Una pressione che si aggiunge all’aumento dei costi logistici, delle materie prime e del lavoro e che colpisce un sistema produttivo caratterizzato da una fortissima presenza di imprese di piccola dimensione. “Quando l’energia arriva ad assorbire oltre il 10% dei ricavi di un’impresa non siamo più davanti a una semplice oscillazione dei costi, ma a un problema di sostenibilità economica del modello produttivo”, dichiara Carlo Verdone, presidente di Federitaly. “Il rischio è che molte piccole imprese, già impegnate in una competizione internazionale sempre più difficile, vedano progressivamente erodersi i propri margini fino a mettere in discussione investimenti, occupazione e, nei casi più fragili, la stessa continuità aziendale”.
Federitaly valuta positivamente gli interventi destinati a contenere nell’immediato il prezzo dei carburanti, ma sottolinea come strumenti limitati nel tempo non possano rappresentare una risposta sufficiente a un problema destinato a incidere sempre più profondamente sui bilanci delle imprese. “I tetti ai prezzi e gli interventi emergenziali possono dare ossigeno, ma l’ossigeno dura finché resta aperta la bombola. Alle imprese serve una soluzione strutturale”, prosegue Verdone. “Non possiamo continuare a rincorrere ogni emergenza con un nuovo bonus, un credito d’imposta temporaneo o un piccolo voucher. Occorre cambiare impostazione”.
Secondo Federitaly, il primo passo deve essere un riordino complessivo delle misure agevolative esistenti, oggi distribuite tra strumenti nazionali, regionali e territoriali, procedure differenti, finestre temporali, requisiti e sistemi di rendicontazione che spesso rendono l’accesso agli incentivi particolarmente complesso proprio per le imprese più piccole. La federazione propone quindi la definizione di una misura nazionale strutturale e pluriennale per l’autonomia e l’efficienza energetica delle Mpmi, semplice nell’accesso e rapida nell’erogazione, capace di sostenere con risorse adeguate investimenti in fotovoltaico, sistemi di accumulo, efficientamento degli impianti produttivi, comunità energetiche e altre tecnologie destinate a ridurre stabilmente il fabbisogno energetico acquistato dalla rete. “Dobbiamo uscire dalla logica dei mille rivoli”, sottolinea Verdone. “Di fronte a un problema di questa portata non servono cento piccoli strumenti da poche migliaia di euro, ciascuno con procedure, scadenze e rendicontazioni differenti. Serve un fiume in piena: una misura nazionale riconoscibile, accessibile e sufficientemente finanziata, che consenta anche alla piccola impresa di programmare oggi gli investimenti che ridurranno domani la sua bolletta energetica”.
Per Federitaly la questione energetica deve essere affrontata anche come una componente della politica per l’internazionalizzazione. Un’impresa italiana che sostiene costi energetici sensibilmente superiori a quelli dei propri concorrenti parte infatti da una posizione di svantaggio nella formazione del prezzo finale, con effetti sulla capacità di competere sui mercati internazionali. La federazione richiama, in questo senso, anche le recenti analisi secondo cui le micro e piccole imprese italiane sostengono complessivamente un costo dell’elettricità superiore di circa 3,7 miliardi di euro rispetto alla media europea. “Difendere il made in Italy significa anche mettere le nostre imprese nelle condizioni di produrre in Italia”, conclude il presidente di Federitaly. “La transizione energetica non può essere soltanto un insieme di obblighi da rispettare: deve diventare un’opportunità economica concreta. Se aiutiamo una piccola impresa a produrre una parte significativa dell’energia che consuma, non le stiamo concedendo un sussidio: stiamo aumentando la sua competitività per i prossimi vent’anni. Per questo chiediamo al governo l’apertura immediata di un tavolo con le rappresentanze delle imprese, finalizzato al riordino degli strumenti esistenti e alla costruzione di una misura strutturale per energia e carburanti. È una questione di competitività, ma anche di tutela delle nostre filiere produttive e della capacità dell’Italia di continuare a produrre valore sui propri territori”.

