Crans-Montana, la notte in cui la sicurezza è rimasta nel cassetto: l’incendio del “Le Constellation” e le lezioni che riguardano anche l’Italia

Quaranta morti e oltre cento feriti in un locale della località alpina svizzera: una tragedia che, come raccontato oggi a Bricks & Music su Casa Radio, riporta al centro un tema spesso trattato come burocrazia. Uscite di emergenza, materiali, controlli, formazione e cultura del rischio: il punto non è “avere il documento”, ma far vivere la sicurezza ogni giorno.

Nello studio di Casa Radio, durante la prima puntata dell’anno di Bricks & Music, la sicurezza non è stata evocata come parola d’ordine generica ma è entrata in scena da un dettaglio tecnico: l’insonorizzazione. Paolo Leccese lo ha ricordato in diretta con un’immagine concreta, quasi domestica nella sua semplicità: quando si ristruttura uno studio, la prima scelta non è estetica ma vitale, “materiale ignifugo”, perché se le pareti devono assorbire suono non possono trasformarsi in carburante. Il punto, in quel passaggio, non era parlare di radio ma era parlare di cultura. Di quelle decisioni invisibili che fanno la differenza tra un evento e una fuga, tra un locale pieno e un’uscita che salva.

È da qui che la tragedia di Crans-Montana, in Svizzera, assume un valore che va oltre la cronaca nera. Perché l’incendio del bar “Le Constellation”, esploso durante la notte di Capodanno, non è soltanto una somma di errori: è una radiografia brutale di come la sicurezza, nei luoghi dell’intrattenimento, possa essere ridotta a carta, delegata all’abitudine, rimandata a “tanto non succede”. Finché succede.

Secondo le ricostruzioni ufficiali e giornalistiche, l’incendio al “Le Constellation” ha provocato 40 vittime e decine di feriti; le autorità svizzere e i media hanno indicato almeno 116 persone ferite identificate nei giorni successivi, con un bilancio sanitario in evoluzione.

L’indagine penale in Canton Vallese (Valais) è stata formalmente aperta nei confronti dei due gerenti del locale, con ipotesi di omicidio colposo (per negligenza), lesioni colpose e incendio colposo, mentre gli investigatori continuano a verificare eventuali ulteriori responsabilità e, soprattutto, la catena concreta di decisioni e omissioni che avrebbe reso il locale vulnerabile.

L’elemento d’innesco, secondo quanto comunicato dalla polizia cantonale, sarebbe legato all’uso di “fontane” pirotecniche: dispositivi che producono scintille e fiamme e che possono essere posizionati o tenuti in mano, spesso utilizzati in contesti festivi come “effetto scenico”. Nelle prime testimonianze, si parla di una propagazione rapidissima, con molto fumo e una forte ondata di calore, in una sequenza di secondi che ha reso l’evacuazione drammaticamente difficile.  A rendere il quadro ancora più pesante, è emersa una questione che ha avuto un impatto immediato sul dibattito pubblico svizzero: la mancanza di ispezioni antincendio per anni. Il sindaco di Crans-Montana ha ammesso che tra il 2020 e il 2025 non sarebbero stati eseguiti controlli periodici sul locale, nonostante un regime di verifiche che prevederebbe cadenze regolari.

Sul fronte tecnico, un ulteriore elemento è diventato centrale: la presenza di materiale fonoassorbente/isolante(schiuma) che, secondo Reuters, avrebbe preso fuoco e avrebbe dovuto essere oggetto di verifiche in base a norme e standard richiamati anche dalle autorità cantonali.

È una dinamica che, per chi si occupa di costruzioni, ristrutturazioni, impiantistica e gestione degli spazi, suona tragicamente “ordinaria”: un innesco pirotecnico, un materiale che accelera la combustione o produce fumi letali, una fuga rallentata, una folla che fatica a capire cosa stia accadendo. A Bricks & Music, la riflessione si è spinta oltre: non basta dire “c’era l’estintore”. La sicurezza è un sistema, non un oggetto.

