblico. Qualche battuta, belle slide, tanti applausi.
Alla fine si distribuisce il questionario.
Il docente era preparato? Sì.
Gli argomenti erano interessanti? Sì.
Consiglierebbe il corso? Assolutamente sì.
Perfetto. Tutti soddisfatti.
Ma manca una domanda.
Dopo trenta giorni, che cosa è cambiato?
Perché un corso può essere bellissimo senza modificare un solo comportamento.
E il problema, attenzione, non riguarda soltanto chi partecipa.
Immaginate un'azienda che organizza una giornata dedicata all'innovazione. Si parla di creatività, cambiamento, nuove idee. I collaboratori escono dall'aula motivati.
Il giorno successivo uno di loro propone una soluzione diversa.
Il responsabile lo guarda e risponde:
«Abbiamo sempre fatto così. Perché vuoi complicarci la vita?»
Ecco. La formazione è finita.
Non quella in aula, naturalmente. Quella che avrebbe dovuto produrre qualche risultato.
Alice ha utilizzato una frase che mi è piaciuta particolarmente: «Se l'ambiente smentisce l'aula, vince l'ambiente».
Ed è proprio questo il punto.
Non possiamo chiedere alle persone di cambiare se continuiamo a inserirle in organizzazioni che premiano esattamente i comportamenti che vorremmo modificare.
Da sociologo, prima ancora che da coach, credo che questa sia una delle contraddizioni più evidenti della formazione aziendale.
Pretendiamo di cambiare le persone senza mettere in discussione il sistema nel quale lavorano.
E poi ci sorprendiamo quando, dopo qualche settimana, tutto torna esattamente come prima.
Allora forse dobbiamo modificare il nostro modo di intendere la formazione.
Non significa eliminare le giornate in aula. Significa smettere di considerarle il punto di arrivo.
Personalmente credo molto nella politica dei piccoli passi.
Avete frequentato un corso sulla delega? Non promettete che da domani delegherete tutto. Scegliete un'attività, individuate un collaboratore e cominciate da quella.
Volete migliorare l'ascolto? Nella prossima riunione provate a fare una domanda prima di esprimere la vostra opinione.
Non servono rivoluzioni annunciate davanti a cinquanta persone.
Servono comportamenti concreti, ripetuti nel tempo.
E soprattutto serve verificare quello che succede.
Durante la puntata ho proposto tre domande che considero particolarmente utili:
Che cosa ho fatto? Che cosa ha funzionato? Che cosa devo cambiare?
Tre domande semplici. Da farsi alla fine di una giornata, di una settimana o di un percorso formativo.
Perché cambiare significa anche avere il coraggio di riconoscere che qualcosa che abbiamo fatto per anni, magari con ottimi risultati, oggi potrebbe non funzionare più.
È il tema che affronto anche nel mio libro Abbiamo sempre fatto così – Viaggio attraverso il Mindset.
Quelle quattro parole apparentemente innocue rappresentano spesso uno degli ostacoli più difficili da superare.
Non perché il passato non abbia valore. Anzi.
Ma perché l'esperienza dovrebbe aiutarci a interpretare il cambiamento, non diventare una scusa per evitarlo.
La prossima volta che partecipate a un corso, quindi, non chiedetevi soltanto quanto fosse bravo il formatore.
Chiedetevi che cosa farete di diverso il giorno successivo.
E se siete imprenditori, prima di investire nell'ennesimo corso per i vostri collaboratori, fatevi un'altra domanda.
Siete davvero pronti a cambiare qualcosa anche voi?
Perché, alla fine, la formazione non dovrebbe lasciare soltanto bei ricordi.
Dovrebbe lasciare qualche vecchia abitudine in meno.
E qualche comportamento nuovo in più.
Non ho la risposta. Ho la domanda che ti manca.


