Ci sono luoghi che sembrano custodire non solo la memoria di un territorio, ma anche il filo invisibile che unisce epoche lontane.
Castel Thun, in Val di Non, è uno di questi. Un castello imponente, elegante e allo stesso tempo severo, posato su una collina come un guardiano discreto della valle. La sua storia comincia nel XIII secolo, quando i primi nuclei fortificati – torri, mura, bastioni – nascono per proteggere famiglie e confini, in un Trentino conteso tra principati vescovili e autonomie locali.
Con il passare dei secoli la fortezza si trasforma. I bastioni si ammorbidiscono, gli interni si impreziosiscono, le funzioni militari lasciano spazio alla vita di corte. In quello che era un castello difensivo nasce un palazzo baronale, raffinato cuore residenziale della famiglia Thun: un casato destinato a diventare uno dei più potenti e longevi dell’area alpina.
Passeggiando oggi tra le sale restaurate – la biblioteca con i volumi rilegati, la sala delle armi, la quadreria di famiglia – si entra nel mondo dei Thun come se il tempo avesse deciso di fermarsi. E poi c’è lei, la stanza forse più celebre: la Stanza del Vescovo, completamente rivestita in legno di cirmolo. Le pareti sembrano respirare resina di montagna e dignità antica. Era il luogo riservato ai membri più autorevoli della famiglia che raggiungevano l’alto clero: un modo per dire, con il linguaggio dell’architettura, che il potere dei Thun sapeva essere anche spirituale.
Castel Thun è quindi molto più di una residenza: è un ritratto tridimensionale della famiglia che vi abitò. Ma la storia dei Thun non finisce tra le sue mura: anzi, sorprende proprio quando esce dalla dimensione aristocratica e approda alla modernità.
Per raccontarlo dobbiamo fare un salto nel 1950. A Bolzano, nelle cantine di un altro castello di famiglia – Castel Klebenstein – una coppia, Lene e Otmar Thun, decide di trasformare un hobby in un mestiere. Lene modella piccoli oggetti in ceramica: figure infantili, animali pacifici, angeli dalle forme morbide e rassicuranti. In quelle linee tonde, in quei colori caldi, c’è tutta la sensibilità di una donna cresciuta tra arte, natura e tradizioni alpine.
È un gesto semplice, quasi domestico. Eppure da quello stesso gesto nascerà un’azienda internazionale: la Thun, oggi simbolo dell’artigianato contemporaneo italiano.
C’è un dettaglio affascinante: il primo celebre angelo Thun – quello che diventerà l’icona stessa del marchio – nasce modellando il volto dei figli. Una piccola scultura familiare che diventa un emblema collettivo. È come se l’eredità nobiliare dei Thun si fosse tradotta, nel Novecento, in qualcosa di profondamente umano e accessibile: non più castelli e stemmi, ma figure che accompagnano i riti quotidiani delle persone comuni.
Il passaggio dalla forza della pietra alla delicatezza della ceramica non è una contraddizione: è, in fondo, la stessa storia che continua a trasformarsi. Una famiglia che per secoli ha governato terre e custodito architetture, nel dopoguerra sceglie di custodire un altro tipo di patrimonio: quello dell’immaginazione, del gesto manuale, del design che parla al cuore.
E così Castel Thun e la ceramica Thun si rispecchiano:
– Il castello racconta la solidità e la memoria;
– La ceramica racconta la creatività e il calore domestico.
Due modi diversi di “abitare l’arte”, due capitoli di una stessa lunga genealogia.
Oggi, visitando Castel Thun, colpisce pensare che quelle stanze, quei soffitti lignei, quelle stufe maiolicate abbiano fatto da sfondo alla vita di una famiglia che, secoli dopo, avrebbe portato il nome Thun in milioni di case attraverso oggetti che parlano di casa, affetto e cura.
E se c’è un messaggio che la storia dei Thun ci consegna è che l’arte, per essere tramandata, deve sapersi trasformare: dal cirmolo scolpito di una stanza rinascimentale alla morbidezza di un angelo in ceramica.
Un viaggio dall’aristocrazia alla quotidianità, dalla fortezza al focolare: un viaggio che mostra come il passato possa diventare futuro senza perdere la propria anima.
ANECDOTI SU CASTEL THUN E LA FAMIGLIA
1. La “Porta Spagnola” e il viaggio che non si doveva raccontare
Una delle parti più iconiche del castello è la Porta Spagnola, riccamente decorata.
La leggenda vuole che un giovane Thun, durante un viaggio in Spagna nel Seicento, fosse rimasto affascinato dall’architettura iberica al punto da voler “riprodurre” un frammento di quel mondo nel castello di famiglia.
Si dice che il viaggio fosse stato ufficialmente “di rappresentanza”, ma secondo alcuni documenti privati, più verosimilmente il giovane stesse scappando per qualche amore non approvato dalla famiglia.
Tornato a casa, fece erigere la porta come ricordo simbolico di quella fuga romantica.
2. La Stanza del Vescovo e il profumo che guariva
Il legno di cirmolo della celebre Stanza del Vescovo è così aromatico da essere considerato benefico.
Si racconta che un vescovo della famiglia, tormentato dall’insonnia e dall’ansia, dormisse solo in quella stanza “perché il cirmolo gli calmava il cuore”.
Oggi sappiamo che il cirmolo abbassa effettivamente la frequenza cardiaca: tradizione e scienza ogni tanto si incontrano.
3. La collezione nascosta dopo l’arrivo di Napoleone
All’inizio dell’Ottocento, quando il vento napoleonico attraversava il Trentino, parte della famiglia temeva requisizioni e confische.
Pare che alcune opere e oggetti preziosi siano stati murati in piccole cavità ricavate nei muri delle cantine.
Durante i restauri del Novecento, alcuni di questi nascondigli sono stati ritrovati: all’interno, libri, piccoli oggetti in argento, perfino strumenti di misura del Settecento.
4. Le stufe in maiolica come “diario segreto”
Molte stufe del castello presentano piccolissime incisioni o simboli, spesso invisibili a un occhio distratto.
Si pensa che fossero segni lasciati dagli artigiani che le realizzarono, come firma nascosta o benedizione contro il freddo durissimo dell’Altipiano.
Un caso raro di “artigianato autobiografico” nell’arredo aristocratico.
ANEDDOTI SULLA NASCITA DELLA CERAMICA THUN
5. Il primo angelo era… troppo triste
Lene Thun modellò il suo primo angelo ispirandosi al volto del figlio mentre dormiva.
Quando Otmar vide la scultura disse:
“Bellissimo, ma sembra un po’ triste.”
Lene rispose:
“È perché dorme profondamente.”
Ma gli acquirenti preferivano un angelo più sereno: così nacque la caratteristica espressione pacifica e sognante che diventerà la cifra del marchio.
6. L’azienda cominciò per “pagare la legna”
All’inizio degli anni ’50, la ceramica era solo un passatempo.
L’idea di venderla nacque quando la famiglia si trovò a dover pagare una grossa fornitura di legna per riscaldare Castel Klebenstein.
Lene e Otmar misero in vendita alcune delle prime figure… e andarono esaurite in una settimana.
Il successo fu una sorpresa inattesa — e la legna venne pagata.
7. La stufa in maiolica ispirò il design Thun
Le prime ceramiche Thun avevano colori caldi e smalti opachi perché Lene si ispirava alle mattonelle delle stufe di famiglia, viste per tutta l’infanzia nei castelli dei Thun.
È un passaggio meraviglioso: dalle stufe monumentali del castello alle piccole terrecotte domestiche delle case moderne.
Un’eredità materiale diventata linguaggio estetico.
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