C’è un modo in cui la sostenibilità smette di essere una parola “aggiunta” e diventa una pratica: quando smette di vivere solo nei documenti e comincia ad abitare gli sguardi. È da qui che parte la conversazione tra Marco Mari, Sustainability and Policy Advisor e membro del TeamTank “Comunicare l’abitare” di Casa Radio, e Francesco Bedeschi, direttore dell’University of Arkansas Rome Center: una puntata della Special Edition di “Essere e Abitare” che usa la formazione non come cornice, ma come precondizione abilitante.
Il Rome Center, spiega Bedeschi, è il “satellite” italiano di una grande università pubblica americana: un campus da decine di migliaia di studenti che da oltre trent’anni porta a Roma ragazzi e ragazze per l’esperienza dello study abroad. Un’eredità culturale che richiama, senza nostalgie, la lunga genealogia del Grand Tour: venire in Italia per misurarsi con le radici, ma oggi con una consapevolezza nuova. Non si tratta più solo di “acculturarsi”, bensì di imparare a tenere insieme ciò che spesso resta separato: storia e futuro, tutela e progetto, infrastrutture e significati.
È qui che Roma diventa un acceleratore. La scena raccontata da Bedeschi è concreta: l’ingresso degli studenti a Palazzo Taverna, lo stupore davanti agli affreschi, la bellezza che non si lascia addomesticare e costringe a ricalibrare le proprie coordinate. Per molti, addirittura, è il primo aereo, il primo treno ad alta velocità: l’esperienza non è soltanto accademica, è esistenziale. E quando l’educazione passa anche dal corpo – dallo spaesamento, dall’incontro, dalla vita quotidiana in un contesto diverso – la sostenibilità smette di essere una teoria astratta e comincia a somigliare a una responsabilità.
Dentro questa cornice si innesta uno dei temi più forti dell’intervista: heritage and sustainability. Bedeschi lo dice senza retorica: la commistione tra innovazione e storia, a Roma, trova un terreno “perfetto”. Da qui nasce il lavoro su parchi storici, parchi archeologici e infrastrutture verdi e blu: luoghi che non chiedono solo rigenerazione, ma anche cura della memoria, continuità culturale, trasmissione alle generazioni future. Il progetto citato – un ponte tra cultura del restauro e strumenti di matrice anglosassone orientati alla misurazione – prova a rispondere proprio a questo: come rendere valutabili i servizi ecosistemici senza perdere la radice storica? Come usare framework e protocolli come metodo, senza ridurre il patrimonio a una checklist?
Il discorso si allarga poi alla Biennale di Venezia, dove la Fay Jones School of Architecture – University of Arkansas – ha firmato il progetto per il padiglione USA. Bedeschi racconta i retroscena e, soprattutto, il senso del tema: Porch / veranda come “architettura della generosità”. Un gesto semplice: una struttura di legno che invita alla sosta, protegge da sole e pioggia, crea relazione. Ma è proprio in questo minimalismo che si vede la direzione: resilienza, economia circolare, filiera. Il legno, sottolinea Bedeschi, è stato reperito in Italia, grazie a una rete di collaborazioni; e soprattutto non finisce con l’evento. È già in viaggio verso Roma per essere riutilizzato in un progetto di service learning con gli studenti, dentro un quartiere in cui il centro universitario sta lavorando con un approccio “a 360 gradi”. Non un simbolo, dunque, ma una catena di scelte: approvvigionamento, uso, riuso, nuova vita.
Eppure, il passaggio più attuale arriva quando la sostenibilità incontra la tecnologia non come vetrina, ma come strumento di verifica. Nel padiglione è stato sviluppato un piccolo progetto di ricerca: digital twin e sensori per monitorare parametri energetici e ambientali (qualità dell’aria, VOC, radon, temperatura) con un sistema poco invasivo, adatto a un edificio storico. Il punto non è la sofisticazione: “pochi oggetti in un angolo” che però rendono visibile ciò che normalmente resta opaco. La stanza piena con finestra chiusa “parla” attraverso i dati. E il visitatore, davanti al monitor, non guarda un rendering: guarda un comportamento.
Da qui discende l’ultimo livello della conversazione: il valore delle partnership e dello scambio con il territorio. Bedeschi insiste sul fatto che lo study abroad non dovrebbe essere un consumo della città, ma una relazione: workshop, internship, collaborazione con imprese, progetti che restituiscono qualcosa. E in controluce compare un tema che riguarda ogni formazione oggi: nell’era dell’intelligenza artificiale e delle risposte immediate, ciò che resta difficile (e quindi decisivo) sono le soft skills: il dialogo, il lavoro in contesti culturalmente diversi, la capacità di costruire fiducia e responsabilità.
La puntata si chiude riportando la sostenibilità al suo nodo più scomodo e più necessario: la misurazione. Non come mania di controllo, ma come forma di concretezza. Misurare significa rendere verificabile ciò che dichiariamo, coerente ciò che progettiamo, comunicabile ciò che promettiamo. Senza dati, il racconto rischia di restare un racconto; con i dati, la teoria incontra il corpo delle cose. E forse è proprio qui la sintesi più onesta di questa Special Edition: imparare, progettare, misurare. E poi ricominciare, un po’ meglio.
Video dell’intervista
Chi è Marco Mari
Ingegnere e advisor in ambito di sviluppo sostenibile e ambiente costruito, Marco Mari da oltre vent’anni si occupa di strategie e strumenti per la transizione ecologica nel settore edilizio e infrastrutturale. Collabora con istituzioni pubbliche, imprese e organizzazioni internazionali nella definizione di processi di accountability, metriche di impatto e protocolli di sostenibilità. È oggi Advisor di Casa Radio per i temi dello sviluppo sostenibile e dell’ambiente costruito.
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Chi è Francesco Bedeschi
Director and Faculty dell’University of Arkansas Rome Program, coordina attività didattiche e progetti che intrecciano architettura, paesaggio e sostenibilità. Lavora su temi come tutela del patrimonio, infrastrutture verdi e blu e innovazione applicata ai contesti storici, con un approccio interdisciplinare tra ricerca, formazione e territorio.
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