Dalla fretta collettiva alle bolle identitarie, dal lavoro come status alle competenze umane che faranno la differenza: cosa resta davvero stabile nei prossimi 5-10 anni?
C’è una sensazione che molti condividono, anche senza dirlo ad alta voce: il mondo cambia così in fretta che le regole (sociali, culturali, organizzative) fanno fatica a stargli dietro. È da qui che nasce la chiacchierata radiofonica tra Maurizio Pesenti e Andrea Autelitano, presidente della macrodeputazione Nord-Ovest di Associazione Sociologi Italiani, in vista di una puntata che promette di essere molto più di un’intervista: un “check” realistico su dove stiamo andando come persone, come comunità e come aziende.
Il punto di partenza è potente e semplice: la sociologia oggi non può limitarsi a descrivere il cambiamento. Deve anche aiutare a governarlo — senza slogan, senza posture accademiche, con un’impronta concreta sulla qualità della vita di persone, famiglie e imprese
Sociologia pratica: leggere il presente e rimettere l’umano al centro
Nella conversazione emerge una visione chiara: la sociologia, per essere utile, deve stare dove “brucia” la realtà. Non solo interpretare, ma anche costruire ponti: tra tecnologia e bisogni umani, tra istituzioni e imprese, tra scelte individuali e dinamiche collettive.
Andrea identifica tre cambiamenti sociali enormi che, messi in fila, spiegano perché oggi ci sentiamo spesso “in affanno”:
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Il tempo come urgenza permanente: tutto è immediato, tutto è adesso. E questa fretta cronica cambia il modo in cui decidiamo, lavoriamo, ci relazioniamo.
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Dalle comunità alle “bolle”: appartenenze veloci, tribù digitali, micro-mondi che rassicurano ma rischiano di isolarci.
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Un nuovo rapporto con l’autorità: non basta più il ruolo. Conta la coerenza. L’autorevolezza si “guadagna” ogni giorno, con comportamenti verificabili.
È qui che si inserisce un tema delicato ma decisivo: le persone stanno davvero cambiando o stanno solo reagendo?Secondo Andrea, spesso vediamo comportamenti “difensivi”, risposte automatiche agli stimoli esterni (digitale, crisi, pressione sociale). E il rischio è confondere reazione con trasformazione.
Un passaggio interessante tocca anche il modo in cui i sociologi dovrebbero stare nel dibattito pubblico: non inseguendo la polarizzazione, ma aiutando a distinguere percezione e realtà. Un lavoro scomodo, ma necessario.
Lavoro: identità, status, ansia (e quel burnout che non è solo stress)
Il secondo blocco dell’intervista entra nella pancia del presente: il lavoro come specchio dell’identità. Non è più (solo) “cosa faccio”, ma “chi sono”, “quanto valgo”, “quanto sono riconosciuto”.
Qui la sociologia incrocia la vita quotidiana: burnout, dimissioni “per cambiare vita”, crisi di senso, fatica nel tenere insieme performance e benessere. Il tema non è romantico: è strutturale. Perché quando il lavoro diventa status e ansia, l’organizzazione non è solo un luogo produttivo… diventa un ambiente psicologico.
E allora la domanda cambia: non “come motiviamo le persone?”, ma che cultura stiamo costruendo, e che tipo di relazione stiamo creando tra individuo e impresa.
Cultura organizzativa e governance preventiva: la competenza del futuro è la cultura
Uno dei punti più forti della conversazione è questa inversione di prospettiva: oggi la cultura organizzativa pesa più della tecnica. La tecnica si compra, si aggiorna, si insegna. La cultura no: o la vivi, o non esiste.
Andrea parla di aziende chiamate a cambiare non per moda, ma per sopravvivenza. E sottolinea una differenza netta: il passato era gestione e controllo, il futuro è preparazione e adattamento. Qui entra in campo l’idea di “governance preventiva”: creare reti tra organizzazioni e istituzioni, leggere in anticipo segnali deboli, evitare di rincorrere l’emergenza.
Maurizio aggancia il punto con una frase che vale come promemoria per chi fa leadership: i valori o sono praticati o sono marketing. E quando i valori sono veri, diventano un moltiplicatore: riducono conflitti inutili, rendono più chiari i comportamenti attesi, aumentano ingaggio e responsabilità.
Le competenze sociali decisive nei prossimi 5-10 anni
La chiusura dell’incontro è praticamente un mini-manifesto. Tra le competenze che faranno davvero differenza, spiccano:
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Ascolto (quello vero, non “finto” da riunione)
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Gestione del conflitto (non evitare, ma trasformare)
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Pensiero critico (filtrare slogan, distinguere fatti e narrazioni)
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Cooperazione (saper costruire alleanze, non solo competere)
Colpisce in particolare il concetto di ascolto “col cuore”: non un sentimentalismo, ma una competenza organizzativa. Perché quando le persone si sentono parte del progetto, non servono mille controlli: si attiva un circolo virtuoso.








