Dal lavoro manuale alla tecnologia: cambia il mestiere del posatore
BOLOGNA – Dal flipper ai videogiochi, dal lavoro prevalentemente manuale a una professione nella quale strumenti digitali, sistemi di misurazione, normative, materiali evoluti e competenze specialistiche assumono un peso sempre maggiore. È partito proprio da questo passaggio generazionale il confronto ospitato nella Città della Posa a CERSAIE 2026, dedicato al futuro delle professioni della posa e alla possibilità di costruire una rappresentanza più coordinata della filiera.
A moderare la tavola rotonda è stato Paolo Leccese, direttore editoriale di Casa Radio, che ha posto fin dall’apertura una questione precisa: a un anno dal primo confronto tra le associazioni, quanto è avanzato concretamente il progetto di “fare sistema”?
Una domanda che ha attraversato l’intero dibattito e che ha fatto emergere una linea condivisa: l’obiettivo non è cancellare identità, storie e specializzazioni delle singole organizzazioni, ma individuare le questioni sulle quali nessuna associazione può ottenere, da sola, gli stessi risultati raggiungibili attraverso un’azione comune.
La sfida riguarda il riconoscimento delle competenze, la formazione, la certificazione, le norme tecniche, il rapporto con le istituzioni e soprattutto la capacità di restituire valore e reputazione ai mestieri della posa.
Al tavolo hanno partecipato rappresentanti delle diverse componenti che concorrono alla realizzazione del cosiddetto “sistema pavimento”: Pietro Belloni per il mondo dei pavimenti in legno, Mariangela Marconi per CONPAVIPER, Giovanni Grandoni Viola per il settore delle impermeabilizzazioni, Michele Bottoni per il Consorzio Q-RAD e Luca Berardo, presidente di Assoposa e padrone di casa nella Città della Posa.
Il pavimento non è la somma di lavorazioni separate
Il primo elemento emerso dal confronto è il superamento di una concezione frammentata del cantiere.
Massetti, sottofondi, impermeabilizzazioni, sistemi radianti, pavimenti in legno, superfici ceramiche e posa non possono più essere considerati compartimenti stagni. Il risultato finale dipende invece dalla capacità di ogni componente di dialogare con quella che la precede e con quella che la segue.
È qui che il concetto di “sistema pavimento” assume un significato non soltanto tecnico, ma culturale.
Pietro Belloni ha sottolineato il valore della formazione professionale e della qualificazione dei posatori, richiamando l’esperienza maturata nel settore dei pavimenti in legno. Il problema, ha osservato, è distinguere una professionalità costruita attraverso competenze, formazione e rispetto delle norme dalle figure improvvisate che continuano a operare sul mercato.
Una distinzione che diventa decisiva anche per il committente.
La qualità del parquet, ad esempio, non dipende esclusivamente dalla corretta posa del legno. Dipende dalle caratteristiche del massetto, dalle condizioni del sottofondo, dall’eventuale presenza di un impianto radiante, dall’umidità e, più in generale, dalla corretta progettazione ed esecuzione dell’intera stratigrafia.
È quindi la filiera nel suo complesso a dover funzionare.
Marconi: partire dai problemi comuni, non dalla forma dell’organizzazione
Mariangela Marconi ha riportato il confronto sulla necessità di trovare una formula di collaborazione capace di rispettare le differenti storie associative.
CONPAVIPER rappresenta un universo articolato che comprende pavimentazioni continue, rivestimenti in resina, massetti, sottofondi e imprese altamente specializzate. Una struttura che dimostra quanto sia difficile immaginare una semplice sovrapposizione tra organizzazioni differenti.
Da qui una proposta metodologica: prima individuare problemi e obiettivi comuni, poi stabilire la forma organizzativa più efficace per affrontarli.
Le diversità, secondo Marconi, non devono necessariamente essere eliminate. Possono diventare una risorsa se inserite all’interno di una struttura di coordinamento capace di intervenire sui temi che richiedono una rappresentanza più forte.
Tra questi c’è il riconoscimento delle imprese specialistiche.
Un tema particolarmente importante perché dietro una lavorazione di qualità esistono investimenti in persone, attrezzature, formazione e aggiornamento che devono poter trovare un riconoscimento anche sul mercato.
Altro terreno decisivo è quello delle norme.
Molti contenziosi nascono infatti nei punti di interfaccia tra lavorazioni differenti. Proprio per questo la produzione normativa e i codici di buona pratica possono diventare uno degli ambiti privilegiati della collaborazione tra associazioni.