Emiliano Cioffarelli ha messo un dito nella piaga che riguarda ogni Paese moderno: la proliferazione di documenti, piani, modulistica — e la loro sparizione nella realtà operativa. Il “documento di valutazione dei rischi”, ha ricordato, viene spesso “scritto, firmato, non guardato più e messo nel cassetto”. È una frase che fa male perché è riconoscibile: l’idea che la compliance coincida con un faldone.

Eppure, proprio gli atti ufficiali dell’indagine svizzera indicano che l’attenzione si concentrerà su aspetti estremamente concreti: conformità dei lavori, materiali utilizzati, vie di soccorso, mezzi di estinzione, rispetto delle norme.  Tradotto: non “che cosa era scritto”, ma che cosa funzionava davvero, quella notte. È qui che la tragedia di Crans-Montana diventa un caso-scuola per chi progetta e gestisce luoghi dell’abitare esteso: non solo case, ma ristoranti, bar, club, teatri, sale eventi, musei, palazzi storici. Luoghi in cui, come ricordato in trasmissione, Casa Radio ha lavorato più volte e dove la sicurezza non è un optional ma una condizione di agibilità culturale, prima ancora che giuridica.

Il punto non è solo la fiamma, è il fumo, è la tossicità, è la perdita di orientamento, è il panico che nasce quando il corpo capisce prima del cervello. In molte tragedie avvenute in spazi chiusi, la sequenza non è “vedo fuoco, scappo”: è “spunta un effetto scenico, lo filmo, continuo a ballare, poi non vedo più nulla”. A Bricks & Music è stato citato un passaggio impressionante: la temperatura può arrivare a livelli incompatibili con la sopravvivenza in tempi rapidissimi; l’idea, circolata sui media, di ambienti che in pochissimo passano a centinaia di gradi rende l’idea di quanto l’evacuazione debba essere immediata.

E qui entra un aspetto che è stato affrontato con lucidità: la percezione del rischio tra i più giovani e il comportamento di chi, davanti al pericolo, continua a riprendere con lo smartphone. Non si tratta di “dare la colpa alle vittime”, come è stato detto chiaramente in diretta. Si tratta di capire che, nel 2026, la cultura del rischio deve misurarsi anche con l’effetto “schermo”: l’istinto di documentare, la distanza emotiva, la normalizzazione delle immagini estreme viste ogni giorno online.

È un punto che, da solo, non spiega una strage, ma può fare la differenza tra un’uscita imboccata subito e dieci secondi persi, e dieci secondi, in certi contesti, sono una vita.

Noi italiani amiamo ripeterci che “all’estero funziona tutto meglio”, ma la realtà è più complessa, anche dove le regole sono severe, conta l’esecuzione: controlli, aggiornamenti, gestione quotidiana.

In Italia, i locali di pubblico spettacolo e intrattenimento si muovono dentro un quadro in cui sicurezza e agibilità sono condizioni preventive. L’articolo 80 del TULPS stabilisce che l’autorità non può concedere licenza senza verifiche su solidità e sicurezza, incluse uscite adeguate per lo sgombero in caso di incendio.
Sul fronte prevenzione incendi, dal 2023 è disponibile una Regola Tecnica Verticale (V.15) per le attività di intrattenimento e spettacolo a carattere pubblico, approvata con decreto del Ministero dell’Interno e pubblicata in Gazzetta Ufficiale: un impianto che disciplina, tra le altre cose, strategie antincendio, controllo fumi e calore, sicurezza degli impianti.

In parallelo, esistono linee e indicazioni operative prodotte dai Vigili del Fuoco per manifestazioni e locali di pubblico spettacolo, che richiamano procedure e inquadramenti normativi (anche rispetto al DPR 151/2011) e al tema dell’organizzazione della sicurezza, non come “atto una tantum” ma come processo.

Detto questo, l’Italia non è automaticamente al riparo. Perché ciò che uccide, spesso, non è l’assenza di norme: è la distanza tra norma e prassi. Una porta di sicurezza “che c’è” ma è chiusa a chiave. Un’uscita segnalata che diventa deposito. Un impianto di emergenza che non viene mai testato. Un addetto antincendio che c’è solo sulla carta. Un materiale installato per risparmiare o per superficialità.