Le regole, è stato sottolineato, devono poter evolvere insieme ai materiali, alle tecnologie e ai processi costruttivi.
Grandoni Viola: certificare realmente le competenze
Anche Giovanni Grandoni Viola ha insistito sulla necessità di valorizzare le professionalità attraverso percorsi credibili di qualificazione.
L’esperienza maturata nel settore delle impermeabilizzazioni mostra come la collaborazione tra produttori e applicatori possa generare un vantaggio per entrambi: l’industria comprende meglio le esigenze del cantiere e gli operatori acquisiscono conoscenze più approfondite sui prodotti e sulle corrette modalità applicative.
Ma la certificazione, per essere efficace, deve essere reale.
Non può trasformarsi in un semplice riconoscimento formale. Deve attestare l’effettivo possesso delle competenze richieste e diventare, progressivamente, un elemento attraverso il quale il mercato distingue un’impresa specializzata da un operatore improvvisato.
Il risultato atteso è una catena virtuosa: qualificare il lavoratore significa aumentare il valore dell’impresa e, di conseguenza, la qualità dell’opera consegnata al cliente.
Q-RAD: la posa è trasferimento di valore
Michele Bottoni ha affrontato il tema dalla prospettiva dei sistemi radianti.
Il messaggio rivolto agli installatori è chiaro: la posa non può essere considerata l’ultima operazione di un processo progettato altrove. È un momento professionale determinante attraverso il quale il valore della progettazione e del prodotto viene trasferito concretamente nell’edificio.
Da qui torna ancora una volta il concetto di pacchetto pavimento.
Chi installa un sistema radiante deve conoscere ciò che accade sopra e sotto il proprio intervento. Analogamente, chi realizza le altre componenti deve comprendere le caratteristiche dell’impianto.
La collaborazione tra associazioni permette quindi di accedere a competenze che vanno oltre la propria specializzazione.
Per Bottoni, il possibile coordinamento dovrebbe partire da una “agenda comune”: mappatura delle competenze, formazione, certificazione, reputazione e comunicazione della categoria.
Berardo: «Il mondo in cui ognuno scaricava la responsabilità sull’altro non regge più»
È stato Luca Berardo a sintetizzare con maggiore nettezza il cambiamento culturale che le associazioni stanno tentando di realizzare.
Per anni il settore delle costruzioni ha funzionato attraverso compartimenti separati, con operatori concentrati soprattutto sulla tutela del proprio perimetro e, nei casi di problemi, sulla ricerca della responsabilità nella lavorazione precedente o successiva.
Quel modello, secondo Berardo, non è più sostenibile.
Il tentativo in corso consiste nel superare differenze e diffidenze sedimentate nel tempo, senza pretendere di cancellare le specificità tecniche.
A un anno dal precedente appuntamento non esiste ancora una lista di obiettivi tutti completati. Il percorso è più lento di quanto auspicato, è stato riconosciuto durante il confronto, ma esistono alcuni risultati concreti. Tra questi, il rafforzamento dei rapporti associativi reciproci e soprattutto la permanenza di una visione condivisa.
Formazione, qualificazione e certificazione costituiscono il terreno sul quale costruire questa convergenza.
L’obiettivo finale è far percepire al mercato che nel mondo della posa esistono percorsi professionali, regole tecniche e competenze verificabili.
Giovani, il problema non è soltanto trovare manodopera
La seconda parte della tavola rotonda ha spostato l’attenzione sul ricambio generazionale.
Ed è probabilmente uno dei passaggi più significativi del confronto.
Perché la difficoltà di trovare giovani disponibili a entrare nel settore non può essere spiegata soltanto attraverso la carenza di manodopera. Esiste un problema di reputazione dei mestieri.
Per troppo tempo le professioni del cantiere sono state raccontate attraverso la fatica fisica, la polvere e condizioni di lavoro considerate poco attrattive.
Ma il mestiere è cambiato.
Oggi un’impresa specialistica utilizza strumenti di misura, tecnologie digitali, materiali innovativi, mezzi di movimentazione e procedure sempre più evolute. Deve conoscere norme tecniche, sicurezza, caratteristiche dei materiali e interazioni tra sistemi diversi.
Il posatore contemporaneo è quindi sempre più un tecnico specializzato.
Cambiare questa narrazione diventa indispensabile per avvicinare le nuove generazioni.
Belloni ha richiamato il ruolo delle scuole professionali e la necessità di creare un collegamento più stretto tra formazione e imprese. E ha evidenziato un dato spesso sottovalutato: un giovane che acquisisce realmente una specializzazione può trovare una domanda di lavoro significativa e costruire nel tempo anche un percorso imprenditoriale.
Grandoni Viola ha aggiunto un altro interlocutore: le famiglie.
Non basta convincere il ragazzo. Occorre mostrare anche ai genitori che entrare professionalmente nel settore delle costruzioni non significa scegliere necessariamente un lavoro senza prospettive.
Durante il confronto è stato ricordato come, in alcune specializzazioni, un apprendista possa entrare nel mercato con condizioni economiche competitive rispetto a quelle offerte inizialmente da alcune professioni che richiedono percorsi universitari.
Il tema non è contrapporre laurea e lavoro manuale, ma riconoscere che il Paese necessita di entrambe le competenze e che una specializzazione tecnica può rappresentare una scelta professionale consapevole.
Tecnologia e gamification per costruire una nuova reputazione
Non è casuale che il confronto sia avvenuto all’interno dello spazio “The Game”.
Il riferimento al gioco diventa una metafora della trasformazione in corso.
Le tecnologie digitali possono rendere più efficienti le lavorazioni, facilitare il controllo dei processi, migliorare la formazione e, contemporaneamente, avvicinare le professioni della posa al linguaggio delle nuove generazioni.
La gamification può diventare persino uno strumento formativo.
Ma soprattutto la tecnologia può funzionare come connettore tra mondi professionali differenti.
Secondo Berardo, proprio il digitale potrebbe contribuire a superare alcuni dei confini che hanno storicamente separato le diverse componenti del sistema pavimento.
Nasce Trace, la tracciabilità diventa digitale
La conclusione della tavola rotonda ha trasformato il dibattito in una prima applicazione concreta.
Gigi Succurro ha presentato Trace, un’applicazione progettata per digitalizzare la compilazione della documentazione di tracciabilità prevista dalle norme tecniche che interessano differenti componenti del sistema pavimento.
Lo strumento può essere utilizzato sia da dispositivi mobili sia da desktop ed è stato pensato per operatori, rivenditori, posatori, progettisti e direttori dei lavori.
L’obiettivo è semplice ma strategico: rendere più facile un’attività prevista da tempo dalle procedure tecniche ma che, nella pratica quotidiana del cantiere, rischia ancora di essere trascurata.
Trace introduce così un elemento particolarmente coerente con l’intero dibattito: trasformare il sistema pavimento da successione di lavorazioni a processo documentato e condiviso.
Una piattaforma digitale può infatti creare continuità tra soggetti diversi, lasciare traccia delle lavorazioni e contribuire alla responsabilizzazione dell’intera filiera.
Dalla promessa al sistema
La tavola rotonda della Città della Posa non si è chiusa annunciando la nascita immediata di una nuova organizzazione.
Ed è forse proprio questo uno degli elementi più significativi.
Le associazioni hanno scelto una strada progressiva: conservare autonomia e identità, costruendo contemporaneamente un’agenda comune e strumenti di collaborazione.
Il punto di arrivo potrebbe essere una consulta o comunque una struttura agile di coordinamento capace di rappresentare le questioni trasversali davanti alle istituzioni, senza sostituire le singole organizzazioni.
Nel frattempo, il lavoro parte da alcuni elementi concreti: formazione comune, certificazione delle competenze, confronto sulle norme, comunicazione, rapporto con scuole e famiglie, digitalizzazione e riconoscimento delle imprese specialistiche.
Il messaggio emerso dalla Città della Posa è che il futuro del settore non dipenderà soltanto da nuovi materiali o macchinari più sofisticati.
Dipenderà dalla capacità di mettere in relazione le persone che quei materiali devono progettare, installare e trasformare in un’opera funzionante.
E anche dalla capacità di raccontare diversamente quei mestieri.
Perché se il posatore continuerà a essere percepito come l’ultimo anello operativo del cantiere, attrarre giovani sarà difficile. Se invece verrà riconosciuto come un professionista specializzato, inserito in un sistema tecnologico, normativo e produttivo complesso, la prospettiva cambia radicalmente.
È questa, in fondo, la sfida lanciata dalla tavola rotonda moderata da Paolo Leccese: passare dalla cultura delle singole lavorazioni alla cultura del sistema pavimento.
Un sistema nel quale autonomia non significhi isolamento, specializzazione non significhi frammentazione e tecnologia non significhi sostituzione del lavoro umano, ma aumento delle competenze e del valore professionale.
L’appuntamento è già idealmente fissato alla prossima edizione. Questa volta, però, con un impegno ulteriore: trasformare progressivamente le intenzioni condivise in risultati misurabili per l’intera filiera.