L’idea forte, lanciata in diretta, è proprio questa: la sicurezza “deve essere praticata da gente che fa soltanto quello”. Non significa militarizzare i locali. Significa trattare l’intrattenimento come ciò che è: una macchina complessa che deve proteggere la vita.

Nel caso svizzero, le “fontane” pirotecniche sono finite al centro dell’indagine. La dinamica è nota anche altrove: bottiglie, scintille, selfie, tavoli, musica alta, fumo che viene interpretato per qualche istante come parte della scena. È il punto cieco dei luoghi ad alto impatto sensoriale: ciò che è pericoloso può assomigliare, per pochi secondi, a ciò che è “normale”.

Qui la responsabilità è di sistema: se un effetto pirotecnico è possibile, deve essere valutato, regolato, presidiato. E soprattutto deve essere pensato insieme ai materiali presenti, alle vie di fuga, alla capienza reale e non solo dichiarata, alla formazione dello staff. Reuters, nelle ore successive al rogo, ha riportato la discussione istituzionale sul fatto che la schiuma fonoassorbente fosse o meno oggetto di controlli “espliciti” e sul richiamo a standard che invece imporrebbero attenzione ai materiali infiammabili: una disputa che, comunque, rimanda al nodo essenziale — se controlli e standard esistono, devono diventare pratica.

Uno dei passaggi più netti della puntata è stato l’appello a portare la sicurezza nella scuola, “fin da piccoli”, con esercitazioni e formazione pratica. Non come retorica, ma come risposta a un cambiamento sociale: viviamo sempre più spesso in spazi chiusi, affollati, complessi, gestiti da altri. E ci muoviamo dentro flussi digitali che cambiano la percezione del pericolo.

In questo quadro, la discussione ha citato anche un segnale internazionale: l’Australia ha introdotto un quadro normativo che impone alle piattaforme di adottare “misure ragionevoli” per impedire agli under 16 di avere account sui social, in vigore dal 10 dicembre 2025.
Non è la “soluzione” ai rischi fisici, ovviamente. Ma è il riconoscimento politico di un fatto: la vita digitale non è neutra, e può influire su comportamenti e tempi di reazione, specie tra i più giovani.

A Crans-Montana, in queste ore, la comunità vive lutto e rabbia, mentre la giustizia prova a ricostruire responsabilità senza scorciatoie. Ma la domanda che Bricks & Music ha posto — e che riguarda anche noi — è più ampia: la sicurezza interessa davvero a chi governa e a chi gestisce i luoghi?
È una domanda dura, perché chiama in causa non solo i “cattivi” di una storia, ma un intero modello di priorità: investiamo in immagine, spesso, e meno in manutenzione; celebriamo l’evento e dimentichiamo l’infrastruttura; facciamo norme e non verifichiamo l’attuazione.

La casa e l’abitare, nel racconto quotidiano di Casa Radio, non sono mai stati solo metrature e bonus. Sono qualità della vita, diritto, città, lavoro, sicurezza. La tragedia di un locale pubblico, in questo senso, è parte della stessa geografia: abitare significa anche sapere che, quando entri in un luogo collettivo, qualcun altro ha già pensato alla tua via d’uscita — e l’ha tenuta libera.

Per questo, forse, il messaggio più utile da portare fuori dalla cronaca non è uno slogan, ma una lista di priorità che non dovrebbe essere negoziabile:

  • materiali certificati e controllati, soprattutto dove si usano rivestimenti, isolanti, fonoassorbenti;

  • uscite sempre accessibili, riconoscibili e testate;

  • impianti di emergenza e allarme verificati con regolarità;

  • formazione reale dello staff e presenza di figure dedicate durante l’evento;

  • controlli periodici che non siano un rito amministrativo ma un presidio;

  • cultura del rischio insegnata e allenata, perché il pericolo non aspetta la burocrazia.

Crans-Montana, oggi, non è solo il nome di una località alpina. È un monito europeo: quando la sicurezza diventa abitudine, smette di essere sicurezza. E quando resta nel cassetto, può trasformare una notte di festa in una tragedia.

Ascolta ora il Podcast:

BRICKS AND MUSIC
Puntata del 07/01/26
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